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Cultura

Innovazione, digitalizzazione e partecipazione: il successo dei musei al passo coi tempi

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Postazioni interattive, corsi di yoga, performance di danza e mostre virtuali sono i nuovi approcci di fruire l’arte nei musei

di Paola Quattrucci

Luoghi esperienziali e innovativi, così oggi sono percepiti i musei e i pubblici li premiano: lo provano i dati sugli ingressi e sulla frequenza delle visite in continua crescita. Come si spiega un tale successo? Senza entrare nel recente dibattito, ancora in corso, sulla nuova definizione del museo (l’ultima risale al 2007), l’offerta culturale, che incorpora le tradizionali funzioni museali di acquisizione, conservazione, ricerca, esposizione e comunicazione guarda a una domanda sempre più attenta e articolata che ha indotto gli esperti del settore a tracciarla, ricorrendo a indicatori più sofisticati. Avendo messo al centro il visitatore, il museo ha sostituito quel modello di comunicazione unilaterale che gli conferiva in passato un ruolo autorevole di indottrinamento (sempre unito al piacere estetico) incoraggiando una fruizione culturale più partecipata.

Ed ecco come, nel caso del Dancing Museums. The Democracy of Beings, un progetto di ricerca finanziato da Creative Europe (2018-2021), la danza entra nello spazio museale per favorire l’incontro tra opere d’arte e visitatori, chiamati a sperimentare nuovi approcci di fruizione se non a volte a co-creare contenuti in una logica di co-progettualità. Questo il senso del Tate Exchange a Londra, uno spazio creativo, aperto a tutti, che arricchisce le proposte curatoriali della Tate Modern. Il Museo Nazionale di Varsavia, nell’ambito di un progetto didattico altamente partecipativo, affidò nel 2016 a dei bambini l’organizzazione di una mostra da preparare in sei mesi. Al Museo del Violino di Cremona è facile imbattersi in postazioni ludico-didattiche per piccoli visitatori, disseminate lungo i percorsi. Il Pasquart Kunsthaus Centre d’Art a Biel e il Lac di Lugano hanno fatto della mediazione culturale una funzione strategica, favorendo un processo di allargamento e di diversificazione dei pubblici con una ricca proposta di attività (laboratori d’arte, corsi di yoga, seminari) profilata sui target. Sono anni che il Palazzo Madama a Torino porta avanti il progetto Madama Knit: incontri di lavoro a maglia diventate vere attrazioni, parallele alle mostre che generano anche introiti per il museo.

Alcuni musei varcano addirittura le proprie mura (outreach) conquistando nuovi spazi di visibilità: nel 2013 il Rijksmuseum di Amsterdam, dopo dieci anni di interventi di restauro, pubblicizzò l’evento della sua imminente apertura con una performance artistica in un centro commerciale.

Le nuove politiche culturali, incentrate su piani di marketing territoriali con l’obiettivo di rendere più attrattivi certi luoghi e rivitalizzarli, si agganciano alle logiche del turismo culturale, attivando circoli virtuosi. Ne nascono nuovi percorsi e narrative efficaci che hanno impatti positivi (non solo economici) su tutto il sistema produttivo locale a beneficio delle comunità del posto. In questo modo fu concepito il Guggenheim Museum Bilbao che ebbe sorprendenti ricadute positive su tutto il sistema economico dei Paesi Baschi registrando più di 1.360.000 entrate nei primi 12 mesi. Più recentemente il museo d’Arte Contemporanea nel villaggio di Susch sulle Alpi Svizzere, nato, per volontà di una generosa mecenate, dal recupero di spazi inutilizzati di grande valenza storica, dopo la sua apertura nel gennaio del 2019, è diventato già una tappa del turismo culturale svizzero.

Non da ultimo il fenomeno della digitalizzazione ha influito sulle modalità di fruizione coinvolgendo nuovi pubblici, a patto che in futuro non favorisca condizioni di cultural divide e non contribuisca a consolidare una minoranza elitaria.

Tavoli touch screen, postazioni interattive, videoinstallazioni: è cambiato il modo di narrare l’arte e gli elementi visuali si intrecciano spesso con quelli testuali e sonori. I consumi culturali sono più ricettivi sia a modelli di contaminazione che a nuove forme d’arte come le mostre virtuali: Klimt Experience, progetto virtuale ospitato nel 2017 nella Reggia di Caserta ha fatto riflettere sul rischio di una perdita di contatto con l’opera d’arte. Il gaming, altra modalità sperimentale di involvement, oltre lo storytelling, conquista nuovi pubblici: il videogioco Father and Son, prodotto dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ha fatto registrare l’anno scorso 8.500 check-in nel museo. Altro esempio di storydoing è il recente social network Muzing che favorisce incontri di persone nei musei interessate alle stesse mostre.

Sempre più ancorati alla contemporaneità, i musei si fanno spesso portavoce di temi di attualità come i trenta blocchi di ghiaccio dell’Ice Watch London in scioglimento davanti alla Tate Modern a simbolo dei cambiamenti climatici; con lo stesso obiettivo di sensibilizzazione, l’anno scorso è nato il Climate Museum a New York; così la mission del recente Museu do Amanhã (Museo del Domani) a Rio de Janeiro, “esplora le opportunità e le sfide che l’umanità affronterà nei prossimi decenni in una prospettiva di sostenibilità”.

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