L’11 settembre 2001 è cambiato il mondo. Ma è proprio vero? | Corriere dell'Italianità

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L’11 settembre 2001 è cambiato il mondo. Ma è proprio vero?

20 anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle

Quel pomeriggio di venti anni fa, verso le 3, stavo insegnando in un’università americana di Firenze quando, senza bussare, entrò uno studente dicendo: “Venite a vedere”. Nel salone conferenze c’era una grossa TV Sony con davanti studenti e qualche altro professore. Lì per lì, un po’ per la calca e un po’ per mancanza d’immaginazione, non mi resi conto di quello che stavo vedendo. Chi poteva immaginare?

Ci misi un po’ a collegare le frammentarie notizie che mi davano gli studenti con le immagini confuse che vedevo… un aereo è caduto su New York… no, due! Venne trasmesso un video amatoriale che riprendeva il secondo aereo che si schiantava nell’altra torre, penetrandola come un coltello nel burro. Tutti e due sulle torri gemelle. Era un atto di guerra, di terrorismo.

Un giornalista della RAI leggeva di continuo delle agenzie… “Vedete le fiamme che escono dai due grattacieli”. Le vedevamo anche noi. Ma che stava succedendo?

Appresa la notizia degli altri due aerei schiantati sul Pentagono e in Pennsylvania, tutti dissero che quell’attacco all’occidente segnava un point of no return e che il mondo era cambiato per sempre. Alea iacta fuit.

Nello stesso tempo che a New York si organizzavano i soccorsi, le nostre reti televisive organizzarono i soliti talk show dando il via a schizofreniche maratone in cui i soliti politicanti e i soliti tuttologi commentavano, criticavano, condannavano.

Intanto il fumo e le fiamme aumentavano. I teleobiettivi facevano intravedere delle piccole macchie scure che uscivano dalle finestre. Molti di noi, increduli, non compresero subito che si trattava di persone che cercavano scampo; alcune cadevano giù da centinaia di metri, preferendo il vuoto alle fiamme. Se ne conteranno almeno 200.

Orrore e incredulità tenevano tutti inchiodati alla TV, in uno stato di atterrimento: alcuni miei studenti americani urlavano cose che non riuscivo a comprendere; una ragazza, impietrita, aveva le lacrime agli occhi, qualche altro cercava di telefonare.

Un senso di soverchiante paura ci piombò addosso: poteva succedere anche qui da noi?

Anche altre città simbolo nel mondo potevano essere bersaglio del terrorismo: un mio collega diceva che il Vaticano, la Tour Eiffel e il Big Ben erano facili bersagli per un aereo kamikaze. Vero. Ma perché? Per molte settimane a questa domanda non fu data una risposta che potesse spiegare la volontà suicida di sacrificare se stessi per uccidere migliaia di persone.

Quando le due torri, sollevando enormi nuvole di fumo e detriti, crollarono una dopo l’altra, tutti si resero conto delle dimensioni dell’immane tragedia.

Quanti erano morti e quanti si erano salvati?

Nei giorni successivi rivedevamo le scene delle esplosioni, della fuga e dei soccorsi: un’aria pesantissima avvolgeva tutto, livida e grigiastra, come il colore della morte; volti trasfigurati dalla polvere sembravano vagare senza meta; molti non sapevano che quell’aria, che sembrava consentir loro la vita, era contaminata dall’amianto che dopo le avrebbe uccise. Circa seimila.

New York 28 settembre 2001. Detriti sui tetti vicini al World Trade Center. Foto di Andrea Booher Fema News photo

Più di 300 vigili del fuoco, e poi medici e paramedici, e volontari che vollero dare una mano cessarono la loro vita cercando di salvare quella degli altri. Mi veniva in mente che proprio nelle situazioni più assurde e disumane, noi umani riusciamo a recuperare quella umanità che atrofizziamo con i nostri sistemi di vita. Solo durante l’alluvione di Firenze del 1966 avevo visto qualcosa del genere.

Sentivamo il dolore delle famiglie, le registrazioni delle telefonate che alcuni passeggeri degli aerei, consapevoli della fine, avevano fatto alle famiglie prima dello schianto; le grida di aiuto di quelli che erano intrappolati. Più di 3000 persone persero la vita, ciascuna con la propria storia, con i propri intimi affetti, con le proprie gioie… i propri guai, intrecciati ad altre vite sconvolte dalla perdita di una moglie, di un marito, di un figlio, di una collega di lavoro, di un amico. Era un dolore esponenziale che si mescolava a quello di coloro che riuscirono a salvarsi e che lasciavano qualcuno indietro, dilaniato e sepolto chissà dove.
Non era un film. Ciò che stava avvenendo era smisuratamente più inimmaginabile di quanto facevano vedere quei film sulle catastrofi del cinema hollywoodiano. Potevano essere storie minime, insignificanti per un copione, ma erano storie vere in cui tutti noi potremmo riconoscerci. Potevamo esserci noi.

Anche questa volta la responsabilità fu data al colto miliardario principe saudita Osama Bin Laden, ex studente di Oxford: questo, pur negando in un primo momento il coinvolgimento di Al Qaida, nel 2004 ammise la sua piena responsabilità personale nell’aver ideato e organizzato la vendetta contro “l’Occidente in generale e l’America in particolare”, accusandoli di nutrire “un inimmaginabile odio verso l’Islam… l’odio dei Crociati”, e di proteggere Israele, attaccando le nazioni islamiche come l’Iraq e calpestando la sacra terra di Arabia.

Il 7 ottobre scattò l’Operation Enduring Freedom, operazione militare lanciata dagli USA contro i Talebani in Afghanistan che ospitavano campi di addestramento del terrorismo.

Come sappiamo, tale Operazione Libertà Duratura si è conclusa qualche settimana fa settimana, a “missione compiuta” a dirla col presidente Biden.

L’agonia del WTC durò relativamente poco. Troppo poco secondo alcuni per non far sospettare un complotto. Due anni prima, nell’agosto del 1998, vi erano stati gli attentati contro le ambasciate americane di Dar es Salam e Nairobi, ambedue rivendicati dall’Al Qaida di Bin Laden. 300 morti, tra cui una ventina di americani. Da più parti si disse che in realtà l’invasione dell’Afghanistan talebano era già stata pianificata almeno un anno prima dell’abbattimento delle torri. Si parlò anche di pretesto per iniziare la guerra in Afghanistan. Gli storici potranno forse trovare le verità.

Qualche anno più tardi collaborai alla versione italiana di “9/11. Il rapporto illustrato della commissione americana sugli attacchi terroristici” di Colon Ernie Jacobson Sid. Qui si esaminavano le circostanze che avevano portato alla tragedia e gli errori commessi dalla presidenza Bush e dalla Cia. Si denunciavano anche le insufficienti misure di sicurezza degli aeroporti americani, e come gli USA fossero fondamentalmente impreparati a prevenire situazioni del genere: un’intera nazione si era trovata del tutto inerme davanti a tanto orrore.

Il fine settimana successivo al martedì 11 settembre ero in Mugello a casa di un’amica, editor di Rizzoli con cui collaboravo anch’io. Per tutto il sabato aspettammo un file dalla segretaria di Oriana Fallaci che intendeva far sentire la sua voce. Non arrivò nulla perché la mia concittadina decise invece di mandare al Corsera di Ferruccio De Bortoli un lungo articolo-pamphlet, La rabbia e l’orgoglio, che uscì poi il 29 settembre suscitando clamore in tutto il mondo per la feroce spietatezza con cui affrontava l’insanabile dissidio tra Islam e mondo occidentale. Rabbia, orgoglio e vendetta, pensai, non cambieranno la tragedia e non ne impediranno altre.

Cos’era davvero cambiato? Davvero il nostro mondo aveva cominciato ad aver paura?

Paura contro paura, odio contro odio. Non era cambiato niente.

Nel 2013 e poi nel 2018 ho ripercorso a piedi quelle strade: la West Street, la Greenwich, la Fulton dove ora sorge la One World Trade Center, e tutte quelle altre strade che portarono alcuni alla salvezza. Dove c’erano prima le due torri gemelle, adesso ci sono due grandi vasche. Sulle balaustre di granito che le delimitano possiamo trovare qua e là dei fiori sulle incisioni che riportano i nomi di tutte le vittime. Il rumore dell’acqua che dal bordo scorre verso l’interno delle vasche porta il nostro animo in una dimensione altra da quella del frastuono della città. Qui si avverte una sacralità che emanano pochi altri posti al mondo.

Si dice che ogni luogo conservi la memoria delle vite che vi sono passate e che certe coincidenze non siano casuali: nella Foresta di Teutoburgo in Bassa Sassonia, proprio l’11 settembre dell’anno 9 dell’era cristiana, l’esercito romano subì una delle sue sconfitte più terribili da parte delle tribù germaniche. Questa strage segnò la fine dell’espansione romana in Germania: fu una sliding door che non si aprì, portando la storia nella direzione che ci è conosciuta. Come venti anni fa, ancora non è cambiato niente.

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