La Brexit: un case study per il Ticino? | Corriere dell'Italianità

Scrivi la parola o il termine da trovare

Economia EVIDENZA Italianità nel mondo

La Brexit: un case study per il Ticino?

Di Marco Nori, ceo di Isolfin

Foto: in Inghilterra è allarme scaffali vuoti. C’è carenza di manodopera

Per molti europeisti Brexit è stato uno smacco, per i nazionalisti britannici una vittoria da rivendicare. Per la Svizzera potrebbe essere un case study interessante sul suo rapporto con i frontalieri italiani.

Come dicevamo in un altro articolo, i frontalieri della penisola sono solo il 23%, ma monopolizzano tutta l’attenzione. Ci sono molte meno lamentele per quelli francesi, che sono la metà del totale, o per il 18% che viene dalla Germania. Il motivo è che gli italiani vengono percepiti come manodopera a basso costo, che tende a diminuire il prezzo dei salari portando via il posto di lavoro ai cittadini svizzeri. Più o meno quello che si diceva nel Regno Unito degli immigrati europei.

Qualche settimana fa il New York Times ha pubblicato un articolo molto interessante che cercava di elaborare il fenomeno bizzarro che si è verificato a Londra e dintorni: c’è stato un problema del mercato del lavoro, ma non quello che ci si aspettava. Invece di una crescente disoccupazione, le aziende faticano a riempire i posti disponibili e questo pone un nuovo rischio da sommare a quello degli effetti della pandemia globale.

L’effetto più visibile è stato immortalato negli scaffali vuoti dei supermercati inglesi e nelle spine senza più birra dei pub, ed è stato prontamente attribuito alla scarsità di guidatori di camion e altri lavoratori nel paese, ma questa è solo la spettacolarizzazione del fenomeno: gli annunci di lavoro disponibili sono il 20% di più di quanti fossero prima della pandemia –eppure i disoccupati in cerca di lavoro sono 250,000 mila, più di quanti fossero prima del 2020. Ci sono più posti di lavoro da riempire, ma nello stesso tempo si contano più persone che cercano lavoro: come è possibile? La risposta è che il mercato è stato improvvisamente e artificialmente distorto da una decisione politica e l’offerta non corrisponde più alla domanda.

Duecentomila europei hanno lasciato il Regno Unito e, per via della Brexit, non sono stati adeguatamente rimpiazzati dall’immigrazione. Parliamo anche di lavori altamente specializzati, come programmatori o infermieri, dove occorrono anni di pratica e competenze certificate per esercitare, e che quindi non possono essere riempiti in tempi brevi da forza lavoro inadatta. Ci vorranno anni perché la situazione organicamente si rie-equilibri grazie al fatto che i cittadini britannici prendono consapevolezza delle opportunità, studiano e fanno pratica per essere pronti a sfruttarle. Nel frattempo, è inevitabile che riaprano, almeno parzialmente, i cordoni dell’immigrazione ma, nel farlo, rischiano di vanificare l’attrattiva di alcuni lavori che oggi sono particolarmente richiesti perché deserti.

Lo scorso agosto, quando è emerso il problema per la prima volta sui giornali, il Governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, ha dichiarato che “se inizialmente la sfida era evitare un rapido aumento della disoccupazione, ora è assicurare che i lavori trovino il giusto candidato”. Sembra facile, sulla carta, ma è una “sfida significativa”, aveva aggiunto.

Per chi ha il profilo giusto è un sogno. Gli stipendi schizzeranno alle stelle nel breve periodo, e forse anche l’inflazione a quel punto si potrebbe spiralizzare. Ma questo, per un guidatore di camion inglese, è il momento perfetto per chiedere un aumento. Per le aziende è un incubo: avere lavoro da offrire, ma non trovare la persona giusta per un ruolo specifico e specializzato. Alla lunga gli effetti si faranno sentire su tutta l’economia. Seguiamo attentamente gli sviluppi, e prendiamo nota, perché è un case study interessante che potrebbe rivelarci molto anche della nostra situazione con i frontalieri italiani.

Tags:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
* campi obbligatori