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L’Italia riscopre l’estetica del presidenzialismo

Nel vuoto pneumatico della discussione parlamentare, paralizzata dall’emergenza COVID-19, l’Italia riscopre l’estetica del presidenzialismo. L’uomo solo al comando, come testimonia la storia del ‘900, è un modello vincente in tempo di crisi, quando il potere di pressione dell’opinione pubblica arretra e le incertezze trasecolano nel panico.

L’Italia del 2020 ha il suo uomo, così diverso dagli stilemi del “Grande dittatore” o dalle pellicole dell’archivio Luce, ma nondimeno affascinante dal punto di vista storiografico. Giuseppe Conte, dall’epidemia, è uscito più forte di prima, radunando attorno a sé un tasso di fiducia del 59%, in costante progressione durante il picco dell’emergenza. “L’ordinamento giuridico italiano” ha spiegato diffusamente in varie interviste di questi tempi “mal si attanaglia allo shock di una crisi di questo tipo”. Ed ecco allora che, a suon di decreti, il sistema Italia ha trovato la scorciatoia per bypassare le lungaggini del bicameralismo perfetto, concepito proprio per evitare il ripetersi dell’esperienza fascista e l’accentramento dei poteri in un unico organismo. Da una parte la stella polare della Costituzione, dall’altra il potere evocativo dei decreti d’urgenza, i cui nomi “Cura Italia” e Decreto Rilancio”, già evocano scenari paternalistici a dir poco demodé, seppur estremamente efficaci.

Da Zaia a Bonaccini: il paradigma dell’uomo solo al comando è modello vincente anche all’interno delle singole Regioni.

Un paradosso, l’ennesimo della storia italiana, che va di pari passo con un altro, inedito: se il paradigma dell’uomo solo al comando è modello vincente a Roma, lo stesso accade – mutatis mutandis – anche all’interno delle singole Regioni – i cui governatori pagano lo stesso pegno di oneri e onori.

Tolto il governatore campano dem De Luca, che in controtendenza rispetto ai colleghi, non ha sottoscritto l’intesa tra Governo e Conferenza delle Regioni sulle riaperture, accusando il Governo di volere scaricare tutta la responsabilità sulle Regioni, il governatore veneto Luca Zaia (Lega) ha già, presso gli italiani, un tasso di fiducia superiore a quello di Meloni e Salvini, tanto da far credere a molti in un futuro nel Carroccio come leader nazionale. Una fiducia maturata dalla “gavetta” delle dirette su Facebook, dai costanti aggiornamenti e apparizioni, dalla riuscita illusione del dono dell’ubiquità che solo il connubio di rete e media può garantire. Ovunque e dappertutto.

Un po’ come il collega Bonaccini che nella non più rossa Emilia si è speso in lungo e in largo, dimostrando che il gap elettorale ottenuto dalla sua persona alle ultime elezioni regionali nei confronti del suo partito di riferimento il Pd (il presidente ha superato il 50% nonostante il Pd si sia attestato al 35% in Regione) è più solido del disastro di Piacenza, città di confine che conta tassi di mortalità e contagio da COVID da maglia nera (l’ultima stima “ufficiosa” è di 85 mila contagi su 300 mila abitanti). A differenza delle altre province emiliano-romagnole.

A differenza, soprattutto, della vicina Lombardia, dove analoghe percentuali hanno fatto crollare il mondo addosso ad Attilio Fontana, considerato responsabile in primis assieme all’assessore Giulio Gallera, della malagestione sanitaria di Rsa (Albergo Pio Trivulzio su tutti) e cliniche private. Da protagonisti, nel bene o nel male, si pagano gli errori, ma non in egual modo: dove il sistema sanitario è a maggioranza privata si paga lo scotto di morti correlate inevitabilmente – secondo l’opinione pubblica – a logiche di profitto. Dove, invece è pubblico, come a Piacenza, ce la si prende con le singole direzioni sanitarie di questa o quella clinica, mentre governatore regionale e direttori AUSL ne escono indenni, nonostante i numeri sanciscano – oltre ogni ragionevole dubbio – che qualcosa sia andato storto anche nella gestione degli ospedali. Errori in malafede i primi, in buonafede i secondi. Da protagonisti, a volte, in questo paese, basta ricorrere a un caposaldo dell’etica cattolica, quello delle buone intenzioni, per aver salvi faccia e pelle.

 

 

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Pier Paolo Tassi

33enne laureato in filosofia a Torino, da quattro anni si occupa della gestione di diversi piccoli centri di accoglienza per richiedenti asilo nella provincia di Piacenza. Nel tempo che resta, scrive ... Vedi profilo completo

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