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La Gran Bretagna è preparata per il Coronavirus?

Un’operatrice sanitaria di un ospedale britannico si è dimessa perché le è stato vietato di indossare una mascherina nel centro medico in cui lavorava. Secondo il Guardian, la donna – Tracy Brennan – era appena tornata al lavoro all’ospedale di Hillingdon, appena fuori Londra, dopo aver trascorso 14 giorni in isolamento a casa: sua figlia aveva mostrato i sintomi del Coronavirus. La donna aveva acquistato una mascherina per proteggersi da possibili contagi, ma anche per proteggere i pazienti che stava curando. Al suo ritorno in ospedale il suo superiore l’ha invitata a rimuovere la mascherina, spiegandole che la politica ospedaliera non prevedeva questo tipo di protezione e nonostante la donna avesse la tosse.
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Siamo stati in grado di parlare con due infermiere dell’NHS sulla situazione sanitaria degli ospedali pubblici nel Regno Unito. Per motivi di privacy una delle infermiere ci ha chiesto non usare il suo vero nome. La sua testimoninaza è già apparsa sul nostro settimanale (Lavoro nel Regno Unito: contagi, test e lock-down, 12.04).

Ascoltiamo la stessa serie di preoccupazioni quando parliamo con Nicole, un’infermiera che lavora in un ospedale nel nord dell’Inghilterra. La situazione, che lei descrive, può ricordare ad alcuni di noi le notizie che abbiamo già visto nei telegiornali italiani: carenza di letti nei reparti e di maschere e attrezzature, lunghi turni di lavoro.

“L’ospedale, dove lavoro, è già pieno di pazienti affetti da Coronavirus e sta lavorando per migliorare la capacità dei letti supplementari. Le maschere sono insufficienti. Sapete, idealmente ogni maschera dovrebbe adattarsi bene al volto del personale sanitario, ma in pratica finiamo per indossare qualsiasi maschera disponibile! Lavoriamo con turni molto lunghi perchè manca il personale, 6 ore, a volte più a lungo, indossando tute protettive, che rendono impossibile mangiare, bere o usare il bagno. Le attrezzature mediche, come le siringhe e flebo, scarseggiano, per questo dobbiamo essere molto attenti nell’usarle. Recentemente abbiamo iniziato a utilizzare flebo per un periodo più lungo, fino a 72 ore (l’ideale sarebbe sostituire il materiale ogni volta dopo l’uso)”.

Come Nina, anche Nicole è sempre più preoccupata per la propria sicurezza sul lavoro e per la sicurezza degli altri che la circondano. Entrambe sottolineano che in queste settimane si è andato solidificando solidarietà della squadra, tra colleghi. Siamo tutti sulla stessa barca, “swe are all on the same boat”.

Trovare sostegno l’uno nell’altro ha un valore enorme oggi, visto che il numero di casi confermati di Coronavirus nel Paese è in aumento e, mentre scriviamo, il virus ha infettato più di 93.000 persone, uccidendone 12.107.

 

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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