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La politica culturale di Lorenzo il Magnifico e Leonardo

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Nell’anniversario dei cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, artista e scienziato, il cui genio venne riconosciuto anche dai contemporanei, si è inaugurata a Firenze una grande mostra sul suo maestro, mentre a Milano la riapertura della Sala delle Asse al Castello Sforzesco ha visto per il momento, la visita di duecentomila persone.

A testimonianza di questa nomea, basterà ricordare come Francesco I, re di Francia, nel 1517 offrì ospitalità a questo artista presso il castello di Cloux, che fronteggiava Amboise, conferendogli pure una ricca pensione affinché si potesse dedicare ai propri esperimenti e alle sue ultime opere. 
Il re di Francia è indubbiamente il più prestigioso dei suoi numerosi protettori; egli subentrò a Giuliano de’ Medici che lo aveva indotto a recarsi, alla fine del 1513, a Roma. Secondo l’ Anonimo Gaddiano, Leonardo venne inviato a Milano alla corte di Ludovico il Moro, nel 1482, da Lorenzo il Magnifico. La storia particolare di questo protagonista, proprio in virtù delle alte protezioni di cui godette, pone l’accento sul ruolo dei committenti nel Rinascimento.

La Firenze in cui si forma Leonardo tra il 1469 e il 1476, presso la bottega di Andrea di Cione detto il Verrocchio, è una città tra le più dinamiche e ricche d’Italia e d’Europa.

La Repubblica fiorentina svolgeva un ruolo centrale nel mantenimento del difficile equilibrio creatosi dopo la pace di Lodi del 1454 tra i vari stati regionali della penisola. I Medici, signori de facto di Firenze, forse i maggiori banchieri europei del tempo, furono tra i principali promotori di una politica accorta in campo diplomatico, tanto che la scomparsa di Lorenzo fu il preambolo per le Guerre d’Italia a cavallo tra il XV e il XVI secolo. Il Magnifico fu anche uno dei più abili e convinti sostenitori dell’efficacia di una politica culturale che si avvaleva di tutte le arti. 
In questo quadro si inserisce il suo mecenatismo. Fu protettore di scultori come il già citato Verrocchio, architetti come Giuliano da Sangallo e di innumerevoli pittori. La stessa formazione di molti artisti della scuola fiorentina, è dovuta ad un suo investimento: il Giardino di San Marco, prima vera e propria Accademia d’Arte, che ebbe tra i propri allievi artisti del calibro di Donatello e di Michelangelo Buonarroti.

Leonardo entrò probabilmente in contatto con l’ambiente mediceo intorno alla fine degli anni ’70 del Quattrocento. A sostengo di questa tesi si può menzionare uno schizzo che ha per protagonista Bernardo Bandini Barroncelli impiccato, reo di aver partecipato come mano armata alla congiura dei Pazzi del 1478. Fu lui infatti a colpire a morte Giuliano de’ Medici. Questo stesso anno Sandro Botticelli era incaricato dal Magnifico di realizzare i ritratti dei congiurati sfuggiti alla cattura, così da facilitarne il riconoscimento da parte di ogni cittadino, mentre il genio di Vinci riceveva la richiesta di una pala d’altare per la Cappella di san Bernardo, in Palazzo Vecchio. 

Il suo protettore fu un individuo dalle spiccate doti politiche e non a caso fu difeso dallo stesso popolo del comune toscano in più di un’occasione.

Sopravvissuto a diverse congiure, divenne e rimase a lungo l’ago della bilancio dei rapporti diplomatici interni all’Italia del Rinascimento. 
Amante dell’arte in ogni sua forma, si impegnò soprattutto in prima persona nel componimento poetico. Nel ruolo di scrittore si può collocare nel vasto panorama poetico fiorentino e come tale predilesse la produzione in volgare. Negli anni della sua giovinezza seguì infatti le orme di Luigi Pulci, suo primo educatore, come testimonia il Ghirlandaio nella cappella Sassetti di Santa Trinita. Fu grande estimatore del Decameron di Boccaccio e della poetica popolare toscana. Seguì le orme del suo mentore almeno sino al 1473, anno in cui cadde in disgrazia il sopra citato verseggiatore.

Il Magnifico passò quindi ai modelli neoplatonici la cui dottrina veniva seguita da due umanisti di spicco nella Firenze del tardo Quattrocento, Poliziano e Ficino, entrambi strettamente legati all’ambiente mediceo. Quest’ultimo, Marsilio Ficino, filosofo e astrologo, incoraggiò le ricerche alchemiche e dette vita a un fecondo filosofare dialogante con le arti, come documenta un famosissimo quadro di Botticelli, la Primavera. Per parte sua, Poliziano condivise più volte con il suo Signore la stesura di testi poetici che ebbero una indubbia notorietà.

Il coronamento letterario del Magnifico venne raggiunto con le opere a forte carattere civico, che si sposavano perfettamente con il gusto e gli umori della sua città natale, dopo più di un decennio dalla sua presa di potere, avvenuta alla morte del padre Piero, nel 1469. 

Oltre alla cura per la formazione di numerosi artisti, Lorenzo de’ Medici seppe coinvolgere questi ultimi nella sua stessa attività diplomatica e dunque a proprio vantaggio anche nel perseguire i propri scopi politici, forgiando un’immagine che in parte ancora oggi sopravvive di Firenze come “novella Atene”. Sarà lui stesso a indirizzare alcuni tra i primi grandi maestri delle botteghe fiorentine del tempo verso il Re del Portogallo, così come non cercò di fermare in alcun modo Domenico Ghirlandaio e Sandro Botticelli diretti a Roma, per poter partecipare alle decorazioni della Cappella Sistina. In tal modo egli riuscì ad alimentare la propria immagine di Principe raffinato, qual è inteso dal Macchiavelli, alimentando al tempo stesso la nomea della propria città.

Lorenzo riunì intorno a sé una nutrita schiera di umanisti, spesso ospitati nella sua stessa casa di famiglia, l’attuale Palazzo Medici Riccardi, o nelle numerose ville del contado: dalla Petraia alla Villa Reale, da Pratolino a Poggio a Caiano. Questo gruppo eterogeneo di intellettuali e artisti che comprendeva, oltre ai già citati poeti, personaggi di spicco come Pico della Mirandola, fu dunque un suo vanto. Fu proprio la presenza e l’attività di questo folto gruppo di uomini di cultura che convinse il Magnifico a investire parte delle proprie risorse nel rafforzare l’Accademia neoplatonica di Careggi, i cui membri comprendevano anche Leon Battista Alberti, Nicola Cusano, gli stessi Giuliano e Lorenzo de’ Medici.

In questo quadro storico si può ben intendere l’affermazione dello stesso Lorenzo il Magnifico come interprete ideale del mecenatismo rinascimentale; una riconosciuta autorità politica del nostro tempo in visita a Firenze, il presidente francese François Mitterand, riconobbe la straordinaria rilevanza del Magnifico definendone la politica come il più riuscito e duraturo investimento dell’Italia del suo tempo, di cui tutt’oggi il capoluogo toscano gode i frutti.

In considerazione di tutto ciò si può meglio intendere, allora, il senso e il valore dell’invio presso la corte sforzesca di Milano del più rappresentativo collaboratore di Andrea Verrocchio, autore fra le altre delle tombe di Giovanni e Piero de’ Medici, oltre che della palla di rame dorato posta sulla cuspide della lanterna che conclude la cupola di Brunelleschi. Un’impresa favoleggiata testimoniamene da Leonardo. Quest’ultimo, non per caso, giunse nel ducato milanese accompagnato dalla sua fama di musico e ingegnere. La bozza di lettera che lo stesso genio di Vinci indirizzò al Moro, oggi raccolta nel Codice Atlantico, lo presenta come genio multanime, colui che più di ogni altro rappresenta la figura dell’umanista versato nelle arti e nelle scienze.

Leonardo vivrà a Milano una seconda giovinezza e al contempo potrà avvalersi del pieno riconoscimento del proprio genio presso la corte sforzesca. In ragione di questo possiamo affermare che dopo Lorenzo de’ Medici, l’altro grande committente vinciano fu proprio Ludovico il Moro. Ma questa è un’altra storia, che meriterebbe comunque di essere raccontata.

 

 

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