La tragedia delle foibe e le lacrime dell’esodo istriano | Corriere dell'Italianità

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La tragedia delle foibe e le lacrime dell’esodo istriano

Il 10 febbraio è la Giornata del Ricordo

Foto: Roma, Giuliano-Dalmata-monumento vittime delle foibe author Gaux- GNU Free Documentation License

di Giovanna Guzzetti

Non deve essere certo un caso se un recentissimo saggio (2021) come Adriatico Amarissimo, di Raoul Pupo, ha scalato le posizioni nelle classifiche di vendita. Per la maggior parte degli Italiani l’Adriatico, il mare delle vacanze gioiose sulla riviera romagnola, è tutto meno che amaro…ma le acque che lambiscono le nostre terre attuali e quelle che un tempo ci appartennero (Istria e Dalmazia) inglobano non solo il sale marino, ma anche quello delle lacrime di molti connazionali.

Capitoli della storia, quelli delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata, da non dimenticare. Anzi da insegnare, apprendere e ricordare. Siamo d’accordo con Primo Levi: comprendere può essere anche impossibile, ma conoscere è necessario. E ricordare. Non solo in senso celebrativo, ma perché il ricordo possa diventare momento di riflessione e di elaborazione. Una lezione per il futuro. In fondo è questo il senso della storia, vista anche solo come dipanarsi degli avvenimenti nel tempo. Se, poi, abbiamo l’umiltà dell’analisi e della lettura critica degli avvenimenti, allora il contributo che può derivarne non solo per gli studi, ma per le generazioni future, assume proporzioni rilevanti.

Il 10 febbraio prossimo si celebrerà la Giornata del Ricordo (istituita solo nel 2004!), per commemorare le vittime delle foibe, coloro che, per la maggior parte di origine italiana, vennero gettati vivi nelle profonde fessure di quei territori appena al di là del confine attuale con Slovenia e Croazia. Indulgendo ai toni drammatici si potrebbe dire Italiani rimangiati dalle viscere della propria terra…ma non siamo molto lontani dal vero.
Istria e Dalmazia, anche se appartenute a lungo all’impero Austro Ungarico (gli Asburgo dettero una dignità maggiore agli Ungheresi rispetto a tutti gli altri sudditi, sottovalutando l’apporto della civiltà romana prima e di Venezia poi), erano di etnia italiana. Indubitabilmente. Per tornare nell’alveo italico dovettero attendere la fine della Prima guerra mondiale. E non furono una passeggiata né il conflitto né le vicissitudini diplomatiche che seguirono. Ma il ritorno delle terre irredente durò poco perché, alla fine della Seconda guerra mondiale, furono nuovamente strappate all’Italia, in modo violento, terreno di dimostrazione di quella che Massimo Salvadori nel suo In Difesa della Storia (fresco di stampa) definisce la hybris smoderata che trascina chi ha avuto ed ha l’ambizione di ergersi a padrone della storia.

La creazione della Jugoslavia, senza alcun pregiudizio ideologico, è figlia, o conseguenza, anche di questo fenomeno. Ripercorrere tutti gli avvenimenti ed elencarne le cause sarebbe troppo lungo e, forse, anche un po’ noioso. In modo ecumenico si potrebbe dire che da entrambe le parti (Italia e Jugoslavia, per sintetizzare gli attori in campo) ci sono torti e ragioni. E c’è sicuramente del vero. Ma i numeri delle vittime parlano da soli (senza dimenticare quelle del cosiddetto fascismo di confine).

Per gli infoibati non esiste un dato certo. Fin dal dicembre 1945 il presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi». Nella realtà, però, si ritiene che il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani – nel periodo tra il 1943 e il 1947 – furono almeno 20mila. Ma non possiamo ritenere meno vittime quegli italiani -almeno 250mila (esistono ipotesi al rialzo di questa cifra) – costretti a lasciare case, terre, proprietà e lavoro nelle terre italiche divenute slave. Una descrizione che ritroviamo, in tutta la sua drammaticità, addirittura in Seneca duemila anni prima, a confermare i corsi e ricorsi degli spostamenti forzati di popolazioni. Quelli giuliano – dalmati furono veri esuli, profughi che però i bizantinismi della burocrazia dipinsero come liberi migranti perché non espulsi, ma “liberi di optare”.

È vero sì che la storia è un ripetersi di migrazioni ma questa, così vicina a noi nel tempo e nei luoghi, non è davvero meno dolorosa. Qui si tratta di un abbandono della propria terra che nasce dalla paura: Italiani vittime di una guerra persa, che individuarono nella partenza l’unica via per autoconservarsi. Intraprendendo un altro cammino di dolore perché gli Italiani della penisola non li accolsero con particolare solidarietà. E tutto in salita fu anche il percorso per il pieno rientro di Trieste, perla dell’Adriatico per gli Inglesi e potenzialmente spoglia opima per la politica staliniana, nella sovranità politica italiana. Non ce lo si ricorda, ma questo avvenne solo nell’ottobre 1977, neanche 50 anni fa, quando entrò in vigore il Trattato di Osimo, firmato due anni prima. Ecco perché questo capitolo della nostra storia va studiato e ricordato. Semplicistico dire che si tratta di una Frontiera rossa, con riferimento a cromie politiche. Rossa sì, ma del sangue delle vittime che meritano, nel tempo, pietas e rispetto.

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