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Il lavoro in Italia, miracolo o miraggio?

Tra ripresa e pioggia di dimissioni

di Giorgio Marini

Un mercato del lavoro che procede su diversi binari distinti e paralleli. E, a tratti, a velocità differenti. Nel 2021, in Italia, l’andamento delle posizioni lavorative dipendenti si è rafforzato: da giugno dello scorso anno, infatti, il numero di contratti attivati è tornato sui livelli prevalenti, rilevati prima dello scoppio della pandemia. Negli ultimi mesi dello scorso anno, infatti, è stato sfiorato il picco della curva di crescita che si sarebbe registrato se l’evoluzione della domanda di lavoro si fosse mantenuta, anche nel pieno della pandemia da Covid-19, sugli stessi ritmi del periodo 2018-19. È ciò che emerge dal report di settore a opera di Banca d’Italia, Ministero del Lavoro e Anpal sulla base delle comunicazioni obbligatorie e le dichiarazioni di immediata disponibilità al lavoro (i dati di queste ultime sono aggiornati al 30 novembre).

Nel periodo 2020-2021, al netto delle cessazioni, sono stati circa 560 mila nuovi posti rispetto ai 605 mila del biennio precedente. La dinamica, tuttavia, risente pure di un basso numero di disdette contrattuali, ancora contenuto dal ricorso diffuso agli strumenti emergenziali di integrazione salariale che, peraltro, dovrebbero essere gradualmente superati nel corso del 2022. I licenziamenti, invece, sono rimasti su livelli mediamente modesti (27.000 contratti cessati ogni mese con questa causale nella media del 2021, circa il 40 per cento in meno rispetto al 2019). Gli incrementi registrati nei mesi immediatamente successivi alla rimozione dei vari blocchi (30 giugno per l’industria, a eccezione del tessile e dell’abbigliamento; 31 ottobre per tutti gli altri comparti) appaiono avere natura temporanea e, verosimilmente, riflettono esuberi già previsti nei mesi precedenti.

ANDAMENTI CONTRASTANTI

Continua la crescita delle costruzioni. Ancora incompleta, invece, è la ripresa nel turismo. Nell’industria la marcata accelerazione del settore edilizio ha compensato il rallentamento della manifattura che, pur non registrando significative perdite occupazionali, non è ancora tornata all’andamento della media nei due anni prima della pandemia. Nonostante la ripresa nella primavera e in estate – rileva il report – rimangono ampi i margini di recupero nel turismo, che era significativamente cresciuto prima dell’emergenza sanitaria. Nelle regioni centro-settentrionali l’occupazione alle dipendenze non ha ancora completamente recuperato gli andamenti, sostenuti, del 2018-19. La ripresa si è tuttavia rafforzata nella seconda metà dell’anno, quando è cresciuta la domanda di lavoro stabile. Il Sud e le Isole hanno risentito in misura più limitata dell’emergenza sanitaria: nella media del periodo 2020-21 il Mezzogiorno ha registrato tassi di crescita superiori a quelli, molto contenuti, del biennio precedente. Il miglioramento riflette però esclusivamente il calo delle cessazioni determinato dalle misure governative (blocco dei licenziamenti, estensione degli strumenti di integrazione salariale), che hanno prolungato la durata effettiva dei contratti, generalmente inferiore in queste aree. Le assunzioni a tempo indeterminato continuano a crescere più lentamente rispetto al Centro-Nord.

Non si sono ancora riassorbiti i divari di genere alimentati dalla pandemia. Restano ancora ampi i margini di recupero per quella femminile, il cui andamento mostrava segnali di relativa debolezza già prima dell’emergenza sanitaria. Le lavoratrici, inoltre, continuano a essere penalizzate da una minore domanda di lavoro di tipo permanente. Rappresentano circa il 42% della forza lavoro, eppure incidono solo per un terzo sul saldo delle posizioni a tempo indeterminato.

VOGLIA DI STARE MEGLIO
Ma i dati più recenti sull’occupazione evidenziano anche altre tendenze in atto. Il mercato del lavoro tricolore sta riprendendo vitalità, dopo i pesanti effetti negativi della pandemia testimoniati dal crollo delle attivazioni di nuovi rapporti professionali che, tra il 2019 e il 2020, sono diminuiti, complessivamente, del 23,7%, passando da 7,5 milioni a 5,7 milioni. Tuttavia, a questo si accompagna anche un fenomeno da non prendere sottogamba. E che si riferisce all’aumento delle dimissioni dei lavoratori dipendenti, che nei primi nove mesi del 2021 aumentano del 31,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, passando da 1 milione ad oltre 1 milione e 300 mila. È il quadro delineato dal report “Assunzioni e cessazioni: qualcosa si muove nel mercato del lavoro italiano” realizzato nell’ambito del progetto di ricerca Monitor Fase 3, frutto della collaborazione tra Area Studi Legacoop e Prometeia.

Il fenomeno descritto – in linea con la tendenza internazionale della “Great Resignation”, le “Grandi Dimissioni” di cui abbiamo parlato anche sul Corriere dell’italianità n. 33/2021 – è interessante e particolare nella misura in cui la decisione di abbandonare un posto di lavoro non avviene tanto per occuparne subito un altro, quanto per il forte desiderio di migliorare la qualità della vita professionale ed esistenziale in senso più ampio. E molto spesso tutto ciò è ottenuto distaccandosi da contratti di subordinazione per abbracciare una maggiore autonomia e indipendenza a cui, in certi casi, lo smart working reso necessario dall’emergenza sanitaria ha invogliato. L’incremento delle cessazioni dei rapporti lavorativi rilevate tra marzo e settembre del 2021 è stato del 18,1% rispetto al periodo corrispondente del 2020 (+580 mila in valore assoluto). Molto significativo il dato relativo al confronto tra la dinamica dei licenziamenti e quella delle dimissioni sul totale delle cessazioni. Sempre considerando il periodo gennaio-settembre, nel 2021, sul totale di 4,5 milioni di cessazioni, mentre scende il peso relativo dei licenziamenti economici – grazie al blocco imposto da marzo 2020, sono scesi da una quota media del 10,5% negli anni 2017/2019 al 6,7% del 2020 e al 5,5% nei primi sei mesi del 2021- aumenta quello delle dimissioni, che nei primi 9 mesi del 2021 salgono al 29,8%, con un incremento di quasi 6 punti percentuali rispetto alla media dei due anni precedenti (24%).

SONO CAMBIATE LE PRIORITÀ

Ha commentato Mauro Lusetti, presidente di Legacoop: “Il mercato del lavoro è uno dei punti di osservazione privilegiati per capire che due anni di pandemia hanno cambiato le vite di tutti e non solamente il nostro modo di vivere ma anche le priorità, le speranze, gli obiettivi e i comportamenti economici e sociali. Conosciamo fin troppo bene i difetti del nostro mercato del lavoro e questa rapida fase di ripresa li ha evidenziati: un quarto delle nostre cooperative ci dice che il principale problema oggi è la “scarsità di manodopera”, ma in regioni come l’Emilia-Romagna questa percentuale si avvicina alla metà. È ovviamente il colmo in un Paese che soffre dei nostri tassi di disoccupazione, e ora il Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resistenza) può e deve essere anche lo strumento per risolvere queste distorsioni strutturali. Attenzione, però, che emergono altri aspetti: ossia la qualità del lavoro e della vita, il bisogno di soddisfazione, di autorealizzazione, di crescita sociale e personale: lo sviluppo armonico di un Paese non richiede non solo di mettere le persone al lavoro, ma di metterle al posto giusto; un sistema produttivo che non valorizza i propri talenti, semplicemente, non rende ciò che potrebbe”. Anche secondo le conclusioni della relazione, sarà importante porre sempre più attenzione alle aree fragili del mercato lavorativo, anche in presenza di un contesto complessivo tutto sommato favorevole.

Al netto della necessità di mantenere sotto controllo l’epidemia per evitare nuove restrizioni, c’è bisogno di proseguire con una corretta e rapida implementazione del Pnrr non solo per consolidare la ripresa, ma anche per rafforzare la crescita nel medio periodo, andando avanti con la riforma degli ammortizzatori sociali e degli strumenti di politiche attive per favorire la transizione fuori dalla crisi e verso nuovi settori e modalità di lavoro. Infine, suggeriscono gli analisti, occorre aumentare la partecipazione di giovani e donne nel settore, incrementando e agevolando la mobilità lavorativa.

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