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Io e la matematica (per non parlare della fisica)

di Franco Gioacchino, insegnante di Matematica e Fisica

La passione per la matematica si è fatta strada dentro di me, senza che ne fossi cosciente, negli anni del liceo-ginnasio, quando il prof. Papiri, con i suoi modi semplici da abruzzese verace, tra un proverbio contadino e una scivolata dialettale, ci portava per mano tra equa- zioni e teoremi: seguendo le sue parole chiare, stringate ed efficaci, questi diventavano all’improvviso facili e alla nostra portata, e non più un imbroglio inestricabile di simboli astrusi e logicamente sconnessi.

Così, dopo la maturità, decisi di scegliere non Lettere o Giurisprudenza o magari Medicina, come è tradizione per chi esce da un liceo classico, ma quella materia magica fatta, per chi non si fa spaventare dalle apparenze, di meravigliose, geniali dimostrazioni, commoventi se si ha la coscienza che anche ad esse si deve il progresso dell’homo sapiens dalla pietra focaia alla fantastica tecnologia che oggi accompagna le nostre esistenze.

All’università ho conosciuto eccellenti professori che possedevano l’arte sublime di rendere facili le cose difficili. Uno in particolare mi colpì, il prof. Giacomo Saban, vice rabbino della comunità ebraica di Roma; tra tutti, il suo metodo didattico era sicuramente quello più utile alla comprensione e allo studio: durante le lezioni di Geometria 1, sulla sterminata lavagna dell’aula magna, scriveva ogni singola parola della spiegazione, con una rapidità e una chiarezza grafica sorprendenti tali che gli studenti non dovessero far altro che studiare e assimi- lare gli appunti presi a lezione: questi infatti riproducevano fedelmente, senza equivoci, il filo logico delle sue lezioni. Pensai: “Se un giorno sarò insegnante voglio essere come lui, perché non c’è modo più efficace e generoso verso i propri studenti di fare questo mestiere”. Qualche anno più tardi, già due settimane dopo la discussione della tesi di laurea, ho avuto la prima supplenza: 18 ore al biennio del liceo scientifico de L’Aquila fino alla fine dell’anno scolastico. Benedetti quei tempi, quando gli studenti meritevoli, dopo la laurea, trovavano presto lavoro, e benedetta Matematica, che tra le facoltà era una tra le maggiormente richieste dalle compagnie d’informatica e dalla scuola! Ho cercato sempre di mantenere il mio proposito, riempiendo la lavagna con il testo integrale delle mie spiegazioni, e andando via da scuola quasi sempre coperto da capo a piedi di gesso, come un mugnaio uscito dal mulino. Sono passati più di trent’anni da quel primo incarico, ma le stesse di allora sono la gioia e l’autentica emozione che provo quando gli studenti risolvono un problema di matematica o di fisica, dimostrandomi concretamente che il mio sforzo di chiarezza e la cura con cui ho preparato lezioni e verifiche hanno dato i frutti sperati.

Ogni insegnante ha la sua teoria riguardo al nostro mestiere; la mia è che le dotazioni elettroniche di cui possiamo oggi disporre sono un supporto utilissimo per rendere più accattivante e interattiva la nostra azione didattica. I tanti progetti che si susseguono durante l’anno scolastico sicuramente rappresentano un arricchimento culturale importante per i nostri studenti. Ma non bisogna assolutamente scambiare né gli uni né gli altri per la sostanza della “nuova scuola”, perché a mio parere il dovere morale dell’insegnante è, come è sempre stato, quello di rimboccarsi le maniche e lavorare, prima a casa per preparare le lezioni, poi in classe per renderle comprensibili e farle assimilare dagli studenti, e non considerare finito il proprio lavoro finché anche l’ultimo della classe non abbia conseguito una preparazione accettabile. Questo è quello che sto facendo al Liceo Vermigli.

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