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Il rumore delle scarpe rosse

CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Di Maria Moreni

Strangolate, accoltellate, ferite mortalmente da un’arma da fuoco. Sfregiate, violentate nella sfera più intima diffondendo foto personali, magari scattate insieme alla persona che credevano essere il grande amore della propria vita. Sono istantanee brutali e crude, certo, come del resto tutto il quadro che ha preceduto l’atto estremo e finale del femminicidio, quando la spirale di violenza era partita molto tempo prima. E, giorno dopo giorno, ha continuato ad avvolgersi in modo più o meno subdolo, più o meno evidente. Spesso nel silenzio della solitudine e dell’isolamento. Ogni giorno, in Italia, si registrano 89 donne vittime di violenza di genere. Nel 2021 sono stati 109 i femminicidi, il 40% di tutti gli omicidi commessi, con un aumento dell’8% rispetto allo stesso periodo del 2020. In crescita anche tutti i delitti commessi in ambito familiare-affettivo che passano da 130 a 136 (+5%). Anche in questo caso è significativo l’aumento delle vittime donne (+7%), e tra queste quelle uccise per mano del partner o dell’ex partner (+7%). Di questi, 93 sono avvenuti in ambito familiare-affettivo e, in particolare, 63 per mano del partner o dell’ex partner. Secondo i numeri che emergono dal report sugli omicidi volontari aggiornato settimanalmente dal servizio analisi della Polizia Criminale, con un focus sulle vittime di genere femminile, pubblicato sul sito del Viminale, nel 62% dei casi si tratta di maltrattamenti in famiglia, commessi soprattutto da mariti e compagni (il 34% dei casi) oppure dagli ex (il 28% dei casi). Nel 72% dei casi di femminicidio l’autore è il marito o l’ex marito: in un caso su due è stata usata un’arma da taglio.

PAURA A DENUNCIARE

Dalla relazione su “La risposta giudiziaria ai femminicidi in Italia. Analisi delle indagini e delle sentenze. Il biennio 2017-2018” è emerso che il 63% delle donne della Penisola non aveva riferito a nessuna persona o autorità le violenze pregresse subite dall’uomo. Solo il 15% aveva sporto denuncia o querela per precedenti violenze o altri reati compiuti dall’autore ai propri danni. Queste percentuali, secondo gli esperti, denotano la grave difficoltà incontrata nel cercare aiuto e allo stesso tempo evidenziano il forte ritardo delle istituzioni a investire sulla costruzione di contesti adeguati a favorire la ricerca di aiuto e di sostegno da parte delle donne. Perché non ci si rivolge subito alle Forze dell’Ordine? Sempre dall’indagine, tra le ragioni che tendono a scoraggiare le vittime di maltrattamenti domestici e altre forme di violenza, anche esterna, ci sono soprattutto la convinzione di poter gestire la situazione da sole, la paura di subire una più grave violenza, il timore di non essere credute, il sentimento di vergogna o imbarazzo, il senso di sfiducia nelle forze dell’ordine». Solo il 35% aveva parlato della violenza con una persona vicina, il 9% si era rivolta ad un legale per chiedere consiglio.

VITTIME IN CASA PROPRIA

Anche in Svizzera i numerosi femminicidi che continuano a essere compiuti sono solo la punta dell’iceberg di situazioni allarmanti, spesso vissute nella sfera affettiva. In un’indagine condotta per conto dell’Organizzazione mantello delle case per donne maltrattate della Svizzera e del Liechtenstein (Dachorganisation der Frauenhäuser Schweiz und Liechtenstein – DAO), realizzata questo autunno, dall’Istituto Sotomo su più di 3500 persone, il 42% ha affermato di essere già stata vittima di atteggiamenti brutali all’interno della coppia (e per tre quarti di coloro che sono stati interpellati, essi finiscono poi per essere il principale motivo di separazione).Tra gli uomini intervistati, la quota si attesta attorno al 24%. Dallo studio emerge che a essere più colpite sono le donne tra i 26 e i 45 anni: quasi la metà delle donne intervistate di questa fascia di età hanno indicato di essere vittima di violenza all’interno della propria relazione. Gli autori dell’analisi hanno sottolineato che i risultati vanno considerati isolatamente e solo come una prima valutazione della situazione, dato che non ci sono ancora studi in materia sul lungo periodo. Ma l’ampiezza del fenomeno della violenza domestica risulta confermata pure dalle risposte alla domanda che indagava sull’eventuale presenza di casi sospetti nella propria cerchia più ristretta di conoscenze: quasi il 40% ha risposto con un sì, mentre poco meno della metà ha affermato di averne avuto conferma almeno una volta dalla persona interessata.

UNA CULTURA RADICATA

“Un fenomeno profondamente radicato nel substrato culturale e sociale sia in Italia che nel resto del mondo”. È stata questa la premessa con cui la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio in Italia, presieduta dalla senatrice Valeria Valente, ha presentato al Senato i risultati dell’indagine citata in precedenza, relativa ai femminicidi commessi nel biennio 2017-2018 (in tutto 211), alla presenza della presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, dalle ministre Elena Bonetti (Pari opportunità e famiglia), Marta Cartabia (Giustizia) e Luciana Lamorgese (Interno). Il documento sottolinea un aspetto cruciale: “La radice della violenza contro le donne risiede in stereotipi culturali che fissano schemi comportamentali e convinzioni profonde, frutto di un radicato retaggio storico e di un’organizzazione discriminatoria che stabilisce l’identità sociale di un uomo e di una donna e legittima le diseguaglianze che costituiscono il substrato della violenza di genere e della sua forma più estrema costituita dal femminicidio”. Da qui risulta “un errore concettuale” definire e considerare la violenza contro le donne come emergenza, poiché si tratta di una condizione strutturale, diffusa e radicata, che per essere contrastata necessita di “interventi continuativi da parte degli organismi istituzionali deputati a riconoscerla, prevenirla, contrastarla e punirla”. Fa riflettere molto un altro elemento che emerge dalla ricerca: negli autori di atti di violenza contro le donne colpisce il quasi irrilevante numero di pentimenti a fronte di un reato così grave che spesso lascia orfani i propri stessi figli (si parla di “vittime collaterali”, pensando in generale ai parenti stretti di coloro che sono state uccise o hanno subito violenze spesso per mano dei partner o degli ex partner). Dalle dichiarazioni rese dagli stessi imputati nel corso delle indagini e dei processi trapelano quasi sempre sentimenti di odio e di disprezzo nei confronti delle vittime. Ci sono le convinzioni dettate da una mentalità che resiste nel tempo per cui ci sono precisi comportamenti che devono tenere le donne e quando non osservati con obbligo di correggerli con la violenza fino al limite estremo della morte. In un caso riportato nel documento un padre, violento con la moglie, maltrattava anche la figlia con un pezzo di legno per farla studiare e lo faceva alla presenza del fratellino affinché imparasse a “comportarsi” con le donne quando non obbedivano. Ricordiamo anche che, fino agli anni ’60, il Codice penale italiano prevedeva lo ius corrigendi dell’uomo nei confronti della moglie e dei figli, cioè il diritto di esercitare violenza quando non veniva riconosciuta la loro autorità o, almeno, accadeva ciò ai loro occhi. “Per questo gli imputati non cercano un beneficio immediato o materiale, ma la ricomposizione, attraverso l’uccisione della donna, di ciò che ritengono che questa abbia distrutto con il suo atteggiamento disubbidiente”. E spesso le stesse vittime, per lungo tempo, credono di aver “meritato” certi atti punitivi fino all’escalation conclusiva e tragica.

SIAMO TUTTI RESPONSABILI

È ancora molto diffusa, purtroppo, la tendenza ad assimilare la violenza domestica al conflitto familiare. Questo è pericoloso nella misura in cui finisce per eclissare ciò che si sta consumando tra le mura domestiche e compromette la possibilità che venga alla luce. Manca un senso civico più profondo, dove anche la collettività è responsabile di ciò che accade. Si deve ancora lavorare molto su una adeguata formazione, in materia, delle Forze dell’Ordine, affinché non si sottovalutino racconti e denunce di chi vive una situazione al limite, prima che si concluda in modo drammatico. Un quadro a tinte fosche, quello che emerge. E che comporta che, il più delle volte, che chi commette una violenza domestica continui a pensare di rimanere impunito. E che chi la subisce, in parallelo, finisca per non essere minimamente tutelata, quando non viene paradossalmente colpevolizzata. Purtroppo, è un gioco delle parti ad altissimo rischio, dove le dinamiche individuali del partner più fragile e soggiogabile vanno di pari passo con quelle dell’altro, dominante e manipolatore e i due finiscono per attrarsi e cercarsi di continuo. Ma non c’è alcun amore dove ci sono violenza, svalutazione, umiliazione. Sarebbe fondamentale che, quando si è ancora in tempo, ai primi campanelli d’allarme, ci si rivolgesse a specialisti seri e competenti. Serve un aiuto concreto e professionale per spezzare un circolo vizioso fatto di controllo e dominanza psicologica da parte di un partner, spesso violento anche fisicamente, e, per contro, di subordinazione e paura da parte dell’altro membro della coppia. Prima che sia troppo tardi.

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