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Joker e le elezioni in Umbria: la rabbia come fattore politico

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L’esito del voto in Umbria – un test elettorale su una base di 400mila votanti che ha portato alla presidenza della Regione la candidata leghista Donatella Tesei– ha sancito la fragilità dell’alleanza tra Partito democratico e Movimento 5Stelle, aprendo la strada ad una potenziale crisi di governo. Se il voto – che ha visto trionfare su tutti la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, rispettivamente al 37% e al 10,4% dovesse confermarsi a gennaio nella tradizionalmente “rossa” Emilia Romagna, l’esperimento del bipartito all’esecutivo potrebbe definirsi concluso. Anche perché, dati alla mano, con il M5S crollato al 7,4%, il leader pentastellato Di Maio ha già aperto ad una terza via. Né con gli uni né con gli altri, il M5S proseguirà da solo la propria corsa poiché “l’esperimento del patto si è rivelato una strada impraticabile”.

Parole che sono suonate dinamitarde per il segretario del Pd Nicola Zingaretti, pronto a replicare per provocazione: “Un’alleanza non può esistere per paura di Salvini. L’alleanza ha senso se vive nel comune sentire di tutti quelli che ne fanno parte”.

Sullo sfondo delle dichiarazioni dei protagonisti in campo, restano da fare alcune considerazioni sul voto: la prima è che il M5S – con qualunque compagine si allei – risulta soggetto ad un’emorragia di voti. Era successo durante l’esperienza di governo con la Lega cresciuta a dismisura proprio a discapito dei grillini, ed è risuccesso in Umbria, dove rispetto alle ultime regionali del 2015, le preferenze per i 5Stelle risultano dimezzate.

Si tratta, probabilmente, dell’esito di una parabola comune ai movimenti anti-sistema. Incamerato il massimo successo in un momento di instabilità politica (2013), alla lunga la natura post-ideologica non fa più presa sugli elettori che – quando si tratta di costruire più che distruggere – si affidano più volentieri a compagini identitarie verso le quali intrattenere un rapporto fidelistico-emotivo. Specie in epoca di crisi.

E qui veniamo al secondo punto: perché – al contrario di quanto accade in altre parti d’Europa con il fiorire di movimenti euroscettici – in Italia cresce il populismo di destra ma non quello di sinistra? Perché Salvini e Meloni fanno la parte del leone mentre alla sinistra del Pd non si trovano percentuali superiori all1%?

Pur in assenza di un’emergenza migratoria anche lontanamente paragonabile a quella dei primi mesi del 2018, la risposta potrebbe essere la stessa: la destra riesce a focalizzare molto meglio l’attenzione su un nemico vicino, reale e visibile (in entrambi i casi lo straniero immigrato contro il cittadino medio italiano) mentre al contrario la sinistra soffre della mancanza di una narrazione analoga, archiviata la stagione degli slogan contro “il padrone” o il “capitalista di turno”.

Ed ecco dunque il punto fondamentale: la rabbia come fattore politico. Già certificata da illustri psicologi politici ed economisti, l’emotività continua a fare la differenza in ambito elettorale. E tra le emozioni, la rabbia resta il più potente strumento di diffusione ideologico-politica. Lo ha capito perfettamente Salvini che – come denunciato da Report – ha speso 137mila euro per la campagna di sponsorizzazione dei propri post su facebook lo scorso anno, decidendo al contrario di altri di targhettizzare la propria campagna anche sui giovanissimi (fascia d’età 13-17 anni), infarcendone le bacheche soprattutto di video riguardanti stranieri dediti ad attività criminali nelle principali città italiane – dallo spaccio alle microaggressioni sui bus.

“Si tratta solo di me – chiede Arthur Fleck, il Joker di Todd Philips, all’assistente sociale – o là fuori stanno tutti impazzendo?”. “C’è sicuramente tensione – spiega lei. Le persone sono agitate, in difficoltà e a caccia di un posto di lavoro. Sono tempi duri per tutti”. Già, tempi duri quelli in cui il personale diventa immediatamente politico, riversandosi nelle urne così come l’iper-esposizione alla cronaca nera si riversa in xenofobia. In mancanza di una narrazione efficace, capace di incanalare la conflittualità sociale verso propositi più costruttivi.

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Pier Paolo Tassi

33enne laureato in filosofia a Torino, da quattro anni si occupa della gestione di diversi piccoli centri di accoglienza per richiedenti asilo nella provincia di Piacenza. Nel tempo che resta, scrive ... Vedi profilo completo

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