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L’ascesa degli hashtag

Ammettiamolo: il cancelletto regna sovrano ovunque ci sia qualcosa da dire. Navigando online, tra i social network che popolano la rete, sfogliando riviste, guardando cartelloni pubblicitari e locandine varie, persino affacciandoci alle vetrine dei negozi, vediamo che oramai ovunque le parole si lasciano accompagnare dal famoso carattere speciale “#”.

È come se il cancelletto desse forza e importanza a qualsiasi comunicazione che vogliamo veicolare.

La popolarità degli hashtag, si deve, come sappiamo, principalmente a Twitter, il social network che ha iniziato ad utilizzarli fin da subito, contrassegnando parole chiave al fine di raggruppare messaggi e discussioni. Oggi sono legati soprattutto ad Instagram, che ha fatto di queste parole speciali un vero e proprio cavallo di battaglia.

Indipendentemente dal mezzo, lo scopo è sempre lo stesso, ossia quello di raggruppare e di raccogliere, in base ad una divisione legata al criterio delle aree tematiche, i contenuti postati dagli utilizzatori della rete. Utilizzati in modo “strategico”, gli hastag permettono di condividere informazioni di diverso genere all’interno di una vera e propria community potenzialmente interessata a ciò che stiamo dicendo.

Ma il punto è proprio questo: il loro utilizzo strategico. Appare evidente come il cancelletto più famoso del mondo sia stato talmente usato e abusato da aver perso la sua originaria funzionalità, svuotato della sua funzione primaria.

Fino a quando buona parte del pubblico ne ha ignorato uso ed esistenza, l’hashtag veniva utilizzato per fare in modo che qualcuno raccogliesse e magari, rispondesse a quello che le persone scrivevano nelle campagne social media. Poi Facebook ha adottato gli hashtag e numerosi utenti non sapendo bene a cosa servissero, hanno cominciato a usarli come battute, come emoji scritte, come tormentoni simili a quelli televisivi. Da qui in poi l’hastag ha conosciuto un’ascesa impetuosa.

E cosi abbiamo assistito al fenomeno in cui il cancelletto è stato utilizzato dalle aziende come dieci anni fa il simbolo della chiocciola“@” venne usato nelle insegne dei negozi e dai brand in generale, ossia per darsi un tono “digital”.

Tutto ciò che è comunicazione, head-line, pay-off si è fuso con l’hastag. Sembra che non ci sia nessuna cognizione di causa in merito all’effettiva utilità del simbolo. In una corsa ad apparire a tutti i costi digital o solo per essere alla moda, basta guardarsi intorno per scovare un hastag ovunque, persino nelle lavagnatte dei menu appese fuori dal ristorante. L’hastag regna sovrano nella nostra vita che sia social oppure no.

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Samantha Ianniciello

Laureata in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Salerno, master in Business Administration presso la Scuola di Direzione e Organizzazione Aziendale di Salerno. Ha lavorato t ... Vedi profilo completo

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