"Il Pezzettino": tre comunità per ritornare a vivere   | Corriere dell'Italianità

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Scienza e innovazione

“Il Pezzettino”: tre comunità per ritornare a vivere  

di Beatrice Bernasconi 

“Sono a pezzi, fare a pezzi” espressioni che indicano dolore, violenza, distruzione di una unità che rappresenta a livello simbolico ed emotivo benessere, salute e identità.   

Lo spezzettamento più grave avviene quando un bambino, portatore di bisogni imprescindibili per la sua crescita, è continuamente e sistematicamente esposto al rapporto con adulti e genitori che ne minano la fiducia di base, le competenze e di cui è “in balia” nel bene e nel male. Esistono famiglie con tali multi problematicità da compromettere la relazione con i figli al punto da creare una vera e propria dinamica vittima-carnefice.  

La Dott.ssa Daniela Cosco, psicopedagogista appassionata di ricostruzioni, riassume in 4 parole quello che fa “buono” un genitore: “affettività, sensibilità, sintonizzazione e prevedibilità”.  

Con altri collaboratori dal 2016 ha dato vita a tre comunità per l’accoglienza di minori (una dagli zero ai 3 anni; un’altra dai 4 ai 12 e l’ultima per adolescenti). Ha scelto per loro un nome: “Il Pezzettino”, un nome che richiama la bella storia illustrata di Leo Lionni (con l’autorizzazione e l’approvazione entusiasta dell’editore), una storia riuscita di ricerca di identità che condensa un’idea di fragilità, di ricerca e di ricomposizione con un lieto fine. 

Una collega mi ha parlato con passione delle comunità, con un gruppo di ormai circa 40 persone, che lei sostiene da volontaria: il fil rouge del gruppo è l’impegno e l’apprezzamento per un lavoro di cura innovativo, coraggioso, che riesce a ridare possibilità di “vivere” a chi ha dovuto invece trincerarsi per “sopravvivere”, perché vittima di abuso e maltrattamento fisico e psicologico. Le conseguenze emotive e cognitive di queste difese necessarie possono essere molto pesanti per lo sviluppo.

Dottoressa Cosco, cosa caratterizza il vostro approccio?

È un approccio relazionale e simbolico, potremmo riassumerlo con lo slogan “la Cura, cura”: senza nulla togliere al valore grande del setting terapeutico ci siamo resi sempre più conto che la psicoterapia e basta è quasi avulsa da ciò di cui un bambino, che arriva in comunità, ha bisogno. Quando un bambino approda da noi, necessita immediatamente e contemporaneamente di ciò che chiamiamo “la terapia globale”, ovvero tutto ciò che può essere offerto ogni momento: sguardo, attenzione, pazienza, ascolto, aiuto, empatia, ambiente, casa, relazioni. Vogliamo che l’ambiente sia bello, che le relazioni siano calde, amorevoli.  

Non lavoriamo sul maltrattamento e sull’abuso, esperienze non più cancellabili, lavoriamo invece sul trauma.

Cerchiamo di offrire la possibilità di creare, a fronte di una memoria traumatica non neutralizzabile, una memoria alternativa. Il cervello dei bambini è estremamente plastico: semplificando sappiamo che il trauma può compromettere zone di funzionamento cerebrali, soprattutto quelle emotive; la “nostra” Cura cerca di lavorare su tale adattabilità creando simbolicamente ponti, processi di integrazione e trasformazione per restituire al bambino un buon funzionamento cerebrale, una buona percezione di sé, delle efficaci capacità di riparazione del proprio Sé, frammentato da esperienze in prima infanzia nefaste. In una frase, al Pezzettino vorremmo restituire la possibilità di una vita piena fatta di bisogni, desideri, relazioni e sogni.    

Esiste un approccio istituzionalizzante in alcune comunità dove si pensa che i rapporti debbano essere freddi per non creare aspettative di legami duraturi e di conseguenza nuove sofferenze, quando poi i bambini escono dalla comunità. Noi crediamo invece che si debbano creare legami affettivi, stabili e contraddistinti da continuità: crediamo che un buon attaccamento agli adulti della comunità permetterà un migliore attaccamento con futuri famigliari o nuovi legami. È vero che questo porterà dolore col distacco, ma il dolore è una esperienza localizzata, non  distruttiva: può esserci un dolore positivo, vitale.

Dopo un attaccamento “disorganizzato” (con care-giver inadeguati) sappiamo che possono esserci nuovi attaccamenti buoni e questo è essenziale per l’evoluzione e il benessere: se c’è un rispecchiamento, una possibilità di vivere affetto, sensibilità, di sapersi “pensati”, di entrare in sintonia, è fatta!

Crede che le comunità per minori abbiano un ruolo specifico o sarebbero inutili se ci fossero abbastanza famiglie affidatarie/adottive?  

Accogliere un bambino traumatizzato non è un compito facile, credo che dove c’è la cura, quindi la professionalità adeguata, la comunità possa svolgere un ruolo importantissimo per lo sviluppo del bambino, che può facilitarlo molto nell’entrare poi in una famiglia; questo vale anche per i nuovi genitori o per quelli naturali, dove siano recuperabili: perché addossare a una famiglia situazioni a volte difficilissime? Credo che in comunità alcuni possano avere strumenti migliori per preparare i bambini a nuove realtà familiari, poi, ovviamente, dipende sempre dalle singole situazioni. Abbiamo avuto per esempio un caso di un piccolo che ha assistito all’uccisione della madre: in comunità ha pianto per mesi interi, prima di trovare nuovi modi di esprimersi. Una coppia può sopportare un simile tormento senza  destabilizzarsi? 

In comunità possiamo accettare che il bambino si esprima per quello che è: lo rispettiamo, lasciamo che emergano le sue emozioni e i suoi bisogni. 

Questo significa vederli trasformare da “bravi” bambini (che accettano tutto, non si esprimono, non chiedono) a bambini che ritrovano bisogni, desideri, esigenze, che quindi si scontrano, fanno capricci, pretendono: sono segnali di vita, di cambiamento, che vanno compresi come tali. Non vogliamo bambini bravi, ma che stiano bene!

Non deve essere facile lavorare con questi bambini

È vero, occorre coinvolgimento, sensibilità ma anche capacità di interpretare le situazioni: è estremamente impegnativo e, se si lavora bene, si esce davvero stanchi: qualche volta si è tentati di gettare la spugna! Riteniamo fondamentale la formazione continua, abbiamo sempre due supervisioni – una, in particolare, dedicata alle emozioni che ci attraversano quando stiamo con i bambini e a ciò che anche attivano in noi, nella nostra storia di vita. Questi aspetti non sono scindibili. Per lavorare sul trauma ogni gesto è importante, niente va banalizzato, occorre sapersi sintonizzare con le emozioni dei piccoli senza esserne travolti, saper rispondere con rispetto e affetto. 

Avete riscontri positivi sul vostro lavoro?

Sì: sia da parte del Tribunale dei Minori e procura minorile che dai Servizi di tutela minori; riconoscono la novità dell’approccio e i buoni risultati. Stiamo anche sviluppando un percorso di ricerca in collaborazione con l’Università di Padova. C’è una grande riflessione su quanto facciamo: partiamo naturalmente dalla tradizione scientifica sull’evoluzione dei legami infantili, e ci rifacciamo, tra gli altri, a Donald Winnicott, che ha osservato, studiato la relazione madre–bambino e i risvolti sullo sviluppo del bambino quando la madre (care-giver) è portatrice lei stessa di inquietudini e fatiche profonde. Con la ricerca però vogliamo tracciare un percorso sempre più chiaro di intervento, verificando con oggettività cosa accade. Con l’università abbiamo in mente un approccio che cura e tiene lo sguardo sulla salute bio-psico-sociale dei bambini e delle bambine. All’osservazione “libera” dei bambini ne abbiamo quindi aggiunta anche una più strutturata all’interno di un processo sistematico approntato su misura per questi bambini e i loro vissuti.

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Penso a quanto siano preziose le persone appassionate e capaci che provino a tracciare sentieri sicuri per la ricostruzione delle vite di chi ha avuto meno occasioni, ma ha gli stessi diritti degli altri, solo più fortunati. 

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