Il perfido algoritmo delle fake news | Corriere dell'Italianità

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Il perfido algoritmo delle fake news

Ci sono alcuni film cui sono particolarmente affezionato: i primi 007, la trilogia di Trinità con Bud Spencer e Terence Hill (letti all’italiana), la pantera rosa ecc. C’è anche un vecchio film americano del 1959, Operazione sottoveste, di Black Edwards, protagonisti un sottomarino rosa, il comandante Cary Grant e il tenente Tony Curtis, donnaiolo e trovarobe. Curtis ha il compito di trovare/rubare appunto una consona vernice per il sottomarino e, durante un bombardamento, mentre tutti si danno alla fuga, sparisce perché, dice, nel torbido si pesca meglio. È vero ed io, da antico pescatore di trote nei torrenti dell’Appennino, lo so bene.

Il concetto nasconde una verità paradigmatica: trarre vantaggio da situazioni confuse e drammatiche è oggi lo scopo primario di molte piattaforme social; produrre, consentire e vendere falsità, speculare per profitto sulla rabbia del singolo elevato a massa è diventata una politica aziendale, paragonabile, per disposizione morale, alle organizzazioni criminali che si arricchiscono vendendo armi, droghe ed esseri umani.

Pochi giorni fa Frances Haugen, analista trentasettenne, laureata in ingegneria informatica ad Harward, con esperienze in Google, Yelp e infine in Facebook (FB), ha deciso di vuotare il sacco.

Chi (anche solo per pochi giorni) abbia fatto il militare a Cuneo può facilmente immaginare che Mark Elliot Zuckerberg, il Gran Visir dei social network, non sia poi quella mammoletta che il suo aspetto nerd fa pensare. Tuttavia, la denuncia circostanziata della Haugen, che accusa FB di fare profitti a scapito della sicurezza e della verità, lascia drammaticamente intuire che “la madre di tutti i social” sia un attore transnazionale di peso e pericoloso che non si fa scrupolo di disinformare, inquinare il nostro ambiente etico e morale, umiliandoci come cittadini.

L’era informatica ci ha indotto una certa tendenza alla solitudine, la quale è continuamente alimentata dall’illusione che, di là dal monitor, qualcuno si preoccupi dei nostri desideri, attraverso la riproposizione sistematica di ciò che, cliccando qua e là, appare di nostro gusto.

Gli algoritmi creati dagli informatici, implementati in Rete e sempre più perfezionati, muovono i meccanismi dei social e decidono quali e quante notizie visualizzare, facendoci stare sui social, perché più tempo ci passi, più clicchi, e più clicchi più i profitti si alzano.

Ma ciò che ci indigna è la consapevolezza che FB sappia che le sue piattaforme sono utilizzate per diffondere l’odio, la violenza e la disinformazione, e che la società abbia cercato di nasconderne le prove.

La cosa che ho visto a FB più e più volte – dice la Haugen a “60 Minutes” – è che c’erano conflitti di interesse tra ciò che era bene per il pubblico e ciò che era bene per FB, e FB più e più volte ha scelto di ottimizzare per i propri interessi, come fare più soldi“.

E ancora: “FB fa più soldi quando si consumano più contenuti. Alla gente piace impegnarsi con cose che suscitano una reazione emotiva…E più rabbia viene esposta, più interagiscono e più consumano“. Fino al punto di permettere la diffusione di notizie chiaramente false. Ma non solo. L’inchiesta che ne è seguita ha mostrato come gli utenti e i politici più potenti siano più attenzionati e ricevano sistematici aiutini nella moderazione, protetti dagli scandali precedenti come quelli di Cambridge Analytica. Ma quel che è più grave è come le ricerche interne di FB avessero da tempo rivelato i devastanti effetti che può avere una piattaforma come Instagram sulla vita dei giovani, soprattutto delle ragazzine.

La democrazia, l’umanità si spengono nell’oscurità della falsità e della disinformazione. Là dove si spengono l’informazione e lo spirito critico informato e solido, scendono le tenebre del pressapochismo delle fake news e del complotto che aleggiano sui fatti del nostro tempo, da importanti elezioni alle crisi umanitarie, fino a fenomeni come le immigrazioni e alla politica di casa nostra. Amplificare un problema o, peggio, crearlo dal nulla, può cambiare il corso di elezioni che influiscono sul mondo intero. La disinformazione produce e seduce istinti e paure, ed è compito del giornalismo, quello vero che verifica le fonti e che consuma le scarpe, fare il cane da guardia.

Il referendum del 2016 sull’uscita della Gran Bretagna dalla Unione Europea rappresenta un caso emblematico e allo stesso tempo paradossale. Un’indagine del Guardian del 25 giugno del 2016 dimostra che le aree del Galles che hanno votato a schiacciante maggioranza per la Brexit, come Newport e Swansea, erano le stesse che nel corso degli anni avevano ricevuto la maggior parte dei finanziamenti della UE al Regno Unito, per un totale di 250 milioni di sterline all’anno. I motivi che circolavano su FB per uscire dalla UE erano che c’erano troppi rifugiati e immigrati e che la situazione era invivibile. La giornalista Carol Cadwalladr decide quindi di tornare in Galles, nel sobborgo dove era nata, per capire come fosse possibile che vi fosse tanta immigrazione e che i suoi concittadini avessero sputato nel piatto dove avevano mangiato abbondantemente. Ebbene, la giornalista scopre che di tutti questi fantomatici immigrati che appestavano la vita dei gallesi c’era solo una signora polacca: la Cadwalladr elencava un nuovo college costato 35 milioni di sterline, finanziato dalla UE, e un progetto di riqualificazione  urbana costato 350 milioni di sterline, anche questo pagato dall’Unione. Le persone intervistate dalla giornalista dicevano di aver votato così perché volevano riprendere il controllo e che ne avevano abbastanza di tutti quegli immigrati e rifugiati. “Questo è curioso – commentava la giornalista – perché io, per le strade non ho visto nemmeno un immigrato”. Per questo la Cadwalladr è stata bannata a vita da FB. Intanto i gallesi hanno i supermercati vuoti perché nessuno consegna gli alimentari. Nemmeno Tafazzi sarebbe arrivato a tanto.

Di chi è la colpa? Di FB, di chi naviga o di chi altro?

Stefano Moriggi, docente di filosofia della scienza alla Bicocca di Milano, parte dalla constatazione che i social ci consentono una fruizione personalizzata della Rete e la libertà di intercettare quello che si interessa. Ma la libertà di circondarci solo di ciò che ci piace e ci interessa ci chiude in una bolla, prigionieri dei nostri gusti, dei pregiudizi nostri e altrui.

Come intervenire? È necessario ragionare con le macchine cioè con gli algoritmi, rendendoli più funzionali a un sistema democratico e progettare un’architettura della Rete dove si espongano contenuti non preventivamente scelti dall’algoritmo; dobbiamo instaurare la casualità dell’imprevisto, quei segni eliminati a favore dei propri gusti.

L’esasperazione dell’individualità nella ricerca del proprio gusto è certamente manifestazione di libertà, ma ci rende prigionieri di noi stessi perché l’essere umano cerca conferme, non smentite. Se abbiamo un’idea dobbiamo cercare di smontarla, e non cercare conferme alla tesi.

Ancora una volta Kant potrebbe venirci in aiuto e forse Zuckerberg non lo ha studiato, ahilui.

Viene in mente una battuta di un altro vecchio film con Marilyn Monroe, Come sposare un milionario, del 1953. “Un serpente sa di essere un serpente? No! Striscia sulla pancia e crede di essere un re”.

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