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La tribù: un concetto che dà sicurezza, ma a caro prezzo

di Amedeo Gasparini

In foto Mario Vargas Llosa

“L’essere umano che ritorna alla tribù, perde la sua dimensione individuale, per tornare al conosciuto, al luogo sicuro, alla grande tribù, alla nazione, alle frontiere culturali. Capi e sciamani vegliano sulla folla in maniera piramidale, top-down; i sudditi guardano con adorazione i leader-traghettatori, guardiani del passato, della tradizione, della certezza e dell’identità”

L’espressione “chiamata della tribù” è stata coniata dallo scrittore Mario Vargas Llosa (Il richiamo della tribù) e si riferisce al fatto che l’uomo ha un intrinseco bisogno di appartenere – e allo stesso tempo di vivere esperienze insieme – ad un gruppo di simili. Nella sua vita, l’individuo avverte a correnti alterne il richiamo della tribù. Il concetto si rifà alla tradizione liberale di Karl Popper, che più volte aveva sociologicamente segnalato il richiamo dell’essere umano al mondo tribale. Popper scrisse a proposito dell’«irrazionalismo dell’essere umano primitivo nelle profondità più recondite di tutti gli esseri civilizzati, che non hanno mai superato sino in fondo la nostalgia di quel mondo tradizionale – la tribù –, quando l’uomo era ancora una parte inscindibile della collettività, subordinato a uno stregone o a un capo onnipotente che prendeva tutte le decisioni al posto suo, facendolo sentire al sicuro, privo di responsabilità, sottomesso, come l’animale nella mandria, nel branco, o l’essere umano nella banda o nella tifoseria, sopito fra gente che parla la sua stessa lingua, adora i suoi stessi dèi, e ha i suoi stessi costumi, e odia l’altro, l’essere diverso, cui può attribuire tutte le calamità che si abbattono sulla tribù.»

Non è un caso che l’Homo Sapiens si sia evoluto a partire da piccole tribù di cacciatori raccoglitori e che dunque disponga di un forte senso della comunità, del “noi”. Un pronome non amato dalla tradizione liberale: traslato ai giorni nostri, si potrebbe affermare che lo scoppio del populismo nell’ultima decade – con particolare riferimento alle istanze sovraniste e nazionaliste – sia in realtà un “ritorno” alla volontà di molti elettori di essere e stare nella tribù. Secondo Vargas Llosa, il sovranismo si riflette nel micro all’interno dell’individuo e nel macro a livello nazionale, in relazione agli altri paesi. L’essere umano che ritorna alla tribù, perde la sua dimensione individuale, per tornare al conosciuto, al luogo sicuro, alla grande tribù, alla nazione, alle frontiere culturali. Capi e sciamani vegliano sulla folla in maniera piramidale, top-down; i sudditi guardano con adorazione i leader-traghettatori, guardiani del passato, della tradizione, della certezza e dell’identità. La tribù dà stabilità e sicurezza. «La gente di tutto il mondo cerca sicurezze e valori nell’abbraccio della nazione», scrive Yuval Noah Harari (21 lezioni per il XXI secolo).

La tribù è rassicurante e i leader politici demagogici che strumentalizzano il richiamo alla nazione, alla società chiusa, amplificano il loro consenso in virtù di un sentimento passatista. Secondo Paul Roland (The Nazis and the Occult), «il bisogno primitivo di essere parte della tribù o del gruppo è difficile da resistere perché è legato al nostro istinto di sopravvivenza e richiede uno sforzo […] per mantenere il senso di individualità quando un gruppo agisce come uno […]. Quando gli individui rinunciano al loro libero arbitrio e si sottomettono alla volontà collettiva, si comportano come un branco di animali». Il richiamo della tribù conduce al ritorno alla tribù: predica il ritorno alle frontiere, al nazionalismo sfegatato, alla purezza di un popolo rispetto agli altri – elementi impliciti nella retorica dei politici populisti odierni. Tali elementi permettono un ritorno al passato, al bello, alla certezza; lontano dal mondo globalizzato. Il concetto di ritorno alla tribù e al tribalismo si collega senza troppa difficoltà alla missione storica di alcune figure legate al totalitarismo novecentesco.

Da Adolf Hitler a Benito Mussolini, da Mao Zedong a Fidel Castro: questi leader si sono serviti del richiamo della tribù – riunire i popoli germanici, creare un nuovo impero di Roma, stabilire un’unica Cina, rendere i cubani indipendenti – per tornare ad un concetto di tribalismo. Secondo Vargas Llosa, questi dittatori hanno avuto successo anche perché hanno fatto appello allo spirito della tribù dei rispettivi popoli. La tribù, che all’inizio dell’umanità era una società chiusa, ma dove l’individuo era “sovrano” «emancipato da quell’insieme gregario gelosamente chiuso in sé stesso per difendersi dalla fiera, dal fulmine, dagli spiriti maligni, da innumerevoli paure del mondo primitivo». Il pericolo della logica del ritorno alla tribù per mezzo del richiamo alla tribù conduce inevitabilmente al totalitarismo e alla fine dell’individuo e della sua libertà. Alcuni condottieri politici pensano di poter riportare indietro la Storia e un intero popolo, anche perché rafforzati dalla spirale del consenso che il ritorno alla dimensione ancestrale comporta. La profonda socialità umana, l’idea dell’insieme, dell’uno, è ben rappresentata da concetti che incontriamo tutti i giorni, come frontiere e nazioni.

Ritornare alla tribù – come i leader demagogico-populisti sostengono intimamente, senza esplicitare il concetto – mette a repentaglio il progresso della Storia dell’uomo e affida a singoli arrampicatori sociali – quali gli ambiziosi dittatori di cui sopra – il compito di traghettare il fato della nazione in un passato artificiale. Il richiamo della tribù è «l’attrazione verso una forma di esistenza nella quale l’individuo, […] schiavo di una religione, di una dottrina o di un capo che si assume la responsabilità di fornire al suo posto risposte a tutti i problemi, rifugge l’arduo impegno della libertà e la sua sovranità di essere razionale», scrive Vargas Llosa. La tribù non è altro che una forma di collettivismo, di ritorno all’irresponsabilità collettiva, per stare sotto un’unica figura che, si crede, si assumerà gli oneri della conduzione della società. Il prezzo del ritorno alla tribù, istigato dal richiamo della tribù ad opera di alcuni, è la cessione della libertà personale a favore di concetti quali la nazione, la sovranità, il popolo, il collettivismo. (www.amedeogasparini.com)

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