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Le maceria dentro: perché la criminalità non paga

Mentre ha preso il via, pochi giorni fa a Roma, nell’aula bunker di Rebibbia, l’udienza preliminare della maxi inchiesta contro la ‘ndrangheta Rinascita-Scott – gli imputati sono 452 e altri 4 hanno chiesto il giudizio immediato – è di inizio settembre la notizia del sequestro di beni mobili e immobili per quasi 9 milioni di euro da parte della Guardia di Finanza di Reggio Calabria al Gruppo Sapone. A finire sotto indagine è una famiglia di imprenditori (padre, madre e figlio) che, secondo la Procura, sono “imprenditori attivi nel settore del noleggio di apparecchi da intrattenimento con vincita in denaro nelle zone del Gebbione e di Sbarre” e sarebbero anche “contigui al gruppo mafioso Labate”. Ed era solo il 31 agosto quando il Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona (Svizzera) aveva condannato un calabrese di 63 anni a tre anni e cinque mesi di carcere per partecipazione alla ‘ndrangheta.

Dal sud Italia al nord della Penisola e ben oltre i confini nazionali, la ‘ndrangheta è oggi presente nei commerci della droga (e non solo), passando da un passato di interessi locali a un presente con ramificazioni di business internazionale, non senza spargimento di sangue tra le famiglie divise sul futuro dell’associazione che, infatti, negli anni ’70 si chiamava Onorata Società e solo successivamente assunse il nome di ‘ndrangheta.

Di questa evoluzione diretta a infiltrarsi nelle stanze del potere racconta il romanzo “Le macerie dentro” (Luigi Pellegrini editore, 2013) di Carlo Simonelli, calabrese ma emigrato in Svizzera da molti anni (al punto che lo stesso autore ha recentemente ricordato di aver vissuto un uguale numero di anni in Svizzera e in Italia).

Carlo Simonelli, perché, dopo tanti anni lontano dalla terra dove è cresciuto, la Calabria, ha sentito la necessità di scrivere di quel mondo?

L’esigenza di scrivere questo romanzo è nata dalla necessità di far conoscere alla gente, anche a coloro che non si interessano di cronaca, le dinamiche e le basi della ‘ndrangheta, che poi sono più o meno quelle di tutte le organizzazioni criminali. Il libro nasce da un saggio che ho scritto alcuni anni fa, che spiegava in modo semplice e immediato il linguaggio, i riti e la storia di questa organizzazione criminale che, nonostante conti poche migliaia di affiliati, è forse la cosa più nota della Calabria ed è la prima cosa a cui è associato un calabrese appena si trova fuori dai confini regionali.

A suo avviso, in Svizzera la gente comprende i rischi della criminalità organizzata?

Lo svizzero medio vede la mafia e la ‘ndrangheta come espressioni di una cultura tribale, lontana ed esotica, che mai potrebbe attecchire sul proprio territorio. Ci potrebbero essere, certo, degli affiliati sul territorio elvetico, ma si tratterebbe di una presenza fisiologica e marginale. Mi è capitato più di una volta che degli svizzeri, dopo essere stati in Calabria, mi abbiano raccontato la stessa storia, che a mio avviso caratterizza uno stereotipo cristallizzato. Avevano visto gli ‘ndranghetisti riscuotere il pizzo, perché riconoscerli era molto facile: giacca e cravatta, ventiquattrore, breve scambio di parole, congedo che sottintendeva l’avvenuto pagamento. Facile, no? Ecco il motivo per il quale la criminalità organizzata è un pericolo per la Svizzera. Gli svizzeri non hanno la minima idea delle mafie, se non quella narcotizzante e avvincente dei film. Diverso è il discorso per le istituzioni, che il pericolo l’hanno capito, ma ritengono di poterlo gestire. In fondo, basterebbero due cose per salvarsi: introdurre una normativa specifica contro l’associazione di tipo mafioso e capire che dove ci sono i soldi dei mafiosi lì ci saranno anche i mafiosi. Tuttavia, credo che le istituzioni elvetiche abbiano già preso le proprie decisioni e non mi sembra che siano quelle giuste.

Il protagonista del suo libro si associa alla ‘ndrangheta quasi per caso, per mancanza di alternative e modelli…

In fondo, il protagonista compie delle scelte quasi obbligate, con una naturalezza disarmante. Non si tratta solo dell’ambiente in cui vive, corrotto, violento e dalle cattive compagnie, che è forse è la cosa meno rilevante, ma proprio della mancanza di alternative unita all’assenza di uno Stato il quale, le poche volte in cui fa capolino si presenta col volto dispotico dell’oppressore. Per quanto riguarda i modelli, poi, sono quelli che impone la società consumistica moderna, in Calabria come nel resto del mondo: soldi, potere, ricchezza immediata, lusso, canoni estetici ricercati. Con queste premesse non è difficile che alcuni, che sottolineo si aggirano intorno allo 0,02 della popolazione, siano irretiti dal miraggio della vita facile e di successo, mettendo a frutto le uniche qualità che spesso possiedono: la crudeltà e la cattiveria. Ma anche nella ‘ndrangheta sono in pochi ad arricchirsi, e per quel ricco sono centinaia quelli che si devono accontentare solamente dell’onore, del rispetto e delle briciole.

Il suo romanzo è dominato dalla violenza, l’onore, il rispetto, la ritualità: qual è il ruolo della scuola nel proporre modelli di “contro-cultura” e insegnare ai giovani cosa è la ‘ndrangheta (così come la mafia) e quanto spregevoli siano le sue attività e modalità d’azione?

La ritualità per la ‘ndrangheta è fondamentale. Per lo ‘ndranghetista i riti praticati sono da paragonarsi alla fede in una religione. È attraverso di essi che si radicalizza un affiliato. Già negli anni ’70 si era capita l’importanza della scuola, non per correggere il presente, ma per seminare idee nelle coscienze che avrebbero dato frutti nel futuro. Tra i precursori di questo pensiero ricordo soprattutto i giudici Rocco Chinnici e Giovanni Falcone (uccisi dalla mafia) e il prof. Saverio Di Bella, che facevano un lavoro di infaticabile pellegrinaggio nelle scuole, dove raccontavano agli studenti i pericoli e le insidie della mafia. Questa tradizione è ancora oggi viva, sebbene praticata da pochi. Tra coloro che oggi si recano sistematicamente nelle scuole a parlare di mafie ricordo i procuratori Giuseppe Ayala e Nicola Gratteri, uno in Sicilia e l’altro in Calabria.

Lei è docente di italiano e scrittore: le parole sono il suo mestiere. Possiamo dire che la criminalità organizzata si è impossessata delle parole del linguaggio civile – penso a uomo d’onore, rispetto, onorata società, famiglia? E allora, usare il termine “legalità” quando si parla di lotta alla mafia, ad esempio, non è una banalizzazione?

Nelle organizzazioni criminali è sempre esistito un linguaggio codificato, un argot, ma per la ‘ndrangheta è fondamentale. Le parole citate hanno significati completamente diversi per un affiliato o per l’uomo comune. Gli ‘ndranghetisti distinguono tra politica e falsa politica. Questi due termini come gli altri citati assumono accezioni diverse, che ne distorcono il senso. La politica per lo ‘ndranghetista è l’obbligo di parlare sinceramente e in modo schietto con tutti gli affiliati. La falsa politica è il linguaggio da usare con i non affiliati, i contrasti, ai quali non si è tenuti a dire la verità, non ci si trova sullo stesso piano e si può raccontare qualsiasi menzogna che possa essere utile all’organizzazione criminale. Gli ‘ndranghetisti si sono impossessati delle parole e le hanno violentate, come hanno fatto con buona parte della società sana. La “legalità” da questo punto di vista per lo ‘ndranghetista potrebbe indicare semplicemente “conforme alla legge”, sottolineando che con un cavillo qualsiasi potrebbe farla franca. Per il cittadino comune, invece, deve prevalere un significato più ampio, quello di giustizia.

Nel suo romanzo si affronta anche la questione del pentito, tecnicamente collaboratore di giustizia, figura differente dal testimone di giustizia. 

Sono due figure differenti, quest’ultimo non fa parte di un’organizzazione criminale. Il fatto di diventare collaboratore di giustizia non implica un pentimento e la classificazione non ha nulla a che fare con un giudizio o una categoria morale. In passato, ad esempio, i “pentiti” sono stati usati anche con scopi di depistaggio o per gettare discredito sui veri pentiti. Tra l’altro, proprio questo è il messaggio di fondo del mio romanzo: i mafiosi e gli ‘ndranghetisti, gli associati a criminalità organizzate in generale, non sono dei vincenti e, in nessun contesto, sono degli eroi. Sono invece dei perdenti, degli sconfitti, indipendentemente se siano ricchi o meno.

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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