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Politica

Lavoro e occupazione, l’impatto della crisi

di Franco Narducci

“Anno nuovo vita nuova”. A fine anno abbiamo affidato le nostre speranze a questo proverbio popolare, viste le vicende complesse e tristi che hanno gravato sull’intera umanità nel 2020. E invece il nuovo anno, oltre che con l’emergenza pandemica infinita, è iniziato con le immagini dell’assalto al Congresso da parte dei sostenitori di Donald Trump, persone esaltate e incitate dal presidente uscente a una sorta di golpe per impedire la ratifica dell’elezione di Joe Biden. Le teorie suprematiste di Trump non hanno diviso solo il popolo americano, poiché la sua concezione del mondo è l’esatto contrario dell’amicizia fra i popoli. Al contrario, mai come ora, la politica internazionale ha necessità di collaborazione tra le nazioni sia per contrastare l’emergenza Covid-19 con la vaccinazione di milioni di persone, sia per affrontare l’emergenza lavoro segnata da licenziamenti, aumento del lavoro in nero, riorganizzazioni aziendali e spaesamento di gran parte della società. 

Nel 2020 il Corriere ha tenuto alta l’attenzione sul lavoro, illustrando di volta in volta i cambiamenti innescati dal coronavirus e dalla blindatura in casa di una larga parte della popolazione per alcuni mesi, o le nuove forme di lavoro (smartworking, lavoro agile, economia di prossimità) e la protezione della salute sul posto di lavoro. 

L’impatto della pandemia sul lavoro

Ora ci interroghiamo su quanto sta accadendo e ciò che ci aspetta in questo 2021. Il quadro complessivo dell’andamento del mercato del lavoro ci offre alcuni indicatori importanti come, ad esempio, l’andamento della disoccupazione che al 30 novembre riguardava 153’270 persone, in risalita rispetto al mese precedente e in aumento di 46’940 unità nel confronto con lo steso periodo del 2019. 

Ma il dato più probante per misurare la febbre del malato è senz’altro l’indicatore del lavoro ridotto: nel solo mese di settembre 2020 il lavoro ridotto ha riguardato 20’190 aziende e 204’191 lavoratori; complessivamente sono state perse 11’872’123 di ore lavorative con un importo pagato pari a 289’968’450 di franchi. Alla luce delle norme anti Covid-19 decretate dalla Confederazione e dai Cantoni nello scorso mese di dicembre, per altro indiscutibili sotto il profilo della prevenzione, è evidente che lo stato del lavoro ridotto sarà ancora cruciale nei prossimi mesi. Contestualmente sono aumentati i disoccupati di lunga durata e soprattutto le persone in cerca d’impiego (251’139 ovvero +68’712 rispetto a novembre 2019).

Numerosi osservatori del mercato del lavoro hanno analizzato la crisi innescata dal Covid-19 rapportandola ai suoi effetti sociali, all’impoverimento che ha colpito i lavoratori a basso salario e al profilarsi di una nuova questione sociale riconducibile alla crisi sanitaria. L’importanza di preservare il sistema produttivo che genera occupazione, lo vogliamo ribadire, è fondamentale e infatti la mano pubblica ha finanziato con decine di miliardi dei contribuenti gli aiuti pubblici alle aziende per salvaguardare i posti di lavoro; ora però occorrono interventi più decisi anche a favore delle persone socialmente fragili e delle piccole aziende minacciate di estinzione.

Il settore industriale

Nelle cabine di comando dei gruppi industriali che in Svizzera hanno un peso specifico determinante, le strategie per affrontare l’emergenza sono vocate – non è una novità – anzitutto agli aspetti finanziari e all’aumento della redditività. In tal senso negli ultimi mesi hanno fatto scalpore le vicende dell’Asea Brown Boveri e di General Electric, apparse incomprensibili agli occhi dei dipendenti e dell’opinione pubblica.

A Baden ha destato sorpresa la decisione dell’ABB di mettere in vendita la divisione turbocompressori, la Turbocharging, un pezzo della propria storia, uno dei gioielli di famiglia. Eppure, il management della Turbocharging in una comunicazione formale ai propri dipendenti ha sottolineato che «la divisione turbocompressori è una storia di successo che produce utili» e per indorare la pillola ha rimarcato che la «separazione dall’ABB consentirà alla nuova creatura di sviluppare tutte le proprie potenzialità». Naturalmente con un accesso distinto alla Borsa svizzera. Turbocharging produce al 55% i turbocompressori per i motori delle grandi navi e al restante 45% per varie aziende. Naturalmente il management di Turbocharging, appellandosi alla situazione critica del mercato indotta dalla pandemia, dal mese di settembre ha introdotto il lavoro ridotto e «l’adattamento selettivo delle risorse», che significa licenziamenti di 28 posti di lavoro a tempo pieno, ma in realtà sono una quarantina. E come da prassi, «gli adeguamenti strutturali/organizzativi sono necessari per tenere conto delle mutate condizioni quadro». 

Anche la GE ha annunciato lo scorso mese una serie di licenziamenti pesanti in tutto il mondo, tra cui la chiusura dello stabilimento di Oberentfelden, nel cantone Argovia, che interessa circa 520 dipendenti. I posti di lavoro saranno trasferiti in Francia e in altri paesi, una ristrutturazione di cui non si capisce il senso. GE opera grosso modo, globalmente, a tre livelli: a) produzione di turbine per l’aeronautica e in questo ambito l’effetto del Covid-19 è stato innegabilmente pesante; b) in campo energetico, cioè costruzione di centrali elettriche, un settore in sofferenza da vari anni che riguarda anche lo stabilimento di Oberentfelden e in misura minore di Birr AG. Ma in tale comparto è elevata l’esigenza di manutenzione degli impianti preesistenti, per lungo tempo, gestita di regola dalla Svizzera con margini di guadagno elevati; c) in ambito sanitario per la produzione di macchine e attrezzature destinate principalmente agli ospedali, un ramo che la pandemia da coronavirus ha notevolmente ampliato.

La Svizzera ha un sistema produttivo consolidato di primordine e quindi è fondamentale evitare uno shock economico prodotto dal protrarsi della pandemia, ma è evidente che la crisi non può essere pagata dai lavoratori mentre la ricchezza di pochi eletti aumenta smisuratamente.

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Franco Narducci

Nato a S. Maria del Molise (IS) nel 1947. Fino al 1981 ha lavorato nel settore dell’ingegneria edile. Ha diretto l’ENAIP del Cantone Argovia e dal 1985 al 1996 l’ENAIP nazionale Svizzera. Nel 1996 è d ... Vedi profilo completo

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