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La transizione energetica ci costa troppo?

Di Marco Nori, CEO di ISOLFIN

Alcuni mesi fa, da queste pagine ragionavamo sul fatto che la transizione energetica è una bellissima occasione ma, dalle roboanti parole di speranza, occorreva passare alla spinosa situazione dei costi. Troppo spesso, a mio parere, le cifre snocciolate dai media danno l’erronea sensazione che i miliardi da investire siano dello Stato e quindi di nessuno invece che di tutti, e che questa transizione (necessaria, lo ripetiamo per chiarire ogni ambiguità) avrà invece un costo nelle tasche di ognuno. In Svizzera la sveglia è arrivata con la bocciatura al referendum dell’introduzione di nuove misure che avrebbero limitato le emissioni di anidride carbonica (CO2), la responsabile dell’effetto serra e del riscaldamento climatico. Erano misure molto pragmatiche e abbastanza prevedibili: un’imposta sui carburanti fossili e sui biglietti aerei e nuovi limiti alle emissioni inquinanti delle industrie. In questo modo la Confederazione si proponeva di dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030 rispetto ai valori del 1990 e di conquistare la neutralità energetica nel 2050. Adesso si fa tutto più difficile.

Il partito dei Verdi svizzero ha detto che «le compagnie petrolifere e le loro lobby […] hanno vinto», ma io non credo che descriva in maniera esauriente quello che è accaduto. Piuttosto hanno vinto gli interessi personali di breve termine. Finché si parlava di miliardi di euro, di dollari, di franchi svizzeri, le cifre mirabolanti sembravano una panacea venuta dal cielo; quando si è trattato di mettere mano al proprio portafoglio la situazione è cambiata. Si è tirato in ballo che la Svizzera è responsabile solo dello 0,1% delle emissioni globali, quindi perché disturbarsi così tanto, se gli effetti saranno microscopici a livello globale? “Bisogna intervenire piuttosto in Cina!”, è stato detto. Forse occorreva dare l’esempio, invece, perché sarà da vedere come convincere i cinesi a sobbarcarsi un costo del genere visto che gli svizzeri, che hanno un prodotto interno lordo pro capite nove volte superiore al loro, hanno declinato la proposta perché troppo cara.

Che sia stata una scelta individuale si è visto anche nella distribuzione geografica del voto. Il “sì” ha vinto nelle città, dove la qualità dell’aria è un problema vicino alla gente, e il “no” nelle campagne, dove invece l’automobile è necessaria nella routine quotidiana.

Un ulteriore segnale che si trattava di una questione economica personale è nei risultati di altri due quesiti: si è detto sì alle misure di indennità di svariati miliardi di franchi per mitigare l’impatto della pandemia su persone e imprese, e si è rifiutato di mettere al bando i pesticidi nelle campagne svizzere, che avrebbe comportato sicuramente un aumento dei prezzi di alcuni beni alimentari. Poche settimane fa c’era stata una grande campagna di demonizzazione dell’accordo commerciale con l’Indonesia per il timore che avrebbe permesso la penetrazione del famigerato olio di palma nelle nostre tavole – in questo caso il pesticida nostrano è sembrato molto meno insidioso.

A livello globale, è vero, non cambierà molto. La Svizzera è già un paese energeticamente virtuoso e la sua impronta globale è davvero minima. Ma certamente non è un biglietto da visita promettente quando chiederemo misure concrete agli altri – e dovremo chiederle presto perché, nonostante la Confederazione inquini poco, con i suoi ghiacciai e le sue montagne è particolarmente esposta agli effetti del cambiamento climatico. Non possiamo fare tutto da soli, è vero, ma non possiamo neanche esimerci dal fare la nostra parte. Il governo elvetico lo sa e tornerà presto alla carica.

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