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Politica estera

L’Afghanistan, l’addio degli USA e il ritorno dei talebani

In foto: Habiba Sarabi, la prima donna di sempre ad essere governatrice di una provincia afghana

Biden si sta rivelando un presidente che lascerà il segno e lo sta dimostrando in poco tempo. Dopo il coraggioso annuncio di una tassa globale che ha messo in crisi molti Paesi e molte società, è stato annunciato che a settembre 2021 si completeranno le operazioni di rientro delle truppe americane dall’Afghanistan. Di fatto mettendo la parola “fine” a 20 anni di conflitto che hanno cambiato il mondo e chiudendo l’ennesimo capitolo della saga statunitense in Asia.

Di certo è difficile dimenticare l’11 settembre di 20 anni fa e l’attacco alle Torri Gemelle, ma il pensiero corre veloce anche alla guerra in Vietnam e in Corea che hanno distrutto un’intera generazione senza fiaccare lo spirito di quei Paesi. Tra l’altro l’impegno militare americano si è trascinato per anni, senza con questo modificare in modo decisivo i rapporti di forze locali visto che il governo regolare è sempre debole e i talebani sono sempre in grado di recuperare un’influenza decisiva.

Ecco che alla fine la Nato ha annunciato che “… il ritiro sarà ordinato, coordinato e deliberato. (…) Qualsiasi attacco talebano contro le truppe alleate durante questo ritiro riceverà una risposta forte”. In realtà il ritiro era stato imbastito dall’amministrazione Trump e, nonostante il merito lo raccoglierà Biden, occorre considerare la reazione dei talebani perché questi avevano stabilito il ritiro entro il primo maggio come condizione per non riprendere le ostilità.

È stato il presidente turco Erdogan, con il placet di Biden, a ospitare in Turchia fino al 4 maggio, un giro di negoziati di pace e di ricerca di un assetto politico che includa talebani e governo di Kabul. Ora, se da un lato ha giocato un ruolo fondamentale riconoscere l’inutilità della guerra, dall’altro è evidente che la sfida non è più l’Afghanistan, se non nella misura in cui possa scivolare verso l’orbita russo-cinese oppure verso quella dell’India, ma lo spazio indo-pacifico che è allo stesso tempo una mappa mentale, una rotta commerciale ed energetica e un’alleanza militare. Le tre dimensioni contraddistinguono una vastissima area per lo più marina, che va dal Medio Oriente fino alle Hawaii, dove si fronteggiano Stati Uniti e Cina. In particolare, la zona di conflitto si potrebbe concentrare nel Mare della Cina meridionale.

Ma se le preoccupazioni dell’America si limitano a dover convincere i talebani ad accettare qualche mese di slittamento; strappare garanzie aggiuntive sul futuro ordine pacifico del paese e garantire un ritiro ordinato di tutte le forze Nato, le preoccupazioni delle donne afghane sono enormi. Habiba Sorabi, governatrice della provincia di Bamiyan e unica donna a sedersi al tavolo dei negoziati ha riferito che, nonostante le intenzioni dichiarate, non c’è dialogo con i talebani che si sono limitati a garantire il rispetto dei diritti femminili secondo la legge islamica. Ma non è chiaro a quale legge facciano riferimento e come verrà interpretata. Il rischio di vanificare anni di lotte è quanto mai concreto ed è il motivo per cui le donne afghane chiedono alle potenze straniere di imporre ai talebani il rispetto dei diritti all’ istruzione, alla rappresentanza politica, al lavoro, ai diritti civili e sociali. Il problema è che sarà davvero arduo tenere la barra dritta senza alcuna potenza straniera che vigili e che possa usare le giuste leve per tutelare le donne afghane.

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Paola Fuso

Nata a Cutrofiano (Le), ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca presso la Fondazione Marco Biagi a Modena specializzandosi in diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali. Esperta di lavoro ... Vedi profilo completo

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