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Il potere logora… tutti! Dall’ex URSS alla Russia: i piani di Putin e il destino delle ex Repubbliche sovietiche

È di lunedì 28 febbraio mattina la notizia che il tasso applicato dalla Banca Centrale Russa è passato dal 9,5% al 20%. Altra notizia attesa è che le aziende russe hanno l’obbligo di vendere l’80% dei ricavi in valuta per difendere il cambio del rublo.

In pratica la Russia sta collassando e chi dovrebbe pensare al suo benessere francamente se ne infischia.

Nel 1927 uno psichiatra diagnosticò a Stalin la follia. Era evidentemente un medico coraggioso e infatti pochi giorni dopo morì. Ora, non può escludersi nei comportamenti di Putin una certa dose di irrazionalità, incompatibile con posizioni di comando senza rischiare di rivedere tragedie che hanno funestato l’umanità in maniera profonda. Putin sta affamando il popolo russo, lo fa da anni, favorendo un regime di corruzione e malaffare ma ad oggi la domanda delle domande è a cosa miri Putin.

I Paesi nell’orbita di Mosca

Di certo l’invasione dell’Ucraina non è un atto estemporaneo, nell’ultimo ventennio Putin ha attaccato la Cecenia, con una guerra brutale che ha raso al suolo la capitale Grozny e insediato al potere un suo fedelissimo, dopo anni di sanguinoso conflitto.

Poi è passato alla Georgia e qui possiamo già ritrovare la sequenza degli atti compiuti contro l’Ucraina.

La Georgia è diventata indipendente nel 1991, al crollo dell’Urss, come le altre quattordici repubbliche sovietiche. Ha avuto un lungo periodo di instabilità, di fatto terminata nel 2003 e dopo 5 anni di pace, nel 2008 ebbe inizio il conflitto con la Russia. La guerra scoppiò perché il nuovo leader georgiano Sakhashvili aveva intrapreso un corso sempre più filo-occidentale in modo analogo a quanto è avvenuto ora in Ucraina, prospettando una futura adesione della Georgia all’Unione Europea e alla Nato.

Come per le regioni russofone di Donetsk e di Longask in Ucraina, all’epoca, furono l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia il casus belli. Entrambe abitate da russi in guerra con il governo georgiano, nel 2008 la Russia intervenne nella disputa, riconoscendo le due regioni come repubbliche indipendenti. Naturalmente le truppe di Mosca invasero la Georgia e il cessate il fuoco cristallizzò la situazione: dal 2008 Ossezia del Sud e Abkhazia sono sotto il controllo di Mosca.

Naturalmente la Georgia non è entrata nella Nato e dopo l’Ucraina è verosimile credere che difficilmente ci proverà.

Putin in fondo sta tastando il polso della situazione: la tecnica di aggressione è la medesima, i risultati (vedi Crimea e Georgia) sono simili e in Russia si fa affidamento su un certo pragmatismo occidentale.

Ma guardando i confini vi sono altre nazioni in sofferenza, come la Moldavia che ha perso già dal 91 la sua regione più orientale.

Ci riferiamo alla repubblica indipendente di Transnistria che è uno stato non riconosciuto dall’Onu, evidentemente filo-russo, tanto che già nel 2014 ha chiesto di entrare a farne parte.

Altra faccenda è quella della Bielorussia che è già un feudo del Cremlino. Aleksandr Lukashenko è al potere dal 1994 grazie alle truppe russe che lo aiutarono a sedare le rivolte popolari.

Da allora Lukashenko è sul libro paga di Mosca, ne è prova il fatto che le forze russe resteranno stazionate in Bielorussia permanentemente.

Questo significa che se la caduta dell’Ucraina avverrà, le tre ex-repubbliche slave dell’Urss, cioè Russia, Ucraina e Bielorussia, si saranno riunificate.

La Russia e le ex-repubbliche dell’Asia Centrale

Mosca è intervenuta nel gennaio 2022 anche in Kazakistan per sedare le proteste contro il locale regime autocratico. La Russia ha riportato l’ordine e contemporaneamente normalizzato la sua presenza nel Paese, tanto più che il territorio kazako è ricco di petrolio…

Similmente Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan e Tagikistan vantano regimi dittatoriali: in pratica chi guidava il Paese all’epoca del comunismo ha continuato a governare. È chiaro che queste nazioni, strette tra la Russia, la Cina e l’Afghanistan, sempre che ne manifestassero le intenzioni, hanno molto da imparare e temere da quanto è accaduto in Ucraina.

A rischio anche l’indipendenza dell’Armenia che nel conflitto l’Azerbajgian, tutelato dalla Turchia, ha scelto di mettersi sotto l’ala di Mosca…

Meno in pericolo appaiono al momento Lituania, Lettonia ed Estonia, salvi per motivi storici: non hanno mai fatto parte dell’URSS se non dopo la Seconda guerra mondiale e se ne distaccarono nel 1991, aderendo nel 2004 all’Unione Europea e alla Nato. Eppure, la presenza di minoranze russe al loro interno che da anni spingono per unirsi a Mosca ha indotto la Nato ad inviare in questi giorni truppe nel Baltico. Va da sè che un attacco a questi Paesi equivale ad attaccare la Nato con il rischio dell’uso di armi nucleari.

Soldati della Nato sono stati inviati anche in Polonia e Romania per questioni di confini perché c’è il timore che la guerra in Ucraina travalichi in qualche modo le loro frontiere.

Guardando la cartina, possiamo prevedere che in pericolo siano anche Finlandia e Svezia che pur facendo parte dell’UE non hanno aderito alla Nato e che ora premono per entrarci.

In estrema sintesi, basta poco per concludere che l’ultimo zar di Russia, proclamatosi Presidente a vita, non solo sta cercando di riprendersi l’impero di Pietro il Grande ma vuole poter influenzare le sorti dell’Europa.

Ecco perché la partita in Ucraina è fondamentale: si tratta di fermare il meccanismo e non bisogna avere paura di farlo.

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Paola Fuso

Nata a Cutrofiano (Le), ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca presso la Fondazione Marco Biagi a Modena specializzandosi in diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali. Esperta di lavoro ... Vedi profilo completo

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