Il problema dell'evasione fiscale in Italia. Qualche riflessione. | Corriere dell'Italianità

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Il problema dell’evasione fiscale in Italia. Qualche riflessione.

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A fine settembre, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in visita alle Nazioni Unite a New York, spiegava ai giornalisti come il suo governo avrebbe finanziato la prossima legge di bilancio: puntando parecchio sulla lotta all’evasione fiscale.

Com’è tristemente noto l’Italia è in cima alla lista dei Paesi Ue per evasione fiscale. Nel 2015 il nostro Paese era responsabile di circa il 23,2 per cento dell’evasione Ue. Secondo dati più recenti, quelli raccolti dallo studio “The European Tax Gap” (2019), in Italia l’evasione è pari all’11,5 per cento del Pil, contro una media Ue pari a 5,5 per cento del Pil. Parliamo di 107 miliardi e 500 milioni di Euro. Una cifra spaventosa!

Se guardiamo all’imposta sul reddito (IRPEF) che dovrebbe essere pagata da autonomi e imprenditori – ovvero più di 5 milioni di lavoratori –  ecco che il 63 per cento del dovuto, cioè circa 33 miliardi di euro, non arriva al fisco. Evasa è anche l’IVA, l’imposta sugli scambi di beni e servizi. Ogni anno sono circa 35 miliardi gli euro di IVA non versati.

Chi sono gli evasori italiani?

Più facile dire chi non sono. Non sono certo le grandi aziende, soprattutto se quotate in borsa, e che si occupano di manifattura o di servizi, poiché sono governate da meccanismi amministrativi tali da rendere impossibile evadere il fisco evadendo le norme che regolano la vita (fiscale) di aziendale. E infatti, un certo buon numero di aziende importanti ha trasferito la propria sede fiscale all’estero per eludere la fiscalità italiana. Dunque, come argomenta Domenico Cacopardo (ItaliaOggi, 22.10.2019), dal momento che il trasferimento delle sedi aziendali all’estero, a legislazione vigente, non comporta alcun reato, queste aziende non sono punibili. Per rendere questi imprenditori passibili di condanne giudiziarie sarebbe necessario, prima, “far approvare una legge che dichiarerà reato trasferire le sedi sociali all’estero (e che avrà l’effetto di avviare un fuggi-fuggi generale) e che varrà dal momento in cui entrerà in vigore”.

Da perseguire, piuttosto, sono quanti riciclano denaro sporco, nascosto dietro il nome di aziende più o meno fasulle. Ce lo diciamo in continuazione… Per loro è già prevista la galera, e tutta una serie di sequestri e confische di beni e di contanti. Il problema sono le dotazioni informatiche della Guardia di Finanza.

Quali pene sono previste per gli evasori?

A conclusione del Cdm della settimana scorsa, il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ha reso noto pene da un minimo di quattro e massimo otto anni di carcere per i grandi evasori, relativamente all’uso di fatture false, oltre all’applicabilità della confisca per sproporzione. Tuttavia, anche se il limite minimo viene innalzato, il decreto fiscale prevede una pena ridotta a patto che gli importi fasulli siano al di sotto dei 100 mila euro. A quali condotte concedere pene ridotte? La decisione spetta al legislatore!

Già in passato, si era sperimentato l’inserimento di un’ipotesi attenuata in seno all’art. 2, ma scatta ora l’estensione anche ai reati tributari della confisca per sproporzione. Mentre la confisca tradizionale richiede un vincolo di pertinenza tra cose e reato, la confisca per sproporzione guarda solo alla relazione tra la persona condannata e i beni dei quali il condannato non può giustificare la provenienza pur risultando esserne il titolare o disponendone a qualsiasi titolo in modo sproporzionato rispetto al proprio reddito o alla propria attività economica. Anche ai casi di condanna per reato commesso prima dell’entrata in vigore della nuova norma, verrà applicata la confisca per sproporzione.

È indubbio che la questione dell’evasione fiscale debba essere affrontata in modo serio dal governo e la norma applicata in modo rigoroso dal legislatore. Tuttavia, non ci si può non domandare quale possa essere l’utilità delle presenti e future misure se alla base non si avvia una vera battaglia culturale, a partire dai banchi della scuola. Una battaglia contro l’individualismo e prima ancora contro il familismo ma a favore del bene comune per le generazioni di oggi e, soprattutto, di domani. (Redazione)

 

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