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Cultura

La quarantena è un privilegio di classe

di Edoardo Pivoni

Vinto [vìn-to], aggettivo di vincere, significa sopraffatto, sconfitto. Sta anche a significare, come participio passato del verbo, qualcosa di portato a termine con successo, e per i vocabolari italiani accompagna solitamente i sostantivi guerra o battaglia. Vinto si dice di chi nella vita non sia riuscito a realizzare le proprie aspirazioni. Il ‘Ciclo dei Vinti’ è una raccolta di romanzi dello scrittore siciliano Giovanni Verga (1840-1922), principale esponente del Verismo, movimento letterario italiano della fine dell’Ottocento che si basava sul “vero”, raccontando la quotidianità reale così com’era. I soggetti di questa quotidianità spesso erano le classi meno abbienti, quelle dei pescatori o dei contadini, che conducevano vite a volte al limite della miseria umana, morale e materiale.

Una delle opere più note in Italia tratte da questo ciclo è quella de I Malavoglia, del 1881, rappresentata anche da un film neorealista del 1948 di Luchino Visconti, completamente in siciliano e intitolato ‘La terra trema’. I Malavoglia sono una famiglia di pescatori di Aci Trezza, il cui capostipite più anziano è Padron ’Ntoni, con le loro vite personali, apparentemente semplici e umilissime ma “disgraziate”, tipiche della visione verista: la sfiducia nel progresso e un generale pessimismo nella vita di tutti i giorni.

Ci troviamo nella Sicilia post-risorgimentale, ma nulla sembra essere cambiato dal dominio borbonico: una terra depressa da secoli in mano ai potentati privilegiati, agrari assenteisti e notabili mafiosi che hanno spesso cambiato casacca per non dover cambiare nulla delle antiche dinamiche di potere. La legge che regna nel povero paese “sottosviluppato” è quella dello sfruttamento; gli ideali sono la “roba”, cioè l’attaccamento ai beni materiali che la famiglia deve possedere per vivere dignitosamente. Beni poi persi dalla famiglia, a causa di una speculazione ad opera del capofamiglia e patriarca, che pagherà caro l’andare contro le proprie stesse convinzioni: non giocare alla fortuna, sopportare passivamente (una metafora della Sicilia e delle terre riarse del Mezzogiorno d’Italia) e “fare solo il mestiere che sai”. Non sembra esistere all’orizzonte una possibilità di riscatto o emancipazione per la famiglia, che trova se stessa a un nuovo inizio, peggiore del punto di partenza della storia.

La secolare accettazione di costumi e destini predefiniti da una società profondamente classista e patriarcale, latifondista o capitalista, implica la condanna a qualsiasi tentativo di ribellione di questi “perdenti”, rappresentati dal Verga senza commenti personali, da narratore esterno degli eventi, dei pensieri e delle azioni dei personaggi della famiglia siciliana via via in rovina. Si tratta però di una descrizione diretta: il pessimismo traspare nelle figure, le parole non sono lasciate al caso e fanno parte di un discorso: la denuncia della disumanità sociale che da sempre contrappone i vinti ai vincitori e che secondo l’autore non viene certo risolta con la “fiumana del progresso”.

I vinti sono tutti coloro che non hanno preso in mano le “redini” della propria vita; si lasciano sfruttare, sono nati o diventati poveri, sono storpi, sono prostitute, sono orfani, sfortunati per tragedie familiari o sociali. I vincitori sono quelli che governano la società, che ne hanno il comando, che ne possiedono le risorse, l’eredità, i beni o un’autorità tramandata e che si sono realizzati in qualsiasi campo con grande ambizione.

Quel filo rosso che da Verga arriva sino ai giorni nostri: il progresso non migliora i rapporti umani

La modernità dei testi del Verga è lampante anche per i nostri giorni: mette fortemente in discussione il progresso industriale ed economico che, come ha analizzato più recentemente il filosofo Umberto Galimberti, è solo tecnico: non migliora i rapporti umani o la sensibilità comune, né livella le disuguaglianze tra i “vinti e vincitori”. Questo progresso oggi è erede dell’American way of life, l’autorealizzazione di sé, un concetto tutt’altro che tramontato ma più pulviscolare, nel contesto della società liquida teorizzata da un altro filosofo, Zygmunt Bauman.

Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi.

È la crisi di comunità preannunciata anche da Verga, che tende a trascinare l’individuo in uno stato di perenne insoddisfazione della propria condizione, nel suo inutile tentativo di ottimizzarsi: il miglioramento a queste condizioni non è possibile e il risultato è sempre la sconfitta esistenziale. La forza motrice del cambiamento che ormai domina la società umana è un meccanismo crudele che schiaccia necessariamente il più debole, il vinto. Può sembrare un pessimismo conservatore – forse lo era; ma non si trattava di un limite, bensì di una vera e propria critica alla realtà, illusoria, che ancora oggi, in sordina, ci suddivide, a suo modo, in vinti e vincitori.

In tempi di coronavirus, “la romanticizzazione della quarantena è un privilegio di classe” si legge sui social. Com’è emerso, ad esempio, da un’intervista de La Stampa nella periferia di Roma, molti sono poveri, senza reddito, senza casa e non possono neanche permettersi un abbonamento a Internet affinché i figli possano seguire le lezioni online, “se no non mangiano”. Sono questi i vinti?

 

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