L’avventura, l’esordio folgorante di Monica Vitti | Corriere dell'Italianità

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L’avventura, l’esordio folgorante di Monica Vitti

di Paolo Speranza

In foto: un fotogramma de L’Avventura

Buongiorno. È molto che aspetti? …Scusa, sai”.

È con questa battuta che Monica Vitti entra in scena nel film L’avventura e nella storia del cinema. Il suo è infatti un esordio folgorante: “Monica Vitti è una rivelazione”, scrive il Times di Londra il 2 novembre di quel 1960, preludio al Premio Stampa Estera per la migliore attrice dell’anno.

Fino ad allora, la Vitti aveva al suo attivo solo parti minori in quattro film (in 2 dei quali neanche accreditate), ma anche una solida formazione teatrale all’Accademia di Arte Drammatica, con maestri come Silvio D’Amico e Sergio Tofano, e un prestigioso tirocinio sulle scene, dai quali aveva maturato quella padronanza nella gestione dei tempi e dei silenzi, degli sguardi e della voce, che erano congeniali al cinema di Michelangelo Antonioni, regista di L’avventura e all’epoca compagno della Vitti.

Quella battuta e quell’entrata in scena, in apparenza così banali e ordinarie, sono invece rivelatrici, per almeno due ragioni.

La prima è di natura estetica. L’attrice non irrompe in scena come una vamp, ma entra in punta di piedi, quasi timidamente, e per il cinema italiano si trattava di una situazione inconsueta, abituato com’era alla fisicità prorompente delle “maggiorate” (la Lollobrigida e la Loren, le due Silvana – Mangano e Pampanini -, Gianna Maria Canale, persino la giovane Franca Rame), che fin dalla prima inquadratura riempivano lo schermo e i sogni degli spettatori di tutto il mondo; parla con tono sommesso e in maniera formale; esprime una compostezza di gesti e maniere. È un tipo nuovo di bellezza quello che Antonioni vuole esaltare: più intellettuale, tormentato, a volte cerebrale. Negli anni Cinquanta anche il regista di Ferrara, per i ruoli femminili, aveva attinto dal vivaio di Miss Italia, ma privilegiandone le esponenti più distinte e raffinate, come la Eleonora Rossi Drago di Le amiche e la Lucia Bosè di Cronaca di un amore e di La signora senza camelie. E anche ne L’avventura la Vitti è affiancata da una bellezza diversa e un po’ snob, quella di Lea Massari.

La seconda novità è di carattere, per così dire, antropologico. In misura persino maggiore di La dolce vita di Fellini, altro capolavoro di quello straordinario 1960 del cinema italiano, L’avventura segna una cesura epocale con il cotè popolaresco che aveva dominato nei quindici anni precedenti, portando sul grande schermo l’Italia delle campagne e dei quartieri poveri, per focalizzare lo sguardo su quella alta e media borghesia che stava crescendo di numero e di ruolo (sociale, economico, culturale) nella corsa verso il benessere economico.

È il mondo dei “benestanti sfaticati”, come li definì Italo Calvino in una lucida recensione del film, ma l’azione, aggiunge lo scrittore, “impone a tutti un interrogativo sul senso della propria vita e costringe lo spettatore a cercare di capire la realtà che si trova davanti”. Di questa nuova borghesia italiana, proterva e cinica nelle manifestazioni esteriori ma in realtà piuttosto vuota e smarrita nel suo malessere esistenziale (“lo sgomento è la connotazione del film”, affermerà il regista), Antonioni farà di Monica Vitti un’icona internazionale. Dal personaggio di Giulia in L’avventura nessuno avrebbe immaginato all’epoca la straordinaria evoluzione comico-brillante della Vitti, a partire da La ragazza con la pistola di Monicelli fino a Polvere di stelle al fianco di Sordi, che l’avrebbero trasformata nell’attrice più amata e completa del cinema italiano.

Attraverso questa evoluzione, secondo alcuni critici, la Vitti avrebbe affermato in maniera più autonoma e definitiva la sua fisionomia di attrice, liberandosi dall’etichetta di splendida creatura cinematografica completamente plasmata, e quasi vincolata, dal suo geniale pigmalione nella “trilogia dell’incomunicabilità”. Un’etichetta infondata. Il “dietro le quinte” di questo film (attraverso le interviste e la documentazione successiva) rivela non solo un’attrice già sicura dei propri mezzi, ma anche una cineasta a tutto tondo, fin dall’idea che ha ispirato L’avventura, nata da una gita in barca della Vitti con Antonioni proprio in quelle isole Eolie, prima fra tutte Panarea, dove furono ambientate le scene più importanti. Quarant’anni dopo, inoltre, l’attrice rivelò di aver collaborato anche alla sceneggiatura del film, insieme al regista e a Tonino Guerra.

È dunque anche grazie a lei se L’avventura, accolto dai fischi del pubblico alla “prima” a Cannes, è diventato uno dei film più importanti di sempre: “il film più bello finora mai presentato in un Festival”, come scrissero all’indomani di quella tormentata premiere i registi più prestigiosi del mondo in un manifesto di solidarietà, primo firmatario Roberto Rossellini.

Con il suo stile rigoroso, la qualità delle riprese, le espressioni figurative di alta suggestione, il montaggio dei suoni dal vivo e, non ultimo, il valore degli interpreti, Antonioni realizzò con L’avventura una rappresentazione totalmente nuova del paesaggio naturale ed umano (dove “la solitudine degli elementi – scrisse il critico Gregorio Napoli – fa da eco incomparabile alla solitudine delle anime”) e rivoluzionò gli stessi concetti di finzione e realtà.

Antonioni, come del resto Fellini, non rinnegò mai le sue radici neorealistiche e la stagione giovanile di regista di documentari, dai titoli essenziali come Gente del Po e Nettezza urbana. Con onestà intellettuale, il regista ferrarese prendeva atto che “se le cose di cui parliamo oggi non sono le stesse di cui parlavamo nel primo dopoguerra è perché il mondo attorno a noi è cambiato, ma anche perché noi siamo cambiati”, come dichiara in un’intervista a Jean Luc Godard pubblicata nel 64 sui “Cahiers du Cinéma”.

Alcuni critici riconobbero la portata di questa svolta creativa. Altri, soprattutto nell’area della sinistra politica, rimproverarono ad Antonioni una fuga dalla realtà e persino, paradossalmente, un “tardo dannunzianesimo”, laddove L’avventura può essere semmai paragonato a La coscienza di Zeno di Svevo: l’uno e l’altro poveri di azione e di emozioni forti, ma ricchi di una inedita capacità di introspezione dell’animo umano, entrambi meritevoli di aver guidato la narrativa e il cinema di finzione italiani verso i sentieri, tormentati e vitali, della modernità.

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