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Il limite

In questi mesi di vita sospesa, di realtà inattesa, ognuno di noi avrà pronunciato la parola “limite” e forse avrà cercato o sta cercando di trovare un significato.

Possiamo notare come la medicina ha dovuto confrontarsi con il limite della non conoscenza di questo virus, la Politica o meglio il Potere della politica che doveva garantire il nostro diritto alla libertà si è dovuta piegare al Potere del virus e tutti noi abbiamo e stiamo facendo esperienza di limiti relazionali poiché non possiamo stare vicino ai nostri cari ricoverati in ospedale, non possiamo accompagnare i nostri cari e star loro vicino nell’ultimo istante della loro vita. Non possiamo decidere liberamente come vivere una semplice quotidianità.

Forse molti hanno scoperto che il limite è sempre presente nelle nostre vite e pensare o illuderci che tutto è possibile, che per essere liberi non bisogna avere limiti, che oggi possiamo, grazie alle tecnologie, costruire un mondo senza frontiere e senza divieti, forse, e dico forse, questo virus ci ha fatto scoprire che dobbiamo svegliarci dal sogno dell’onnipotenza.

Forse stiamo anche scoprendo che il limite non è al di là della nostra vita ma attraversa la nostra vita.

Forse stiamo scoprendo che la libertà non è una proprietà individuale ma è sempre legata alla presenza dell’Altro così come la vita umana è legata alla relazione con l’Altro.

Un noto Filosofo italiano, Remo Bodei, purtroppo non più con noi dal novembre scorso, in un suo importante libro, Il Limite, il Mulino, 2015, scrive: “Durante la nostra esistenza sperimentiamo innumerevoli confini che ci definiscono, segnalando discontinuità, barriere da infrangere, divieti da osservare, soglie reali o simboliche. I limiti ci circondano e ci condizionano da ogni lato e sotto ogni aspetto, a iniziare dagli immodificabili dati della nostra nascita (tempo, luogo, famiglia, lingua, Stato), dall’involucro stesso della nostra pelle, dagli orizzonti sensibili, intellettuali e affettivi del nostro animo per finire con il termine ultimo della morte. La condizione della specie umana è però contraddistinta dall’essere circoscritta da limiti che sono mobili e cangianti, in quanto – a differenza degli altri animali – ha una storia articolata in culture che si modificano nel corso del tempo. Con un paradosso si è detto che “l’uomo è l’essere confinario che non ha confini”, proprio perché nel trovarli, per lo più, li supera. Soprattutto la modernità occidentale è stata intesa, non senza enfasi, come una consapevole e sistematica violazione dei termini prefissati, che avrebbe trasformato l’uomo in superbo e libero creatore del proprio destino, in un essere teso a negare la propria finitudine, ad autotrascendersi nello sforzo di diventare sempre più simile a Dio. La ripetuta e vittoriosa esperienza del varcare ogni genere di confini (geografici, scientifici, religiosi, politici, ambientali e, recentemente, perfino biologici) avrebbe pertanto finito per generare una sorta di delirio di onnipotenza, di vertiginosa autoesaltazione spinta al punto di negare che, in linea di principio, esistano limiti invalicabili.”

Nel comune modo di parlare, il termine limite è spesso legato a un’imperfezione, una mancanza, un difetto ed è dunque sempre interpretato in accezione negativa.

Già Aristotele nel IV secolo a.C. aveva perfettamente compreso il problema e scartato dalla definizione di limite ogni possibile accezione negativa. Nella Metafisica, Libro V, Aristotele introduce il concetto di limite come peras, parola greca che rimanda all’italiano “perimetro”, “contorno” e “perimetrare”; vale a dire concetto strettamente relazionato con l’essenza di una cosa, con l’eidos.

Il limite o peras è infatti ciò che conferisce una forma alla materia, consentendo di dare alla materia un’individualità specifica e di definirla dal punto di vista ontologico. Senza limite, non avremmo la forma e senza forma non avremmo conoscenza, giacché per Aristotele possiamo conoscere solo sinoli, in altre parole, sintesi di un elemento formale e di un elemento materiale.

Per millenni la definizione canonica di limite, data da Aristotele, è stata questa: “Si dice limite l’estremo di una cosa, cioè il primo termine al di là del quale non è possibile cogliere nulla che appartenga a quella cosa, e il primo termine entro il quale sta tutto ciò che appartiene alla cosa in questione” (Aristotele, Metafisica, V, 17, 1022 a).

Potrei sicuramente suggerire altri sguardi di filosofi che hanno scritto sul concetto di limite, ma credo che oggi siamo chiamati alla responsabilità di riconoscere i nostri limiti, a rivedere i nostri orizzonti e a riscoprire le nostre attitudini.

L’attitudine a riconoscere e distinguere i limiti è un’arte che va coltivata e praticata con cura, lasciandosi guidare, nello stesso tempo, dall’adeguata conoscenza delle specifiche situazioni, da un ponderato giudizio critico e da un vigile senso di responsabilità.

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Paolo Cicale

Nato in Lucania nel 1963. Ha studiato Filosofia, Bioetica e Pratiche filosofiche. Titolare a Lugano dello studio praxis etica e filosofia. Interessato agli aspetti etici e filosofici della relazione c ... Vedi profilo completo

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