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Intervista a Roberto Bolle. Io, Nureyev e la perfezione (che non esiste)

di Silvia Tironi

Roberto Bolle è pura poesia. Una poesia scritta in punta di scarpetta. Quando danza tutto attorno tace, mentre il cielo si illumina della sua stella più bella. La nostra Ètoile, partita ancora bambino da Vercelli per inseguire il sogno e trovare il suo posto nel mondo. In quel mondo che oggi ce lo invidia. Perché Roberto, diciamocelo, è pura magia.

Roberto, provi a descriversi attraverso tre immagini: una del passato, una del presente, una del futuro. Quali istantanee della sua vita pesca dall’album dei ricordi e delle fotografie?
“Vedo un bimbo innamorato della danza che prega la madre di portarlo a scuola di ballo con una determinazione da adulto, un uomo ancora innamorato della propria arte, sempre più consapevole dell’importanza del proprio ruolo nel panorama della danza italiana e, per il futuro, mi vedrei bene a creare grandi eventi di danza oltre che a trasmettere ai giovani la mia esperienza e il mio amore per quest’arte meravigliosa”.

C’è un momento esatto in cui ha avuto piena consapevolezza che il suo futuro avrebbe fatto rima con danza, che sarebbe stata la sua più grande e assidua compagna di vita?
L’ho capito sin da quando ero molto piccolo, quando ho cominciato a muovere i primi passi. È una passione che è nata spontaneamente, è qualcosa che ho dentro che mi ispira, mi guida, mi comanda. Sin da bambino ho trovato nel movimento il mio linguaggio d’elezione, così come sin da piccolo ho imparato a leggere il mondo in termini di danza, di ritmo”.

Com’è il mondo di Bolle?
È un mondo in cui ci si esprime tramite il movimento e in cui tutto è ritmo; il vero linguaggio che sottende l’universo è un’armonia a volte dolce, a volte tormentata, a volte divertente, altre passionale”.

Qual è il Best of della sua carriera?
Ci sono “Best of” incredibili: penso a quando ho danzato per la Regina a Buckingham Palace, per le Olimpiadi di Torino e per il Papa in piazza San Pietro. Ognuno di questi eventi rappresenta l’apice assoluto per una carriera”.

Per raggiungere la perfezione artistica ci sono voluti disciplina, sacrificio, passione; tanta fatica, insomma. Ma nel suo caso ne è valsa davvero la pena, evidentemente…
Per me è stato un lungo processo di costruzione che però mi ha dato un valore umano impagabile”.

Se avesse in mano il telecomando della sua vita con il tasto rewind, lo utilizzerebbe?

La mia vita è una continua sorpresa, con traguardi che si rinnovano sempre. Non sono un uomo che guarda al passato se non per trovare la forza di affrontare il futuro. Non torno indietro, guardo avanti per me e per quello che sono i miei obiettivi”.

Il primo dell’anno, nonostante le innumerevoli difficoltà, lei ha voluto onorare l’appuntamento con gli italiani con il suo spettacolo ‘Danza con me’, che da quattro anni l’1 gennaio tiene compagnia su Rai 1. Quanto è stato importante esserci?
“Mai come in un momento come questo è stato importante esserci. In un periodo terribile in cui lo spettacolo, l’arte e il mondo sono paralizzati, tenuti in ostaggio dalla paura, mi piaceva pensare a ‘Danza con Me’ come a una trincea di resistenza, dove custodire e difendere l’Arte e la bellezza, nell’attesa di poter tornare a riprenderci i nostri spazi”.

Che cos’è l’arte?
L’arte è vita, è la custode della nostra umanità migliore, è la spinta che ci ricorda quello che siamo e ci fa vedere quello che potremmo e potremo tornare ad essere, pensare, creare. L’arte e lo spettacolo sono ristoro per l’anima e per lo spirito. È importante non dimenticarlo. Che sia un tempo sospeso, ma al quale non bisogna abituarsi. In un momento così difficile, così duro e così buio per l’umanità bisogna ripartire dall’arte e dalla cultura. Ci può dare conforto, gioia, bellezza, è quello che veramente ci può far rinascere, è la luce in fondo al tunnel”.

Che rapporto ha con la notorietà?
Ottimo direi. Sono felice di rappresentare per molti un orgoglio nazionale e anche di essere un esempio per tanti giovani. Intorno a me c’è sempre molto affetto ma anche molto rispetto, non ne sono mai infastidito o preoccupato. Sono oggetto sempre di grande rispetto”.

Lei è il simbolo della bellezza, dell’eleganza, della perfezione: che cos’è la bellezza per lei? È qualcosa che ha sempre inseguito o è stata un dono che Madre Natura le ha fatto?
Madre Natura sicuramente ha posto le basi su cui lavorare, dopodiché la vita del ballerino è un continuo allenamento, una continua aspirazione alla perfezione che non si raggiungerà mai. Un’aspirazione però che diventa anche etica, morale. Lontana anni luce dall’inganno e dalle scorciatoie, si diventa quello per cui si è lavorato senza bluff. In questo è un’arte molto meritocratica, la mattina alla lezione a teatro ci si riunisce tutti nella stessa sala ballo, tutti sotto gli occhi di maestri che ti correggono, di uno specchio che non racconta bugie”.

Roberto Bolle al pianoforte (© Francesco Prandoni)

A proposito di specchio ‘Parole che danzano’ è la sua fatica letteraria e in essa lei racconta il suo universo attraverso immagini e parole. Un viaggio artistico e lessicale, un ritratto intimo e fedele del più grande ballerino italiano, per capire nel profondo l’essenza della sua arte. Come ha selezionato le immagini che troviamo nel volume?
Ogni foto ha un significato, un sapore e un’energia particolare. Volevo raccontare me, la mia vita e quello che c’è dietro a tutto quello che ho fatto in questi anni”.

Prima parola del libro è arabesque, che rimanda a uno degli incontri più importanti della sua vita, quello con Rudolf Nureyev. Che cosa ha rappresentato?
“Nureyev amava particolarmente la posizione dell’arabesque, ne metteva in quantità esagerate nelle sue coreografie. Ho anche abbastanza sofferto per questa sua ossessione. L’incontro con il mito è avvenuto a soli 15 anni e quell’incontro ha rappresentato tantissimo per me. Grazie a quell’incontro sono riuscito poi ad avere sicurezza, certezza e fiducia nelle mie possibilità proprio nel momento in cui mi affacciavo a diventare un ballerino professionista. Ci sono ancora tante insicurezze, tante incertezze e tanti dubbi, ma l’essere stato scelto da lui per il ruolo in ‘Morte a Venezia’ ha significato tutto per me”.

Ci racconta quell’incontro?
“Avevo appena finito le prove, mi sono ritrovato in sala ballo da solo, cosa strana, perché in una scuola di danza di solito non si rimane da soli. Lui è entrato per fare il suo allenamento quotidiano, io stavo per andare via e lui mi fermò. Mi chiese di fargli vedere quello che sapevo fare, mi disse di fare la sbarra. Stavo ancora per andare via, ma lui mi ha fermato di nuovo e mi ha fatto delle correzioni: l’impostazione del corpo, il lavoro dei piedi, mi ha detto come dovevo fare meglio degli esercizi e mi ha chiesto di rifare tutto pensando a quelle correzioni. Dopo gli esercizi, ho ripreso le mie cose e sono praticamente fuggito.  Il suo manager mi ha chiamato per dirmi che mi aveva scelto per un ruolo in ‘Morte a Venezia’. Quello è stato uno dei momenti più incredibili della mia vita”.

Ma qualcosa andò storto…
Non feci quel ruolo perché ero troppo piccolo: c’erano problemi di permessi. Fu per me un momento di grande disperazione, una tragedia, pianti, lacrime, sembrava che tutto finisse lì. In realtà con la consapevolezza del poi è stato meglio così perché non sarei stato in grado di affrontare quel momento, quella tensione e il carattere difficile di Nureyev”.

Sempre sotto la lettera A c’è “amore”: che cos’è per lei?
Il grande amore della mia vita è stato ed è la danza, intesa come passione. Le più grandi rinunce e i sacrifici maggiori, che per me sono stati grandi atti d’amore, li ho fatti proprio per seguire questa mia passione”.

A come assolo: nella vita ha dovuto affrontare un “assolo” che fa paura, la solitudine. Alla fine siete per così dire diventati “amici”, conviventi…
La vita del ballerino è di tanta solitudine, di dialoghi con se stessi, di concentrazione. È una vita condizionata, legata a ritmi, abitudini rigide. Ma non sono un uomo solo, per nulla. Ho molti amici, una famiglia che amo e che mi ama e affetti stabili”.

Alla lettera C c’è la parola cadere. Ci racconta una caduta che ha fatto particolarmente male?
Sono caduto tre volte faccia a terra: nel Lago dei cigni, all’Arena di Verona nella Gioconda e a Tokyo. Tutti cadiamo nella vita e in scena, l’importante è sapersi rialzare. Bisogna sempre saper trovare un nuovo inizio dopo la caduta. Nonostante tutta la pratica, io ancora non riesco a farlo serenamente”.

Ci vuole anche tanto coraggio. Qual è stato il suo più grande atto di coraggio?
Il coraggio di non mollare mai, di ricominciare tutte le mattine. Di lasciare casa a 11 anni per seguire la danza, di affrontare gli infortuni e rimettersi in piedi. Il coraggio di sperimentare sempre, non aver paura del diverso”.

Lei è stato a lungo un “marziano” che è poi sceso sulla terra e ci ha fatto entrare nel suo mondo. Come si diverte una star come lei?
Io sono una persona molto pacata e riservata. Non ho mai sentito il bisogno di sconvolgermi per divertirmi. Amo passare il tempo libero con gli amici, fare cene, andare al mare, leggere, vedere film. Sono calibrato nel profondo, mi piacciono le cose tranquille. Però durante il lockdown mi sono dilettato ai fornelli preparando la torta al cioccolato. Il cioccolato è un peccato al quale non so resistere”.

D come danza…
La danza per me tutto, è la mia vita, la mia passione, la mia compagna di vita. È il linguaggio dell’anima, esprimere quello che ho dentro, la mia essenza nella maniera più pura. La danza mi ha permesso di essere il Roberto che sono oggi”.

E come esempio: quanto si sente di ispirazione per i giovani e sente la responsabilità di esserlo?
Sento molto la responsabilità del fatto che molti giovani mi guardino come un esempio. Voglio essere un esempio concreto di come si raggiungono i risultati attraverso un lavoro costante e quotidiano, cercando di puntare alla qualità, alla concretezza. Bisogna avere delle fondamenta vere, non arrivare a un successo effimero cercando a tutti costi il successo. Questi e altri messaggi per me sono molto importanti da trasferire per i giovani.

Che insegnante è?
“È un ruolo abbastanza nuovo per me, però mi piace molto. Mi piace trasmettere il mio bagaglio, i segreti, quello che io ho imparato in tanti anni. Il lavoro con i giovani mi piace molto. Cerco di essere una guida, un aiuto. Non sono un insegnante molto duro, lo sono più con me stesso”.

Passiamo alla M come mano: la più importante che le è stata tesa e alla quale si è aggrappato?
Quella della famiglia che mi ha sostenuto in ogni fase di questa lunga e incredibile carriera. A lei devo essere grato per tutto. Mi ha dato l‘esempio, i valori, la libertà di scegliere. I miei genitori sono stati veramente un grande aiuto, un grande supporto e un grande punto di riferimento sempre, anche quando ho iniziato a girare il mondo. Per me quel punto di riferimento è stato fondamentale”.

 “Nessuno è nato sotto una cattiva stella, ci sono semmai uomini che guardano male il cielo”. È una frase che conosce bene. Quando guarda il cielo sopra di le qual è la stella più bella che vede?
Quella della danza, chiaramente, che vorrei che vedessero tutti. Lavoro per questo tutti i giorni”.

Torniamo al concetto dello specchio, il nostro giudice infallibile: che cosa vede quando si guarda allo specchio?
Noi ballerini abbiamo un rapporto di amore e odio con lo specchio, il nostro giudice implacabile. Io quando mi specchio – e lo faccio tutti i giorni per diverse ore al giorno – ci vedo la metafora dell’umanità: la continua ricerca dell’infinito e della perfezione che non si raggiunge mai. Il sogno è la nostra possibilità di felicità”.

L’ultima parola è sogno.
I sogni sono il cibo dell’anima. Dobbiamo proteggerli, crederci con tutti noi stessi, inseguirli e farli diventare materia. Non dobbiamo aver paura che un sogno muoia, perché i sogni non muoiono mai. Cambiano assieme a noi, crescono, si evolvono. Ne abbiamo diritto come dell’aria che respiriamo. Nessuno ce li può togliere. I sogni credono in noi tanto quanto noi crediamo in loro. I sogni sono la nostra possibilità di felicità”.

Il Covid ci cambierà?
La natura, il pianeta ci stanno dando la possibilità di essere più consapevoli e di ridare il giusto equilibrio a un sistema che abbiamo portato ad essere fortemente squilibrato, inquinandolo e trattandolo nel peggiore dei modi. Credo però che alla fine non sfrutteremo questa possibilità, se così possiamo definirla, che ci viene fornita nella tragedia che stiamo vivendo e che temo avrà solo effetti negativi sulla socialità, sulla umanità e sul calore verso gli altri”.

E lei come sarà?
Credo che di questa esperienza mi porterò dietro il fatto di apprezzare tante cose che prima davo per scontate. Spero di riuscire davvero a dare il giusto valore alla libertà e a vivere in maniera più consapevole la mia quotidianità”.

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