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Il mio Natale in solitudine

Le festività natalizie quest’anno sono volate via senza la possibilità di viaggiare, né in Paesi lontani né nelle tante stupende località turistiche delle Alpi italiane. L’ho sempre fatto, anch’io. Ma non in questo 2020. E con me, sono in tanti ad essere rimasti a casa, lontano da Cortina d’Ampezzo, Madonna di Campiglio, Courmayeur, Ponte di Legno – tanto per citare alcune destinazioni popolari: le montagne non hanno visto famiglie e amici unirsi e ritrovarsi sulle piste da sci, ai bar, alle tavolate dei ristoranti. 

Il Governo italiano ha varato “un cenone in numero ridotto”, solo con gli intimi conviventi e massimo due amici. Ma così facendo, forse, ci ha permesso di capire il vero valore del Natale. Io ho scoperto un Natale più frugale, semplice e intimo.

Certo, è stato un Natale di preoccupazioni, vissute e raccontate dai telegiornali nazionali o locali. La mia (come per tanti altri) è stata una festa leggera, con il Bambino nato in questo Natale qualche ora prima della tradizionale mezzanotte.

Alle 11, anche nel luogo dove abito, hanno chiuso i cancelli del mercatino della solidarietà dove, chi ha bisogno ha potuto trovato un sacchetto pronto con un piatto di pasta o un risotto da riscaldare, lenticchie, formaggio, un succo, uno yogurt e un piccolo dolce natalizio. So che oggi erano in tanti a sfidare il freddo pungente per mettersi in fila con ai piedi gli scarponi e le doppie maglie di lana. È Natale anche per loro. 

Nelle case al caldo, sulle tavole imbandite quest’anno sono apparsi i computer e i tablet. Nonne e nipoti ad augurarsi un felice Natale, come nel mio caso. E poi, genitori e figli lontani a raccontare di nuove attività intraprese o studi da terminare.

Tutti abbiamo avuto un sorriso da mostrare o un abbraccio molto virtuale da trasmettere. Ipocrisia generale nel dolore che ci circonda? No, eravamo virtualmente e comunque una piccola o grande comunità. Lontani ma vicini: noi c’eravamo.

E intanto nella pentola i tortellini, lo zampone ed il cappone lentamente continuavano la loro cottura. Nei piatti il capitone e l’insalata russa permettevano di iniziare il pranzo con quello spirito di italianità che comunque ha contraddistinto questo “ strano” Natale.

Le “nonne” della mia Pianura Padana quest’anno di certo si sono spese meno in cucina per preparare accuratamente tutto il gran pranzo, ma la loro esperienza e la tanta capacità di saper riunire attorno allo stesso tavolo imbandito tante persone non è di certo persa. E non andrà presa. 

La sfida per il prossimo Natale è già partita. Perché il pranzo di Natale torni ad essere una vera festa per piccoli e grandi che siano. E sulle tavole tornino i grandi piatti della tradizione, dai sapori unici, indimenticabili e insostituibili, che fanno parte del ricordo di tutti noi.

di Daniele Giorgi

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