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La Brexit per un italiano a Londra

di Massimiliano Mura

Mi chiamo Massimiliano. Qui per tutti sono, però, Massi. Qui è l’Inghilterra. È Londra. È la BBC, dove lavoro come software delevoper da ormai quattro anni. Nell’azienda British per eccellenza, ci sono arrivato, poco più che trentenne, lasciando la mia Sardegna. In Italia avevo un’occupazione come tecnico delle luci per eventi musicali e il lavoro era stagionale e precario. Ho deciso di partire subito dopo la laurea. A Londra riponevo le mie ambizioni e aspettative per un futuro professionale più certo e roseo.

Sono venuto a sapere che alla BBC cercavano personale con le mie conoscenze informatiche, così ho fatto domanda. Prima di iniziare mi sono iscritto ad un coding bootcamp, una sorta di workshop di 3 mesi super intensivo per apprendere le nuove competenze di cui avrei avuto bisogno per iniziare in settore per me nuovo, e poi l’avventura all’emittente radio-televisiva britannica è iniziata. Mi trovo molto bene nel mio gruppo di lavoro, sono tra amici, non solo colleghi.

Proprio pensando a quanto sono riuscito a realizzare qui, a Londra, mi sento quasi in debito con l’Unione Europea. Perché se ho potuto fare quello che ho fatto, cioè trasferirmi in un’altra nazione e avviare una nuova carriera lavorativa che mi piace molto e che mi può dare un futuro migliore, è stato proprio grazie alla mobilità europea.

L’Inghilterra era inserita nel mercato del lavoro dell’Ue e io ho potuto ‘abbastanza facilmente’ provare a portare le mie ‘skills’ oltre la Manica. Ora mi chiedo che cosa cambierà, per tutti quelli che non sono arrivati ancora.

Mi chiedono se vorrei tornare in Italia. La verità è che non ne sento il bisogno perlomeno dal punto di vista lavorativo. Sto bene alla BBC, nonostante la prevalenza di personale con cittadinanza inglese, ‘noi’ europei siamo apprezzati. Valorizzati. Non mi sono mai sentito escluso né discriminato perché ‘europeo’!

Tra l’altro, essendo arrivato alcuni anni fa ed avendo un lavoro stabile, ho già potuto ricevere lo status di ‘settled-status’, diciamo ‘residente’. Ho altri amici, italiani come me, che l’hanno ottenuto. Praticamente, e per lo meno sulla carta, abbiamo gli stessi diritti di lavoro che hanno gli autoctoni. Siamo equiparati ai cittadini inglesi. E poi, grazie al concetto di cittadinanza, che qui non è associata a discendenza di sangue, potrò chiedere il passaporto inglese a breve. Lo farò, non per rinnegare la mia provenienza italiana, ma per tutelarmi ancora di più con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

Leggo sui giornali esteri della grande attenzione che la data 31 gennaio ha ricevuto. Certo se ne è parlato tanto anche qui: i favorevoli alla Brexit hanno festeggiato, gli altri si sono rammaricati. Tuttavia, nelle ultime settimane ho percepito fortemente una certa voglia di voltare pagina, andare avanti. “Let’s do it and move on” (facciamola – la Brexit – e andiamo avanti), tanto ormai così è stato deciso e le recenti elezioni hanno, purtroppo, confermato questo sentimento.

Io stesso ho pensato tanto alla Brexit e alle sue conseguenze nei giorni e mesi appena successivi al referendum. Poi con il tempo, lo shock è scemato. Mi sono accorto, come ho già detto, che in fondo, la mia condizione non è mutata profondamente. Certo, il referendum è stato un’auto-gol di Cameron, e il risultato è arrivato, a me, in modo assolutamente inatteso.

Forse perché abito a Londra, cosmopolita e europeista. Non avevo affatto percepito il malcontento attorno a me. I cartelloni in giro per la città che, prima del referendum, promettevano di dare finanziamenti all’NHS, la sanità inglese, senza dover più versare nulla all’Ue, mi facevano sorridere. Evidentemente, in tanti ci hanno creduto.

La cosa paradossale, come in vari studiosi hanno fatto notare, è che a perderci, con l’uscita dall’Unione Europea, saranno maggiormente proprio quelle fasce deboli e meno protette che hanno votato per la Brexit. Lo vediamo già, grandi aziende automobilistiche, ad esempio, hanno iniziato a portare i propri stabilimenti in altri Paesi. Credo sia anche interessante che a votare in massa per l’uscita dall’Ue siano state alcune comunità di origine extraeuropea. Da loro ho percepito la preoccupazione di proteggersi dal libero mercato del lavoro europeo.

Tra l’altro, questo ragionamento, lo ritroviamo nei discorsi populisti in varie nazioni europee dell’Est e dell’Ovest. Nell’Italia di Salvini, in primis. E poi negli Stati Uniti di Trump. E ora ovviamente qui si continua il trend con Boris. Mi pare che, in comune, tanti politici di oggi abbiano il fatto di giocare fortemente, e in modo strumentale, sulle paure dell’altro, dell’immigrato, di colui che non parla la nostra lingua e porta via il lavoro. Per questo, non mi sento di colpevolizzare eccessivamente la nazione Gran Bretagna per il risultato del voto del referendum, o meglio mi rendo conto che, guardando in casa nostra, le cose non vanno in una maniera tanto differente.

E poi, va ricordato, che in Inghilterra le voci dei ‘remain’, coloro che avrebbero voluto restare nell’Ue ci sono. Conosco tante persone con un’altra visione delle politiche del lavoro, della mobilità e del mercato, ma anche dei valori e dell’accoglienza. A Londra, ad esempio, una voce dell’europeismo britannico è il sindaco Sadiq Aman Khan. Di lui, ci si dimentica sempre…

Guardando al futuro, non riesco ad immaginarmi cambiamenti troppo drammatici per me e le persone che conosco – amici europei qui da ormai un po’ di anni. Ad oggi, credo che i presagiti effetti negativi dell’uscita dall’Ue arriveranno, certo. Ma penso anche che li subirò nella stessa maniera di un altro cittadino inglese che vive a Londra.

Ciò che scoccia, invece, è non sapere (ancora) cosa succederà. Sappiamo che ci sarà una situazione transitoria per undici mesi. Poi forse verrà istituito un sistema di visti lavorativi. Ho letto che potrebbe essere sul modello australiano. Mi rammarico per gli italiani, giovani e meno giovani, che avrebbero voluto farsi un’esperienza anche ‘di vita’, non solo lavorativa, in Inghilterra. Non potranno più. Oppure, per farlo, dovranno affrettarsi ad arrivare qui a stretto giro. E, sinceramente, credo che in tanti si stiano preparando a farlo, a sfruttare gli ultimi mesi utili per raggiungere il proprio sogno. E ci sarà pure chi, sentendosi ‘tradito’, la valigia la farà per andarsene.

 

 

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