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La poetessa della vita

Il 1° novembre 2009 si spegneva Alda Merini. Ma i suoi versi sono più vivi che mai

di Sandra Persello, docente di Lettere

Foto: courtesy of Giuliano Grittini (Wikipedia)

La poesia, nel dopoguerra, avverte l’esigenza di uscire dall’individualismo delle forme ermetiche, per recuperare un più fattivo rapporto con la società. Essa, tuttavia, non offre la possibilità di essere circoscritta entro aree precise. Si possono solo indicare alcune linee di tendenza, che fanno capo ai singoli autori: le ragioni di una sofferta condizione psicologica ed esistenziale trovano spazio nei versi di Alda Merini.

L’Autrice nasce a Milano il 21 marzo 1931, il primo giorno di primavera: “Sono nata il ventuno a primavera, ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle, potesse scatenar tempesta”.

Per molti anni è stata la poetessa degli “esclusi”, degli emarginati, capace di cantare dall’interno una condizione caratterizzata da problematiche estreme del disagio sociale, in modo schietto, attraverso toni semplici, lineari, diventando in tal modo una delle voci maggiormente encomiabili della Letteratura contemporanea.

Nel 1947 incontra “le prime ombre della sua mente” e viene internata in una clinica psichiatrica, dove le viene diagnosticato un disturbo bipolare: poesia, manicomi ed il canto dei diversi sono una costante della sua vita.

Nel 1953 sposa Ettore Carniti, operaio e sindacalista. Nello stesso anno esce il primo volume di versi intitolato La presenza di Orfeo, a cui segue Paura di Dio.

Dopo la nascita della secondogenita inizia per lei un difficile periodo di silenzio e di isolamento, dovuto all’internamento psichiatrico, fino al ‘72, con alcuni ritorni in famiglia, durante i quali nascono due figlie, che vengono affidate ad altre famiglie. Si alternano quindi periodi di salute e malattia.

Alda afferma con fierezza di essere la poetessa della vita, non della pazzia. Descrive quegli anni, facendo conoscere le umiliazioni ed i maltrattamenti subiti, elettroshock compresi, che ledono libertà ed umanità dei soggetti internati.

Ella, comunque, ha sempre creduto che la malattia mentale non esistesse: il manicomio, per la“Poetessa dei Navigli”, era una nicchia in cui si proteggeva dal vero inferno che era fuori da quelle mura, dove sarebbe stata giudicata, criticata e non amata. La condizione di repressione, di reclusione non placa l’aspirazione ad una pienezza di vita che solo la poesia sembra in grado di poter realizzare, come riconquista delle radici più accese del desiderio e della fantasia.

Intellettuali, artisti e poeti di tutto il mondo l’hanno sempre acclamata.

Se si vuole tuttavia comprendere appieno la sua forza di artista e donna straordinaria, non si può prescindere dalla comprensione del contesto in cui avviene l’esperienza di internamento; la terapia stessa era proprio la scrittura, come esempio di accettazione e trasformazione della sofferenza:

Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita.

Nel 1979 riprende a scrivere, dando il via ai suoi testi più intensi sulla drammatica e sconvolgente esperienza dell’ospedale psichiatrico, testi contenuti in quello che può essere inteso “il suo capolavoro”: La Terra Santa, con il quale vince nel 1993 il Premio Librex Montale.

Nel 1984 sposa l’anziano poeta Michele Pierri e va a vivere a Taranto, curata e protetta dal marito, che prima di andare in pensione era un medico.

Sempre a Taranto porta a termine L’altra verità. Diario di una diversa.

È il suo primo libro in prosa che, come scrive Giorgio Manganelli “... non è un documento, né una testimonianza sui dieci anni trascorsi dalla scrittrice in manicomio. È una ricognizione, per epifanie, deliri, nenie, canzoni, di uno spazio – non un luogo – in cui, venendo meno ogni consuetudine e accortezza quotidiana, irrompe il naturale inferno e il naturale numinoso dell’essere umano”. 

Seguono anni fecondi dal punto di vista letterario e di conquista di una certa serenità. Nell’inverno 1989 frequenta il caffè-libreria Chimera, situato poco lontano dalla sua abitazione sui Navigli.

Alcune sue liriche vengono anche musicate. Si assiste inoltre al fenomeno di un’oralità, che conduce sempre più verso testi assai brevi e, infine, all’aforisma.

Nel 2002 viene stampato un volumetto con un pensiero di Roberto Vecchioni ed Einaudi pubblica un cofanetto con videocassetta e testi.

Multiforme la vita della Merini: dall’interesse per il palcoscenico alla fase mistica, dall’interesse per il teatro alla musica (Milva canta Merini). Numerose le raccolte, brevi ed anche brevissime, di poesie che si sono succedute, compresi gli aforismi ed i versi abbinati ad opere di importanti pittori.

Alda Merini è la poetessa italiana più amata. I suoi versi d’amore commuovono ed emozionano diverse generazioni. Ecco una del più belle poesie sull’amore:

Bacio

Bacio che sopporti il peso

della mia anima breve

in te il mondo del mio discorso

diventa suono e paura.

Muore il 1° novembre 2009. Riposa nel Cimitero Monumentale di Milano.

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