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Politica italiana

Italiani nel mondo: è il tempo delle scelte

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di Delfina Licata, curatrice Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes

Dopo aver dedicato le ultime edizioni ai territori di partenza, alle città di approdo, ai principali paesi di destinazione della neo-mobilità giovanile italiana, il Rapporto Italiani nel Mondo 2019 si interroga e riflette sulla percezione e la conseguente creazione di stereotipi e pregiudizi che hanno accompagnato il migrante italiano nel tempo e in ogni luogo. Si tratta di una annualità dove il fare memoria di sé diventa occasione per meglio comprendere chi siamo oggi e chi vogliamo essere.

Risvegliare il ricordo di un passato ingiusto non per avere una rivalsa sui migranti di oggi che abitano strutturalmente i nostri territori o arrivano sulle nostre coste, ma per ravvivare la responsabilità di essere sempre dalla parte giusta come uomini e donne innanzitutto, nel rispetto di quel diritto alla vita che è intrinsecamente, profondamente, indubbiamente laico. Siamo dunque chiamati prima di tutto come persone, ma anche come professionisti, studiosi, impegnati a vario titolo nella società a scegliere non solo da che parte stare, ma anche che tipo di persone vogliamo essere e in che tipo di società vogliamo vivere noi e far vivere i nostri figli, le nuove generazioni.

Dal 2006 al 2019 la mobilità italiana è aumentata del +70,2% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE a quasi 5,3 milioni.

Da gennaio a dicembre 2018 si sono registrati fuori dei confini nazionali per espatrio 128.583 italiani, quasi il 45% donne in 195 destinazioni del mondo soprattutto euroamericane. L’attuale mobilità italiana continua a interessare prevalentemente i giovani (18-34 anni, 40,6%) e i giovani adulti (35-49 anni, 24,3%).

Si tratta soprattutto di single o di nuclei familiari giovani, donne e uomini spesso non uniti in matrimonio ma con figli: i minori sono infatti il 20,2% degli oltre 128 mila ovvero quasi 26 mila. Continua, quindi, la dispersione del grande patrimonio umano giovanile italiano. Capacità e competenze che, invece di essere impegnate al progresso e all’innovazione del Belpaese, vengono disperse a favore di altre realtà nazionali che, più lungimiranti dell’Italia, le attirano a sé, investono su di esse e le rendono fruttuose al meglio trasformandole in protagoniste dei processi di crescita e di miglioramento. Questo clima di fiducia rende i giovani (e i giovani adulti) expat italiani sempre più affezionati alle realtà estere che, al contrario di quanto fa la loro Patria, li valorizzano sostenendo le loro idee e assecondando le loro passioni.

I ritorni, quindi, si allontanano sempre più in un momento in cui l’Italia avrebbe, al contrario, fortemente e urgentemente bisogno dell’arrivo di numerosi protagonisti da impegnare per il superamento dell’inverno demografico in cui è avviluppata da tempo e da coinvolgere attivamente per la sua rinascita culturale, economica e sociale. In altri contesti internazionali le esperienze di formazione e di lavoro in altri Stati vengono salutate positivamente salvo poi considerare più che necessario ri-attirare quei professionisti che hanno arricchito il loro bagaglio – umano, culturale, linguistico e professionale – dell’esperienza realizzata fuori dei confini nazionali. In Italia questo non avviene: la mobilità resta unidirezionale, un processo monco, imperfetto che necessita urgentemente di essere trasformato in circolare.

Il tema Quando brutti, sporchi e cattivi erano gli italiani: dai pregiudizi all’amore per il made in Italy attraversa tutto il volume del 2019 e la Svizzera diventa uno dei luoghi particolarmente presenti e non potrebbe essere altrimenti considerando la storia italiana di emigrazione nella Confederazione Elvetica, ma anche il presente di mobilità: la Svizzera è, ancora, una delle mete predilette che vive la duplice necessità di dare risposta agli altamente qualificati ma anche ai giovani non altamente qualificati, con titoli di studio medio-bassi, alle famiglie e agli italiani adulti, dai 50 anni in su, in disoccupazione e con famiglia in difficoltà.

L’ultima inchiesta sulla Convivenza in Svizzera registra che il 34% della popolazione svizzera si sente disturbata dalla presenza di persone percepite come diverse, ad esempio per nazionalità, religione o colore della pelle. Questa sensazione di fastidio per il 19% degli svizzeri è avvertita nella quotidianità, per il 18% rispetto ai vicini, mentre per più di un quarto degli intervistati rispetto ai colleghi di lavoro. Concentrando l’attenzione sugli italiani, se nel 1969 il 25,5% riteneva inopportuno avere come vicino di casa uno stagionale, nel 1995 ne era convinto meno del 2,0%; lo stesso dicasi per il disagio di lavorare insieme ad uno stagionale, che passò dal 10,5% all’1,2%. Nel 1969, alla domanda se gli italiani potessero essere un arricchimento per la cultura svizzera, solo poco più di un quarto rispose positivamente, mentre nel 1995 la percentuale salì all’88,3%.

La storia degli italiani in Svizzera – e lo dice molto bene lo storico Toni Ricciardi che ha curato nel Rapporto Italiani nel Mondo 2019 questo particolare tema – può sembrare, a prima vista e in molti contesti, una storia a lieto fine. Dopo anni di incomprensioni, non accettazione, il tempo ha fatto il suo corso, tuttavia non è così. Infatti, nel febbraio del 2014, per la prima volta, se pur con “solo” il 50,3% l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” è passata e due anni dopo, nel 2016, nel Canton Ticino il popolo ha votato a favore dell’iniziativa “prima i nostri”, che attende ancora di essere materialmente applicata. La comprensione non si può dunque dare per scontata. Occorre alimentarla costantemente motivandola e rivalorizzandola alla luce del ricordo di ciò che è stato e, soprattutto, del miglioramento a cui tutta l’umanità è chiamata.

È tempo per l’Italia e gli italiani di scegliere che tipo di società essere e come contraddistinguerci come popolazione europea. Che tipo di persone essere in un mondo in cui la mobilità sarà sempre più presente coinvolgendo gli stessi italiani come e più di ieri, come e più di oggi.

 

 

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