La noia, il passato, il futuro e il presente che non vivo | Corriere dell'Italianità

Scrivi la parola o il termine da trovare

Sport e tempo libero

La noia, il passato, il futuro e il presente che non vivo

Intervista ad Achille Lauro

di Cristina Penco

Crediti foto: LEANDRO MANUEL EMEDE

Gli irrisolti, i “fuori rotta”, i falliti che si aprono a nuove possibilità, i perenni tormentati alla ricerca di nuove domande, più che di risposte certe. È di loro, in particolare, che parla Lauro, il sesto album di inediti di Achille Lauro uscito per Elektra Records/Warner Music Italy. Innovatore e precursore di nuove tendenze musicali, artistiche ed estetiche, classe 1990, l’artista romano (all’anagrafe, Lauro De Marinis) ci ha raccontato il suo ultimo progetto in una conferenza per la stampa via Zoom.

Come nasce Lauro?
“Il 2020 stato un anno difficile, che ci ha costretto a stare chiusi nelle case. In questa emergenza sanitaria tremenda ho cercato di trovare qualcosa di buono. Sono una persona che scrive tanto. Quando ho da dire lo dico, quando ho qualcosa da dare, lo do. Mi sono accorto di avere parecchio materiale dello stesso tipo e l’ho incasellato in maniera spontanea, com’è spontaneo tutto quello che faccio. Per me questo album rappresenta davvero me stesso”.

Colpisce molto l’immagine della cover, con “l’impiccato”. È un vecchio gioco in cui uno sceglie una parola e l’altro deve indovinarla lettera dopo lettera. Se la lettera che dichiara il secondo compare nella parola, il primo la trascrive sul trattino corrispondente. Se la lettera non è presente, chi guida il gioco delinea il diagramma di un omino impiccato. Le lettere che hai scelto compongono il tuo nome e il titolo dell’album. Ci sono più significati?
“Tutte le cose che faccio hanno varie chiavi di lettura tutte. Qualcuno pensa che la performance sia solo mettersi il costume e la parrucca, ma non è così. Si sofferma sulla punta dell’iceberg. Io sono ossessionato dai dettagli. Mi metto in discussione un sacco di volte. Rispetto a tutto quello che ho fatto in questi anni, da Sanremo ai cinque dischi, questa cover è minimalista. Rappresenta la metafora della vita attraverso il contraddittorio gioco per bambini. Com’è noto, allo stesso tempo non si può perdere – cosa che simboleggia l’impiccato – ed esserci tutto il nome completo. Ecco perché l’ultima lettera, la “o”, è rossa. Un po’ la correzione di un compito, come accadeva alle elementari, ma anche la scelta di “barare” e andare avanti dopo una fine imposta. La fine di un amore, di un percorso lavorativo”.


Le cinque lettere richiamano a qualcos’altro?
“La ‘L’ è associata al glam rock, un genere che ha ispirato la mia carriera, e rappresenta la scelta di essere: è un manifesto di libertà. La ‘A’ è il rock’n’roll: la voglia di cambiamento e rinascita, la parte spensierata del disco. La ‘U’, da popular music, è una risposta alla visione del pop come qualcosa di poco artistico. La ‘R’ è il punk rock, l’anti-conformismo che combatte l’omologazione. Ho sempre fatto il contrario di quello che tutti si aspettavano da me, in ogni scelta della mia carriera, anche perché altrimenti mi annoio. La ‘O’ è l’orchestra classica: la musica è qualcosa di profondo. Gli elementi dell’orchestra sono solisti nel loro percorso di studio, ma poi vanno a formare insieme la grande opera e la portano ovunque”. 

È come se il disco presentasse due aspetti complementari della tua personalità. È così?
Sono riflessioni sull’amore, l’attrazione sensuale, il cinismo, la sensazione di volere una vita da favola. Guardo al passato con malinconia e al futuro come un sogno: non vivo il presente, questo è un mio difetto, ma per me è anche il mio motore di tutto”.

In Generazione X fotografi la generazione a cui appartieni con riferimento a chi vi ha preceduto. Che visione hai di te e dei tuoi coetanei?
“Non ho fatto un percorso scolastico ordinario, praticamente non sono mai andato a scuola, ma ho basato il mio sapere, da persona curiosa, mettendomi vicino a chi sapeva più di me e da lì ho sempre imparato. La mia generazione è molto simile a quella dagli anni ’60 agli anni ’80: spesso non crede al matrimonio né a Dio. Forse i miei coetanei non sanno chi vorranno essere, vivono l’oggi e basta, cercano i soldi per arrivare a fine mese con 800-1.000 euro, non lavorano per essere chi vogliono essere. È una generazione che perlopiù non crede in Dio, mette Dio in qualunque cosa che non è la religione ordinaria. E accetta le proprie dipendenze, come quella dalla tecnologia che, per quanti lati positivi abbia, ha anche ripercussioni negative”.

Però non ti fermi mai nella messa in discussione, nella sperimentazione.  
“Ho bisogno di una continua ricerca, con il suo tormento: quando finisco una canzone per me diventa già vecchia, non esiste più. Anche Latte+ analizza il nostro mondo, la continua ossessione di avere qualcosa di più, compresa sempre la tecnologia”.



Colpisce pure il brano Femmina.
“Parla del maschio che si nasconde dietro la virilità in un rapporto di coppia, magari quando si arriva in una situazione di stallo. L’arte della disobbedienza è fare finta di niente, è essere uomo ad ogni costo. La donna del brano è presentata un po’ come una divinità ai suoi occhi, ma nello stesso tempo viene sminuita da lui. È una sfumatura caratteriale pericolosa, molto comune nella periferia estrema di Roma dove sono cresciuto, dove forse le persone non sono istruite al rispetto della figura femminile, né preparate culturalmente, non hanno interessi. Sono un po’ allergico a quel mondo, ma non rinnego nulla. Roma è una città decadente e poetica insieme. Dà tanto, non regala nulla. Ho avuto la fortuna di aver capito presto cosa volevo diventare. A 12 anni facevo le nottate a scrivere, anche nella comune dove poi sono andato a vivere, e sono diventato grande al fianco di persone più adulte di me. Vedendo loro ho capito come non volevo diventare. E da lì mi si è aperto anche lo spiraglio della musica”.

Condividi
Tags:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
* campi obbligatori