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Lavoro nel Regno Unito: contagi, test e lock-down

Operiamo in un sistema che non ci protegge

Sul finire di marzo anche il premier inglese, Boris Johnson (che fortunatamente si sta riprendendo dal Coronavirus), si è rimangiato la parola, mettendo in stop il Paese. Negozi chiusi, scuole chiuse. Tutti a casa.

E i concittadini del Primo Ministro hanno rispettato l’inversione di marcia, così come prima del lock-down erano pronti a subire perdite, anche di cari, portati via dal virus. “È un popolo con un evidente spirito di accettazione delle direttive governative. Che non è sempre un male. Ma in questo caso, la scelta – accettata – di Johnson ha provocato un ritardo enorme con conseguenze ancora tutte da vedere”. A parlare è Nina (nome di fantasia). Nina è italiana e vive da circa sedici anni in Inghilterra, dove lavora come infermiera. Dopo aver servito in vari ospedali del Nord del Paese, ora lavora a Londra in un reparto di cardiologia.

“Ad oggi, non ho ancora avuto a che fare, in modo diretto, con pazienti affetti da Coronavirus, ma è prevedibile che entrerò in contatto con questi malati molto presto. D’altra parte, lo stesso primario del mio reparto ha probabilmente avuto il virus, così come un mio collega, che mi aveva, tra le altre cose, rinfacciata più volte di essere eccessivamente preoccupata. Non lo so per certo, perché questi colleghi non sono stati testati.”

Nina, come si sta fronteggiando il Coronavirus nel Regno Unito? Partiamo dai test…

Qui fanno i test solo se i sono sintomi gravi e al momento non abbiamo a disposizione sufficiente reagente per fare il test. Da lunedì si sono messi a fare test anche a tutti quelli con i sintomi, così  chi risulta negativo può tornare a lavorare.

Il Regno Unito ha avuto circa tre settimane in più, rispetto all’Italia, per prepararsi all’arrivo del Coronavirus: il lavoro fatto è adeguato, oggi il sistema sanitario è preparato?

Come successo altrove, anche qui la prima (falsa) percezione è stata che il Covid-19 fosse nient’altro che un’influenza un po’ tosta. Avendo contatti, anche nel mondo medico in Italia, io avevo una visione molto diversa e conoscevo la pericolosità, l’alto grado di contagiosità e la preoccupante mortalità del virus. Ricordo di aver condiviso le mie preoccupazioni con i colleghi del reparto dove lavoro e di aver trovato le simpatie solo da parte di colleghi italiani, anche loro informati bene su quanto accadeva nella Penisola. I primi messaggi mandati da Johnson, lo sappiamo, sono stati quelli volti a favorire la cosiddetta ‘immunità di gregge’. A livello di prassi, non si è fatto nulla per arginare il virus. I media, da parte loro, si sono allineati subito con le decisioni del governo, dando voce alle decisioni ufficiali, dunque evitando di dar voce a preoccupazioni e posizioni diverse, come ad esempio quelle dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il lock-down di Johnson è arrivato, ma si è aspettato fino a dopo il giorno della Festa della mamma, che ha visto famiglie nei parchi, nelle strade, nei centri commerciali.

Ci sono altre differenze tra Italia e Regno Unito, non solo nelle decisioni prese per contenere il contagio ma anche nella gestione dei contagi?

Sì, ad esempio, oltre la Manica, il periodo di quarantena è di soli 7 giorni. La metà, rispetto alla durata prevista in Italia.

Qual è la condizione di sicurezza con la quale lavora oggi il personale sanitario nel Regno Unito?

In termini generali, credo che ci sia ancora troppa poca attenzione e un alto tasso di impreparazione. Un esempio: le infermiere devo lavorare indossando scarpe nere ‘generiche’ , diciamo. Ovvero scarpe che possono essere comprate ovunque e che non devono essere necessariamente lavabili. Ho colleghe che arrivano in reparto già indossando quelle scarpe. Anche le divise da lavoro nel Regno Unito le portiamo a casa per lavarle. Naturalmente, questo pone seri problemi a fronte di un virus come il Covid-19. Nel mio caso specifico, io lavoro in un ospedale ‘ricco’: anche qui però noto la carenza di materiali protettivi.

Oggi vorresti tornare in Italia, Nina?

In Italia, lavoravo come infermiera, avevo un posto fisso. Ma sentivo che il mio ruolo non veniva valorizzato e non percepivo spazio per la mia crescita professionale. Sono arrivata nel Regno Unito per seguire il mio sogno: fare un corso sulla medicina tropicale. Il mio inglese non era sufficientemente buono per frequentare il corso così ho trovato lavoro in una casa di cura privata. Negli anni, ho migliorato la mia posizione lavorativa e in alcuni dei maggiori ospedali inglesi. Come infermiera qui godo di molta libertà e mi sono offerti numerosi corsi di aggiornamento. Tutto questo in Italia non è possibile. Tuttavia, oggi non posso negare che ci penso a come sarebbe essere in Italia. Come sarebbe lavorare là. Mi sentire – posso dirlo – più protetta.

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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