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Il senso della vita. Quando i cani ci insegnano a non avere paura

Società

Il senso della vita. Quando i cani ci insegnano a non avere paura

di Cristina Penco

In foto Daniela e Orazio

Avete presente Toto, il cane di Dorothy del Mago di Oz? È un Cairn Terrier, il più antico dei Terrier scozzesi. Agile, sveglio, simpatico, vivace, molto attivo: anche Orazio, che ha sette anni, è della stessa razza e presenta analoghe caratteristiche. Al fianco della sua proprietaria, Daniela Martinez, fino a pochi mesi fa Orazio scorrazzava indomito e instancabile, all’alba e al tramonto, per i campi, in un quartiere di Milano lontano dal centro e con zone ancora immerse nel verde e nella tranquillità. All’inizio del 2021, però, questo Cairn Terrier, mite e tenace allo stesso tempo, sempre pronto a schizzare fuori di casa per zampettare felice nell’erba, ha cominciato a rimanere immobile di fronte alla porta dell’abitazione dove vivono lui e Daniela. Orazio, dalla sera alla mattina, si è ritrovato a sbattere contro mobili e oggetti anche all’interno delle pareti domestiche. La sua padrona ha capito immediatamente che qualcosa non andava. A fine gennaio 2021 è arrivata la diagnosi di Sard, sindrome caratterizzata dall’insorgenza di una cecità improvvisa. Il trauma, per Daniela, è stato grande, anche perché, ci racconta, «i veterinari “tradizionali” oltre a emettere il verdetto in modo freddo e tecnico, non ti spiegano che cosa puoi e devi fare nel quotidiano, a partire dalle abitudini più semplici che fino al giorno prima erano la norma per il tuo cane e per te».

Ma la Martinez non è una che si abbatte facilmente. Come il suo Orazio, del resto. E così si è subito attivata, ha preso le prime informazioni online, ha chiesto in giro. Un’amica della “compagnia dei quattrozampe” del suo quartiere ha fatto ricerche online ed è arrivata alla Fattoria dei Semplici, una realtà di Oleggio, in provincia di Novara. Il suo fondatore, Luca Scanavacca, è un mediatore zooantropologico: costituisce, cioè, programmi per persone e animali normodotati o diversamente abili. Presso la Fattoria vivono animali che provengono da maltrattamenti e sequestri. Grazie all’intervento di Luca Scanavacca hanno raggiunto uno stato di serenità psicofisica tale per cui, oggi, partecipano con tutti i collaboratori della cooperativa alle attività di mediazione zooantropologica con adulti e bambini. «Quello che mi ha colpito fin dalla prima telefonata con Luca», ricorda Daniela «è che si è premurato di dirmi: “Non preoccupatevi. Vengo io da voi. È importante vedere Orazio nel suo ambiente”». La parola all’esperto.

Luca Scanavacca

Luca, la Fattoria dei Semplici nasce cinque anni fa come conseguenza naturale al successo di “Semplicemente sordo”, progetto nato esclusivamente per cani diversamente abili. Durante le vostre attività è l’essere umano a imparare nuovi insegnamenti dagli animali, a conoscere nuovi lati di sé stesso grazie alla disabilità dell’animale che si trova di fronte.
«I cani diversamente abili sono professori di vita. Dei maestri. Fanno della comunicazione non verbale una peculiarità importante. L’uomo – l’adottante medio – è in difficoltà su quelle che sono in primis le sue paure, l’idea di non poter utilizzare voce o gli occhi per comunicare col cane. La diversità porta paura. Io vado a colmare quella componente di paura che c’è tra l’ignoto, sconosciuto, diverso e quella che banalmente viene definita “normalità”. Subito nei proprietari subentra un aspetto pietistico, un sentimento che ci fa sentire che siamo umani, ma che poi viene travolto dal timore di non essere adeguati, di non bastare, di non riuscire a compensare i bisogni dell’animale. È qualcosa di sano, mette in discussione la persona. Io intervengo dando consigli sulla quotidianità, agevolando un lavoro soprattutto sulla persona e in minima parte sul cane. Insegno a non avere paura».

Quali sono i primi punti da tenere presenti quando, per esempio, ci si ritrova dalla sera alla mattina in una situazione come quella di Daniela e Orazio?
«Ciò che noi non dobbiamo permettere che avvenga è che si fermi il processo di inclusione del cane. L’animale deve sentirsi parte della società, il proprietario deve avere il coraggio di sperimentare e sperimentarsi in ogni contesto. Cambiano i ruoli. Dal momento dell’adozione, il leader emotivo è sempre stato il cane. Quando in lui compare la disabilità, il proprietario non ne è più un compagno, bensì è una guida che lo prende per mano, con l’orgoglio e soddisfazione nell’idea che ce la faranno insieme. Il proprietario diventa il compagno umano che ha il privilegio di condurre il cane attraverso quelli che sono i suoi schemi in una società che per lui, come nel caso di Orazio, ora è fatta di buio, ma continua a essere piena di rumori e di odori con i quali si orienta».

Qualche consiglio pratico?
«Bisogna imparare una nuova gestione del guinzaglio, che non è più strumento di contenimento, ma di comunicazione attiva, sempre presente. Attraverso di esso devo sentire la tensione che produce il mio cane, capire il perché di questo, e io a mia volta devo costruire un codice comprensibile per il mio cane, affinché possa capire dove stiamo andando. Se il mio compagno è diventato cieco all’improvviso, non devo accarezzarlo sulla testa: equivale a soffermarsi sul problema, sulla parte mancante. Involontariamente andremmo a mortificarlo. E la mortificazione porta noi e lui a rimanere inchiodati lì senza sperimentarci e senza metterci in discussione».

Come si può fare per la sicurezza domestica?
«L’istinto, o meglio, la paura, spingerebbe a rimanere fermi e a far restare immobile l’animale. Bisogna, invece, fargli conoscere spigoli e angoli, magari anche attraverso l’uso di oli essenziali. Servono a evocare ricordi che sono importanti per l’animale perché lo riconducono a delle esperienze. Si tratta di molecole naturali che possono aiutarlo anche a identificare la cuccia o il posto dove l’animale fa la pappa. All’interno di una mappa cognitiva più ampia sono punti importanti che servono al cane per rilevare le varie posizioni e dove si trova in quel momento. Sta a lui, poi, ottimizzare il senso dell’olfatto e adoperarlo in modo corretto».

Secondo una credenza diffusa quando compare una disabilità gli altri organi si potenziano. È così?
«No, questo è un errore comune. I recettori predisposti all’organizzazione di ogni singolo organo sono e restano quelli. Semplicemente si spostano perché, nel caso per esempio della cecità, l’immagine non c’è più. In questo modo acuiscono in modo differente il linguaggio degli altri sensi, che necessitano di parlarsi di più per arrivare a costruire un’immagine che non viene più vista. Parliamo di apprendimento latente: esperienza dopo esperienza, il cane impara a costruire dentro di sé un linguaggio nuovo con il suo cervello attraverso i sensi. Il proprietario deve avere pazienza. Le funzioni cerebrali, a livello cognitivo, hanno bisogno di tempo per costruirsi».

Orazio

Molti proprietari, soprattutto all’inizio, temono di sbagliare e di “non farcela”.
«Qui entra in gioco un aspetto sociale molto brutto, il concetto di errore. Non lo sopportiamo. “Il cane non deve sbagliare. Io non devo sentirmi inadeguato”. In questo passaggio, invece, che ci piaccia o no, accade. Per il cane, però, non è inadeguatezza, è esperienza per costruire una nuova percezione dello spazio circostante. Per noi è complicato accettarlo. Dovremmo cercare di placare queste nostre insicurezze e concentrarci sull’apertura mentale. Sotto questo aspetto gli animali sono molto più adattativi rispetto all’essere umano. Il sentirsi inadeguati genera nell’uomo il confronto, il percepirsi diverso e questo allontana anziché avvicinare, crea distanza e isolamento».

Essere un mediatore zooantropologico, in quei momenti, che cosa implica?
«Significa mettersi a disposizione per aiutare i fruitori ad affrontare una particolare situazione. Ma i veri protagonisti sono gli animali e i loro compagni bipedi, che devono trovare un nuovo modo di comunicare ed approcciarsi. Io sono solo il tramite»

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