Il telelavoro in Svizzera – intervista a Renato Ricciardi, segretario cantonale dell'Organizzazione cristiano sociale ticinese | Corriere dell'Italianità

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Economia

Il telelavoro in Svizzera – intervista a Renato Ricciardi, segretario cantonale dell’Organizzazione cristiano sociale ticinese

L’evangelizzazione informatica e i nuovi scenari del lavoro: un tema caldissimo che ha appassionato il dibattito politico e sociale negli ultimi anni! Soprattutto su come sarebbe cambiata la nostra vita e quali prospettive si stavano disegnando per il lavoro nella “società globale del rischio”. La crisi di Covid-19 ha messo in cortocircuito molte sicurezze ed ha impresso un’accelerazione notevole al lavoro remoto e in pochi mesi siamo passati dalla discussione su Industria 4.0 ai cambiamenti prodotti dallo smart working.

Il Ticino ha dovuto adottare le misure più dure per affrontare l’emergenza sanitaria, con evidenti effetti sull’economia e sul lavoro. Di questa nuova realtà ne parliamo con Renato Ricciardi, segretario cantonale dell’Organizzazione cristiano sociale ticinese (OCST), la più antica e radicata organizzazione dei lavoratori a Sud delle Alpi.

Ricciardi, con l’allentamento del lockdown sono ripartite le attività; le attenzioni sono ora concentrate su economia e lavoro. Grazie alle misure decise dal Consiglio federale, la Svizzera ha evitato il peggio, ma la disoccupazione è in aumento. Come vive il sindacato questa situazione inaspettata?

Per il nostro sindacato i prossimi mesi rappresentano una sfida drammatica e al tempo stesso una grande opportunità di crescita. Da una parte ci si attende un incremento della disoccupazione, soprattutto quando verranno meno le misure di sostegno finanziario messe in campo dalla Confederazione. Diversi residenti perderanno il lavoro e si sommeranno poi anche licenziamenti di lavoratori transfrontalieri i quali, pur non incidendo sul tasso di disoccupazione in sé, rappresenteranno comunque una perdita con conseguenti drammi per le famiglie. L’OCST ha reso attenti i datori di lavoro che andranno perse competenze importanti per le imprese e richiamato alla responsabilità sociale. Sarà però anche un tempo in cui verremo chiamati ad azioni di progressiva vicinanza ai lavoratori e alle aziende, il che ci costringe già ora a implementare nuovi strumenti e strategie di risposta alla crisi.

Uno degli ultimi rapporti dell’Oxfam prevede un tragico aumento della povertà a causa della pandemia e il fenomeno, come abbiamo visto, colpisce anche la Svizzera. Difesa del reddito e lotta alla precarietà sono quindi obiettivi prioritari…

La povertà e la precarietà potranno essere affrontate con un nuovo pacchetto di misure attive che sostengano la ripartenza delle imprese nel lungo periodo, senza scadere nella tentazione di impiegare troppe risorse nel puro assistenzialismo che dà invece risposte soltanto nel breve periodo.

Con il Covid-19 è aumentata considerevolmente la quantità del cosiddetto “lavoro agile”, lo smart working. Avete dati indicativi riguardanti la Svizzera e i settori in cui il lavoro da casa è stato prevalente?

Non sono ancora disponibili dati ufficiali. Tuttavia il nostro osservatorio privilegiato rimane il contatto e la relazione con i numerosi associati; dal confronto con essi è emerso in modo chiaro che l’ambito dove si è potuto utilizzare maggiormente questo strumento è quello del terziario. Siamo certi che a cavallo tra marzo e aprile moltissimi impiegati di ufficio hanno potuto proseguire la propria attività di lavoro svolgendola in remoto da casa e ci risulta che ancora oggi una buona parte di essi stia proseguendo con questo stesso strumento.

Secondo lei il lavoro agile e il lavoro a domicilio resteranno anche dopo l’emergenza sanitaria?

Devo dire che anche prima di questa crisi sanitaria il tema del telelavoro era già molto discusso e dibattuto nei diversi settori professionali: la spinta alla riflessione è arrivata spesso anche dal basso, ovvero dalle diverse rappresentanze di lavoratrici e lavoratori che chiedevano, soprattutto nelle diverse realtà del terziario, di poter adottare tale soluzione organizzativa per migliorare il bilanciamento tra il lavoro e la vita privata. È quindi per noi evidente che il tema rimarrà molto attuale anche nei prossimi mesi.

I sindacati e le forze politiche più attente ai diritti dei lavoratori hanno messo sotto la lente d’ingrandimento le conseguenze del lavoro a distanza. Si teme uno sconvolgimento dei modelli di tutela costruiti nel tempo. Cosa ne pensa l’OCST?

Di certo uno dei timori che abbiamo è che il lavoro da casa possa trasformarsi in una gabbia invece che in una grande occasione. La linea di confine tra opportunità e sfruttamento non è così ben delineata e non vorremmo che in una presunta condizione di migliore confort si tenda a non porre limiti alle performances richieste. Insomma il rischio c’è ed è per questo che come OCST ci stiamo mettendo nelle condizioni di studiare il tema non solo dal punto di vista legislativo e contrattuale, ma anche da quello organizzativo e quindi umano e psicologico.

Conciliare orari di lavoro e la propria esistenza entro le mura domestiche potrebbe aumentare lo stress a livello familiare. In Svizzera ci sono già norme giuridiche per il lavoro a distanza?

Lo smart working è un tema relativamente nuovo che non gode di particolari tutele nella legislazione svizzera. È solo di recente che il Tribunale federale svizzero ha statuito su aspetti specifici del lavoro da casa. Il problema più delicato riguarda come detto, il monitoraggio dell’orario di lavoro e il mantenimento di quel confine necessario tra lavoro e vita privata; il rischio è altrimenti quello di trasformare in lavoro tutta la propria vita, anticamera di fenomeni deleteri quali il burnout e la depressione.

Va poi citato il caso particolare dei lavoratori frontalieri i quali, in virtù dei Regolamenti comunitari, già ora possono effettuare in telelavoro al massimo il 25% del tempo totale annuo di lavoro (superando questa soglia l’azienda svizzera sarebbe infatti costretta a pagare i contributi all’INPS).

Retribuzione, ferie, orario di lavoro, affitto degli spazi domestici e controllo: sono questi i principali punti di discussione dello smart working. Non c’è il rischio che aumenti di molto l’individualizzazione del rapporto di lavoro?

Ogni strumento può essere utilizzato nel bene e nel male. Lo smart working resta una grande occasione per incrementare la conciliabilità tra lavoro e famiglia, tuttavia esso dovrà rimanere complementare alle forme tradizionali di lavoro. Solo le relazioni sociali producono un confronto sincero tra colleghi, quindi uno sviluppo, un cambiamento e una crescita professionale del soggetto.

In definitiva, il nostro sindacato vuole essere presente in questa partita. Per questa ragione – laddove possibile – lo smart working e la sua regolamentazione saranno argomenti costanti di dialogo e confronto con i lavoratori, le imprese e le istituzioni.

 

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Franco Narducci

Nato a S. Maria del Molise (IS) nel 1947. Fino al 1981 ha lavorato nel settore dell’ingegneria edile. Ha diretto l’ENAIP del Cantone Argovia e dal 1985 al 1996 l’ENAIP nazionale Svizzera. Nel 1996 è d ... Vedi profilo completo

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