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Politica

L’aumento della povertà e i salari minimi

di Franco Narducci

Il Corriere ha pubblicato, il 27 novembre scorso, la lettera aperta inviata da Fàtima e Beatriz al Consiglio comunale di Zurigo per denunciare pubblicamente la situazione drammatica in cui vivono molte persone sottopagate, specialmente in alcuni settori di attività come quello delle pulizie (ma anche in altri ambiti manifatturieri a basso costo la situazione non è migliore). Nella straricca e luccicante Zurigo, che per il costo della vita è nelle prime posizioni a livello mondiale, è notoriamente impossibile “vivere con un salario di 2’600 franchi lordo”, denunciano le due autrici della lettera.

La questione dei livelli minimi salariali è di nuovo scottante e di grandissima attualità. Da anni la forbice salariale si è allargata sempre più: da una parte gli stipendi stratosferici di una casta intoccabile o di chi si è arricchito enormemente con le speculazioni finanziarie, dall’altra l’insufficiente crescita dei salari rispetto all’aumento del costo della vita e un rilevante numero di dipendenti mal retribuiti, molti dei quali sono cittadini immigrati, spesso in assenza di condizioni contrattuali vincolanti. La pandemia e l’emergenza sanitaria hanno aggravato fattualmente questa situazione: a causa del lavoro ridotto, o della perdita del posto di lavoro, le entrate economiche di molte famiglie si sono assottigliate, tanto da non poter far fronte ai costi fissi come la pigione o la bolletta mensile per l’assicurazione malattia. Le testimonianze di quanto sta accadendo non mancano di certo: dal ripetuto grido di allarme lanciato dalla Caritas, fino alla mancata copertura delle carte di credito denunciata da Swisscard, uno dei principali offerenti sul mercato svizzero. 

L’aumento della povertà – un fenomeno globale – e le previsioni a medio termine sulle conseguenze economiche del Covid-19 hanno riproposto alle istituzioni la necessità, non ignorabile, d’intervento a sostegno delle persone in difficoltà. Nel 2014 la Svizzera bocciò l’iniziativa “Per la protezione di salari equi”, che rivendicava un salario minimo di 22 franchi l’ora (4’000 franchi al mese per 42 ore di lavoro settimanale), ma da quella data sembrano essere passati anni luce, soprattutto dopo ciò che è accaduto in questo 2020. Nel frattempo, vari Cantoni hanno deciso di introdurre il salario minimo; dopo Ticino, Neuchâtel e Giura, anche i ginevrini – superando i timori sulla finanziabilità e sul fatto che il salario minimo è previsto da subito e per tutti i settori, con o senza contratto collettivo di lavoro – hanno votato a favore di questo passo per combattere il disagio economico, che secondo stime attendibili riguarderebbe circa 30’000 persone nel Cantone romando. 

A Zurigo città ha ripreso quota, a livello sociale e politico, l’idea del “salario incondizionato” (bedingungslose Grundeinkommen): un progetto pilota riguarderebbe ora circa 500 persone. Anche in questo frangente emerge però la mancanza di coraggio dell’intero Cantone ad affrontare il dramma vissuto da tante persone. Per contrastare la pandemia, giova ricordarlo, si è attinto alle casse pubbliche, con poche formalità e in tempi rapidissimi, a miliardi di franchi destinati per lo più alle imprese e al finanziamento del lavoro ridotto.

I salari minimi sono di scottante attualità anche nell’Unione europea, come ha illustrato Paola Fuso sul Corriere della scorsa settimana, a causa dell’aumento della povertà lavorativa. In Svizzera la questione dei salari minimi s’intreccia con la prassi statuita dai contratti collettivi di lavoro (CCL), che hanno una buona copertura normativa. Infatti, la Legge federale per il conferimento dell’obbligatorietà generale permette di dare ad un CCL – accordo di diritto privato tra associazioni padronali e organizzazioni sindacali – un valore di Legge vincolante. Attualmente sono decretati di obbligatorietà generale ben 43 CCL di valenza nazionale nei settori più importanti – in termini economici e occupazionali – quali, ad esempio, l’edilizia principale, la metallurgia e la ristorazione. Anche i singoli Cantoni possono decretare di obbligatorietà i CCL d’interesse locale.

Con un CCL decretato di obbligatorietà generale si vuole combattere un potenziale degrado del mercato del lavoro e la conseguente pressione sui salari, che genera un effetto a catena con sempre più concorrenza sleale e disparità di trattamento. In buona sostanza, con un decreto di obbligatorietà generale ad un CCL si stabilisce che le regole del gioco (il contenuto di un contratto) siano valide per tutti (imprese e collaboratori).

Alcune parti contrarie ai salari minimi hanno subito rilanciato argomenti che già in passato hanno fatto leva sulla paura, evocando effetti frenanti sull’impiego e un livellamento dei salari verso il basso per chi guadagnava di più della soglia minima prevista dai CCL. Ma proprio le realtà di Neuchâtel, uno dei Cantoni con più CCL in Svizzera, smentiscono tali paure. Certamente, in una situazione come quella attuale, inedita e imprevista fino a pochi mesi fa (basti pensare agli scenari aperti dal telelavoro!), si dovranno riconsiderare moltissimi aspetti, senza tuttavia buttare l’acqua sporca con bambino.

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Franco Narducci

Nato a S. Maria del Molise (IS) nel 1947. Fino al 1981 ha lavorato nel settore dell’ingegneria edile. Ha diretto l’ENAIP del Cantone Argovia e dal 1985 al 1996 l’ENAIP nazionale Svizzera. Nel 1996 è d ... Vedi profilo completo

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