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La vera sorpresa delle ultime elezioni: i partiti verdi

Di Luca Manucci, PhD, Ricercatore all’Università di Lisbona

Distratti dallo tsunami populista —che poi non è mai arrivato— e impegnati a far di tutto pur di non parlare del fatto che la Brexit o la vittoria di Donald Trump non sono trionfi della working class che finalmente ritrova la propria voce (ma semplicemente la vittoria di una politica nazionalista e identitaria che vuole riportare indietro le lancette dei diritti civili e del progresso sociale), quasi tutti si sono persi l’elemento forse più interessante delle ultime elezioni europee: l’onda ‘verde’, il trionfo dei partiti ambientalisti.

Mentre i media ci avevano convinto che stavamo per assistere alla fine della democrazia liberale in Europa, travolti dal successo inarrestabile dei ‘populisti di destra’ (che, come abbiamo visto, sono più che altro razzisti, nazionalisti, neo-fascisti o neo-nazisti, solo che chiamarli con il loro nome non permette di usare la parola passpartout populismo), ci siamo ritrovati con il clamoroso risultato dei partiti ambientalisti. A Bruxelles, Berlino, e Dublino sono stati i partiti verdi a vincere le elezioni, nell’indifferenza dei commentatori politici. Proprio contro quei partiti populisti che, invece, negano i cambiamenti climatici.

Se i sovranisti e ‘populisti di destra’ possono vantare 73 seggi al parlamento europeo, e praticamente ogni prima pagina, apertura di notiziario, o editoriale è stato incentrato su di loro, i partiti verdi hanno formato un gruppo che controlla un seggio in più: 74.

Alla fine dei conti i cittadini europei si sono espressi a favore dell’Unione Europea. Prima di tutto, se da un lato l’estrema destra è riuscita a ripulire la propria immagine attraverso una retorica populista e a diventare una forza mainstream, questo non vuole dire necessariamente che siamo tornati agli anni ’30 del secolo scorso e l’unico futuro che possiamo aspettarci è quello di una democrazia illiberale e autoritaria nostalgica del fascismo. Quando la cosiddetta ‘crisi’ dei migranti si sgonfierà e i partiti di estrema destra perderanno il cavallo vincente che li ha fatti arrivare al cuore del sistema istituzionale, sarà la volta della battaglia sul clima. E qui arriviamo al secondo punto: il cambiamento climatico non può che essere il terreno di scontro politico per i prossimi decenni. I gruppi tradizionali di centro-destra (Partito Popolare Europeo) e di centro-sinistra (Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici) non hanno più il controllo assoluto, certo. Sono stati accerchiati: a destra da partiti nazionalisti che vogliono bloccare l’immigrazione, e a sinistra da partiti che chiedono una svolta nella sfida ai cambiamenti climatici. E l’Unione Europea deve trovare una voce comune per non gettare al vento gli sforzi di cambiamento.

 

Sull’Autore: Luca Manucci è ricercatore all’Università di Lisbona. A Zurigo ha scritto la sua tesi di dottorato su populismo e memoria collettiva. Ha pubblicato in diverse riviste scientifiche e ha un blog in inglese sul populismo

 

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