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La scuola e quel bisogno di normalità

di Alessandro Sandrini, Preside del Liceo Vermigli

“Prof.! Voglio tornare a scuola. Mi sono scocciata di tutta questa situazione. Voglio stare a scuola, voglio vedere i prof., voglio stare con i compagni! Quanto dura ancora, Prof.?”

Queste sono le prime parole che martedì scorso una mia studentessa mi ha rivolto appena cominciata la lezione di filosofia online (o a distanza).

Da quasi due mesi noi popolo della scuola siamo alle prese con la DAD, la didattica a distanza ai tempi del COVID-19. Sembra un’eternità scandita da una sequenza di giorni che paiono sempre uguali o, per qualcuno, un’interminabile notte di incubi.

Le ultime disposizioni delle Autorità Svizzere danno l’8 giugno come data prevista per la riapertura dei licei in presenza. Per le altre scuole si ripartirà dall’11 maggio. Altri Paesi, più sportivamente, riaprono prima. Ovviamente la previsione è del tutto teorica: nessun esperto, tantomeno noi, possiamo dire cosa può succedere con la riapertura delle scuole e con il ritorno a qualche normalità quotidiana. Si deve garantire la sicurezza di tutti, studenti e loro familiari. Ma i ragazzi sono stanchi. Noi insegnanti lo avvertiamo chiaramente.

Con la Didattica a Distanza il Vermigli ha mantenuto il normale orario in presenza, anche allo scopo di salvaguardare quella routine giornaliera che desse un senso di normalità (per quanto possibile). Tuttavia pur tra difficoltà tecniche, con la fatica per la prolungata esposizione alla luce innaturale dei monitor, pur tra salti mortali di varia natura per tenere concentrati i ragazzi, gli insegnanti sono forse quelli che meno risentono di questa situazione.

Dal punto di vista emotivo i ragazzi sono esposti all’impatto di un’esperienza sconcertante che sembra non avere fine. Le immagini emanate dai media (soprattutto italiani) e il martellante aggiornamento sul numero dei contagiati e dei decessi danno la rappresentazione di un mondo sconvolto, dove le cause e le opinioni su quanto accade sono inserite in una fantasmagorica, contraddittoria giostra infernale, dove poi, quello che veramente impressiona, sono le immagini dei malati in terapia intensiva, intubati, curati e monitorati da personale a cui non possibile dare un volto. Tutto ciò favorisce un sottile ma concreto timore su quello che potrà succedere appena sia possibile tornare a scuola. Qualche studente mi dice che non guarda più la TV, altri guardano solo i servizi di denuncia di qualcosa che non va. Quasi tutti sono in angoscia per i familiari in Italia, dove la situazione e la sua gestione sono ben differenti da quelle qui a Zurigo.

Ma i ragazzi vogliono rientrare, vogliono questa ripartenza con la loro vita di adolescenti e di studenti di cui la routine scolastica è parte integrante.

È ancora presto per tirare le somme su questa esperienza, siamo in mezzo al guado e la riva è ancora lontana. Tuttavia, se pur questa DAD era l’unica soluzione da prendere, la prospettiva di cominciare il prossimo anno scolastico a distanza non alletta nessuno. A poco serve dire ai ragazzi che sarà un’esperienza che potranno raccontare ai loro figli e nipoti. Noi insegnanti abbiamo il dovere di dire loro di pensare al futuro. Ma loro vogliono vivere anche adesso. Giustamente.

 

 

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