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La Svizzera dice “no”, e ci stupiamo?

Da ormai alcuni mesi la rapida diffusione del coronavirus sconvolge profondamente la vita quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo, con effetti che si riflettono non solo nella pratica del distanziamento sociale e nel rispetto di norme igieniche, ma anche – sul piano politico – nell’isolamento degli spazi colpiti, nelle restrizioni di viaggio e nel confinamento in quarantena. In questo senso, il virus sta incidendo sul rapporto tra la responsabilità dello Stato per il benessere dei propri cittadini, da un lato, e i diritti umani e le pratiche di solidarietà, dall’altro.

A metà marzo si contavano un totale di 125 Paesi in tutto il mondo che avevano imposto restrizioni di viaggio, per prevenire la diffusione del coronavirus, verso luoghi dove l’epidemia si era diffusa più drammaticamente, tra cui la Cina continentale e l’Italia, con i suoi focolai in Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte. Vittima di queste restrizioni è stato anche, in Europa, lo spazio Schengen, con la sospensione della libertà di circolazione tra gli Stati  aderenti a Trattato – sospensione che l’Unione Europa intende però abolire da metà giugno. Le trattative sono in corso, anche se in Italia, il ministro Di Maio non ha perso tempo, definendo il 15 del mese come “il D-day europeo per il turismo” e il Governo di Conte si è già detto pronto a riaprire “subito” la frontiera con la Svizzera.

Che però ha detto “no”.

L’Italia rimane “monitorata”, nelle intenzioni della Confederazione, addirittura fino a inizio luglio. Perché? Forse i dati della pandemia oltreconfine possono giustificare la scelta della Confederazione? Solo in parte.

Da febbraio a fine maggio (precisamente al 26 del mese), in Italia ci sono stati 231’000 contagiati e 32,800 morti (dati Johns Hopkins University). Un’enormità in confronto alla Svizzera e anche alla Germania, Paese con il quale la Confederazione ha deciso di abolire il blocco delle frontiere a metà giugno. Infatti, nei Länder tedeschi si registrano, dall’inizio della pandemia a oggi, “solo” 181’000 contagi e 8’431 decessi – per quanto, il dato potrebbe essere falsato dal fatto che Italia e Germania non hanno adottato una metodologia omogenea nel conteggio di deceduti e infetti per coronavirus. Tedeschi a parte, la Francia, altro Paese confinante con la Svizzera (e l’Italia) e con il quale la riapertura delle frontiere è imminente, registra meno casi di quelli italiani (146’000 contagi) ma comunque un numero di morti per coronavirus pari a 28,400 e un tasso di mortalità superiore a quello del Bel Paese. Dunque, il numero dei contagi italiani acquista una dimensione drammatica, se analizzato con uno sguardo longitudinale e comparato a quello dei tedeschi, ma appare ridimensionato in relazione alla situazione della Francia. Eppure, le vacanze in Italia non s’hanno da fare!

O meglio, le vacanze in Italia gli svizzeri potrebbero farle – con l’abolizione dei blocchi doganali da parte italiana. Infatti la Svizzera, dal canto suo, non ha mai formalmente chiuso le frontiere: in nessuna fase della pandemia ha impedito ai propri cittadini di far ritorno nel Paese d’origine. E, come si legge nel sito della Segreteria di Stato della Migrazione, a poter entrare nella Confederazione, ad oggi, sono anche quanti dispongono di un permesso di soggiorno svizzero. A prescindere dalla nazionalità. E per quanto riguarda le uscite dalla Svizzera verso l’Italia, Berna non esclude a priori la possibilità di viaggi oltreconfini: benché siano sconsigliati gli spostamenti in Italia e il frontalierato della spesa nelle provincie di confine, la possibilità d’uscita è prevista presentando un certificato medico e compilando un apposito formulario.

Vi è, naturalmente, chi critica, con indignazione, la distinzione tra restrizioni (per gli svizzeri e i cittadini stranieri residenti) e discriminazioni (che toccano tutti coloro che non possono esibire un documento di identità rossocrociato o un permesso di soggiorno valido). La “materia scivolosa”. Se da un lato è illegittimo escludere l’accesso entro i confini nazionali di persone sulla base della loro nazionalità, dall’altro lato può essere giustificata la decisione di ridurre la mobilità di individui che provengono da un Paese colpito dall’epidemia? Nello specifico del caso Italia-Svizzera, è il COVID tale una minaccia per la sicurezza nazionale da giustificare la decisione, da parte svizzera, di posticipare di quasi un mese il ritorno della libera circolazione delle persone con uno degli stati firmatari di Schengen?

Inoltre, è evidente che richiederà una notevole coordinazione – se non addirittura una certa ingegnosità –fermare il flusso di persone provenienti dall’Italia verso la Svizzera, dal momento che entrambi i Paesi sono nello spazio Schengen. Perché quando le barriere tra gli stati membri dell’area Schengen saranno rimosse come si potrà gestire il flusso di persone che dall’Italia arrivano in Svizzera passando, per esempio, per la Francia?

Alla base del no svizzero c’è un problema di come la pandemia è (stata) comunicata in Italia.

Una – non certo l’unica – motivazione va da ricercarsi nell’ambito della comunicazione politica: la decisione politica della Confederazione, accolta con soddisfazione da quanti hanno motivi ideologici per chiudere le frontiere, appare inscindibile dalla pessima gestione comunicativa dell’epidemia da parte del “sistema Italia”, che ha reso il Bel Paese un interlocutore poco affidabile.

L’immagine che è arrivata in Svizzera (e nel mondo, probabilmente) dell’Italia è stata piuttosto caotica, approssimativa e ambigua. Il racconto della situazione italiana nei media è stato oggetto di una narrazione emozionale, dettata – vien da sospettare – dalla logica dei numeri (auditel, copie vendute, traffico web) e dei like. Ben lontana dall’invito alla cautela promosso dalla comunità scientifica e alla “pazienza” come virtù da coltivare diffuso da politici altrove in Europa (si pensi a Angela Merkel), la comunicazione in Italia ha fatto proprio un “infodemia” generalizzata, ponendo al centro il mero dato di cronaca a discapito di notizie impegnate e focalizzate sul “ragionamento”.

La spettacolarizzazione mediatica del virus e una comunicazione confusa hanno leso l’immagine dell’Italia quale Paese affidabile.

Trattando il popolo italiano come incapace di comprendere cause e effetti complessi, il tazebao mediatico ha visto il virologo affiancato dal videoblogger di ultima generazione, lo scienziato seduto vicino al tuttologo. Ne esce un quadro confuso, che non solo genera nell’opinione pubblica nazionale sfiducia e incertezze, ma lede anche la credibilità del Paese a livello internazionale.

Tra l’altro, l’Italia annunciava il passaggio, unilaterale, verso la riapertura delle frontiere con la Svizzera proprio quando le restrizioni di mobilità all’interno delle stesse Regioni italiane non erano ancora state sollevate, non si sapeva se sarebbe stato adottato un piano nazionale omogeneo o se invece, in vista di una ripresa degli spostamenti tra le Regioni, la Lombardia sarebbe figurata tra i territori del Nord il cui via libera rimaneva incerto e la Sardegna chiedeva ai turisti di “non arrivare sull’isola”. Insomma, leghisti a parte, come si faceva a pensare che la Svizzera dicesse “sì”?

 

 

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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