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Cultura

Immersioni in mondi paralleli 

di Domenico Palomba

Sono nato in una città di mare. E quando nasci al mare, si sa, il mare te lo porti dentro, ti accompagna per tutto il resto della vita. Lo cerchi al mattino quando ti svegli, ne invochi gli odori e i rumori di sera, prima di andare a letto.

Se credessi in più dei, certamente il mare sarebbe una divinità principe. È coinvolgente, ammaliante, misterioso nella sua grandiosità ed imponenza. Capace di calmare gli animi più tumultuosi in bonaccia, ed al contempo di sovvertire e distruggere interi paesaggi in pochi minuti.

Da ragazzo amavo le immersioni in apnea, credo che sia comune a molti, certamente contribuiscono gli umori adolescenziali, la voglia di superare il limite, la costante sfida verso le forze della natura.

Crescendo, ho coltivato la passione e ho voluto prendere un brevetto da Open Water Diver, per la subacquea ricreativa. Per me ha rappresentato la naturale evoluzione di quello che adoravo da piccolo: il contatto sempre più intimo e profondo con quello che considero essere il mio “secondo” habitat naturale, quello che mi ospita quando ho bisogno di rilassarmi lontano dai ritmi frenetici che la vita mi impone.

Con mio grande stupore, ho realizzato che molti miei colleghi di lavoro condividono la stessa passione per la subacquea e mi sono chiesto come mai persone apparentemente così diverse fossero accomunate da una passione così forte per quello che considero un hobby “di nicchia”.

Mi sono interrogato a lungo e mi sono dato una spiegazione.

Fare subacquea è come avere la possibilità di osservare il mondo con gli occhi di uno spettatore alieno. Tutte le percezioni sensoriali sono alterate, dalla vista al tatto. Questo permette alle persone particolarmente curiose, quali tutti i miei colleghi devono necessariamente essere per il tipo di lavoro che svolgono, di sperimentare con mano un dilemma millenario: la realtà è vera per sé, oppure è null’altro che la rappresentazione che essa assume nella nostra mente? In altre parole, sono i nostri sensi che fanno la realtà quale essa è?

Durante un’immersione subacquea, le normali forze della gravità alle quali siamo sottoposti vengono sovvertite, i colori e le luci ai quali siamo abituati smettono di apparire tali, persino il movimento del mondo intorno a noi avviene in modo completamente diverso.

Si sperimenta così di persona, sebbene in un piccolo microcosmo, il terreno su cui molti filosofi e fisici si battono da secoli. La realtà appare d’un tratto diversa da quella alla quale siamo abituati, e lascia il secolare interrogativo: è davvero tutto così diverso là fuori o è tutta colpa dei miei sensi, poco adatti a questa realtà così diversa?

Mi vengono in mente i primi filosofi, Platone in primis, con il suo mito della caverna, come i tanti esperimenti della fisica moderna dove la nostra comprensione dei fenomeni naturali va oltre le nostre capacità sensoriali: fenomeni come l’entanglement quantistico dove particelle subatomiche sembrano violare le più elementari regole di “località”, subendo azioni a distanze siderali in maniera immediata, a dispetto delle regole imposte dalla consolidata teoria della relatività. Similmente, fenomeni sfuggenti quali la sovrapposizione degli stati quantici, la capacità di una particella subatomica di avere una sua particolare proprietà (velocità, posizione, momento magnetico) indefinita soltanto fino a quando un osservatore esterno (uno strumento, non importa quanto veloce, preciso, performante…) non effettua una misurazione. Come per magia, la sovrapposizione smette di esistere, e la particella torna ad assumere valori più certi per la sua proprietà.

Einstein, che con le sue acute osservazioni sul fenomeno fotoelettrico ha dato inconsapevolmente il via allo sviluppo della Meccanica Quantistica, l’ha fermamente ricusata sostenendo che “la luna continua ad esistere anche quando non la guardiamo” difendendo fino all’ultimo respiro dei principi che considerava sacrosanti: il principio della separabilità (gli enti fisici si comportano in modo del tutto indipendente ed irrelato, senza influenzarsi, quindi, reciprocamente), quello della realtà (gli enti fisici hanno una consistenza ed esistenza reale ed obiettiva) e quello della località (gli eventi riguardanti un ente fisico sono circoscritti e confinati ad un determinato luogo e non possono essere pensati come provenienti da altri luoghi, magari lontani).

Purtroppo Einstein aveva torto. Nel 1964 John Bell ha messo fine all’annosa disputa costringendo anche gli irriducibili ad ammettere che nel mondo microscopico tali principi vengono compromessi e che non è possibile considerare l’osservato separatamente dall’osservatore (separabilità), così come non è possibile considerare le entità fisiche reali fino a quando non vengono realmente misurate (realtà), e che anche le leggi della località possono essere violate.

Questo ha dato luogo a un altro modo di vedere il mondo, riconsiderando in maniera più “olistica” lo studio dei fenomeni fisici, in cui una parte rimanda necessariamente al tutto, dove osservatore ed osservato sono fortemente connessi.

Ed è proprio questo senso di appartenenza al tutto che si sperimenta durante un’immersione. È la sensazione di enorme coinvolgimento, una fatale attrazione di un mondo solo all’apparenza a noi estraneo, a cui però ci si sente ancestralmente legati, la principale motivazione per la maggior parte dei subacquei. Ogni volta una nuova entusiasmante e coinvolgente scoperta.

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