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La Solitudine

Una parola di cui non avere paura

La solitudine è stata emblematica conseguenza del tempo di pandemia che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Inizialmente non ci era consentito uscire di casa vivendo grandi limitazioni, non siamo stati liberi di accogliere queste limitazioni e dare loro un senso. Una solitudine non in dialogo con gli altri, piuttosto un isolamento fatto di dolore e indifferenza.

Lo psichiatra Eugenio Borgna distingue nettamente la solitudine dall’isolamento, paragonando la solitudine al silenzio e l’isolamento al mutismo. Nel suo libro “In dialogo con la solitudine”, (2021)scrive: “Nel mutismo si diviene monadi dalle porte e dalle finestre chiuse, non si ha nulla da dire, non si hanno parole, e nemmeno emozioni, da comunicare agli altri, e non se ne ha il desiderio. Il silenzio ha invece un suo linguaggio, che dovremo sapere ascoltare e interpretare, anche se non è facile coglierne gli orizzonti di senso”.

Un’esperienza positiva della solitudine ci rimanda sicuramente ad una figura, poco attuale, come quella dell’eremita. L’eremita è l’uomo che va incontro alla solitudine: la cerca, la costruisce e crede in essa. Ognuno di noi, forse ha vissuto momenti da eremita, volendo allontanarsi dal rumore della folla e dalle inutilità mondane e in tal senso abbiamo scelto di essere per un tratto della nostra vita dei “passeggiatori solitari”, sperimentando una condizione ben diversa dall’isolamento.

Lo scrittore svizzero Robert Walser, nel suo libro “La passeggiata”, pubblicato per la prima volta nel 1917, oggi pubblicato da Adelphi, racconta che cosa può sentire ed esperire dentro di sé un passeggiatore solitario. Egli prova una sorta di allargamento della propria esperienza sensoriale, conquista uno spazio interiore che gli consente di accogliere ricordi e visione future, in qualche modo, modifica la propria esistenza.

Oltre alla letteratura, molti filosofi, della nostra modernità, hanno descritto la solitudine come strumento che permette di scoprire la caducità di tanti valori e modi di comportamento. Nella solitudine, il filosofo Blaise Pascal, ha scorto uno dei modi necessari per realizzare un impegno cruciale che l’uomo dovrebbe assumere con se stesso ossia l’impegno di abbandonare il “divertissement”, il “di-vertimento”, nel senso che dovrebbe evitare di distrarsi o farsi distrarre dalle cose futili, dalle mere apparenze che riempono il nostro orizzonte, spingendoci all’oblio di noi stessi.

Nella solitiudine del nostro io impariamo qualcosa che ci è altrimenti inaccessibile: come diventare quello che siamo e, forse, anche a fare affidamento su noi stessi. In tal senso una condizione di solitudine scelta potrebbe aiutarci a scoprire il nostro universo più intimo e le proprie aspirazioni, precondizione per ridefinire il nostro progetto di vita. Come affermava, James Hillman, ognuno di noi ha un suo progetto fondamentale e può succedere che tale progetto venga in qualche modo dimenticato a causa dell’assordante vita associata. La solitudine, può aiutarci a ridefinire anche il nostro rapporto con il tempo. Oggi viviamo un tempo della prestazione, un tempo di lavoro solo in senso quantitativo, il tempo dell’efficienza. Esistono anche altre temporalità, come ci ha insegnato Thomas Mann in “La montagna incantata”. Tema di fondo è proprio l’esistenza di tempi diversi. All’inizio della vicenda, il suo protagonista Hans Castorp è un “normale”, esponente di quel mondo umano che si potrebbe definire come uomo-massa. Grazie alla solitudine Castorp diventerà una persona, una persona molteplice, che può vivere diverse modalità dell’esistenza e della temporalità. Castorp è ricoverato in un sanatorio dove incontra e conosce la propria solitudine. Per Castorp è un’esperienza perturbante e mette in questione le normali categorie della vita. La solitudine, come modalità dell’essere che impone la scoperta, di dimensioni e aspirazioni a noi ignote. Il giorno in cui Castorp fa questa esperienza, la sua vita assume un senso diverso. Purtroppo non sempre la solitudine ha questo volto, accade che la solitudine può anche essere intesa e vissuta come abbandono, come destino o come malattia.

La realtà della pandemia facilmente ci rimanda a vissuti di abbandono, di morte e di malattia. Molte, troppe persone hanno vissuto i loro ultmi giorni di vita in isolamento e molte persone vivono questi giorni con angoscia poiché non vedono certezze nel futuro. La solitudine di chi si trova a vivere tutto entro il perimetro del proprio io può essere fonte di disagio e pre condizione di peggioramento del proprio stato di salute. Aristotele sottolineava la natura essenzialmente politica dell’uomo. L’uomo è uno zoón politikón nel senso che è chiamato a vivere in un tessuto intersoggettivo. Si tratta di pensare insieme due dimensioni dell’uomo che sono diverse: il pubblico e il privato, la dimensione comunitaria e la dimensione individuale.

Concludo con le parole della poetessa Emily Dickinson:

C’è un’altra solitudine, molti ne muoiono senza, non nasce dal bisogno di un amico o dalle circostanze della sorte, ma dalla natura, a volte, a volte dal pensiero e chiunque la viva è più ricco di quanto mai rivelino i numeri mortali.

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Paolo Cicale

Nato in Lucania nel 1963. Ha studiato Filosofia, Bioetica e Pratiche filosofiche. Titolare a Lugano dello studio praxis etica e filosofia. Interessato agli aspetti etici e filosofici della relazione c ... Vedi profilo completo

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1 Commento

  1. luca de rosa 23 Aprile 2022

    la solitudine non è da temere ma spesso da ricercare per indurre a riscoprire l’autocoscienza come via per la conoscenza di sè.

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