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Politica

Le pensioni diminuiscono e le casse si arricchiscono

LA MUSICA NON CAMBIA, È SEMPRE LA STESSA

di Franco Narducci

La Svizzera non è un paese per pensionati! Quante volte avrete sentito quest’affermazione, che rispecchia una percezione diffusa, anche se, fintanto che siamo in attività lavorativa, si ha la tendenza a spostare la questione nel tempo. Al pari di quanto accade in altre nazioni occidentali, anche in Svizzera è aumentato il numero dei pensionati che si trasferiscono per buona parte dell’anno, o stabilmente, in paesi con un costo della vita accettabile, un clima mite e una fiscalità di vantaggio, un mix di motivazioni che spiegano il passo compiuto. 

Il fenomeno non è marginale e di certo non riguarda soltanto gli immigrati che tornano al loro paese d’origine – per altro sempre meno -, visto che il Dipartimento federale degli affari esteri ha pubblicato un’interessante guida (“Pensionamento all’estero”, rintracciabile sul sito del DFAE, www.eda.admin.ch) con tante informazioni dirette ai pensionati che lasciano la Svizzera.

La questione pensionati si è ingrossata in questi ultimi anni: il barometro delle pensioni mostra inequivocabilmente che le rendite diminuiscono progressivamente e gli aumenti, elargiti con il contagocce, sono irrisori rispetto al rincaro del costo della vita e in particolare all’aumento inarrestabile dell’Assicurazione malattia, che si somma ad una tassazione che porta via anch’essa una rilevante fetta del reddito disponibile.

“La matematica non è un’opinione”, un detto esplicito, ed è vero che una persona di 55 anni, con un reddito annuo di 120’000 franchi, che raggiungeva l’età pensionabile nel 2002, aveva una rendita cumulata – AVS e LPP – di 74’920 franchi. Oggi, alle stesse condizioni, sarebbero invece soltanto 60’040 franchi, una diminuzione del 20%, ovvero 1’200 franchi in meno al mese! E le prospettive per il futuro sono a tinte fosche: l’interesse dovuto sull’avere obbligatorio è al minimo storico e il tasso di conversione sul capitale di vecchiaia punta ancora verso il basso (quello sull’obbligatorio é diminuito, come noto, dal 7.2% iniziale al 6.8% attuale).

Chi non ha provveduto per tempo, sottolineano gli esperti (speso attori interessati, come le assicurazioni sulla vita) dovrà mettere in conto una serie di strettoie. Va detto che la Svizzera si è confrontata da decenni con il mantra “vecchiaia – garanzia del tenore di vita abituale”, che ha indirizzato un sistema previdenziale che il legislatore prometteva essere rassicurante per i cittadini. Con l’istituzione, nel 1985, della Legge Previdenza Professionale (2° Pilastro) e gli incentivi fiscali per forme di assicurazione integrative facoltative (3° Pilastro), in aggiunta alla pensione dell’Assicurazione vecchiaia e superstiti (1° pilastro), si ritenne allora di avere costruito un sistema confortevole per tutti. Non era prevedibile, ma non siamo in grado di valutarlo, l’effetto che anni dopo avrebbero prodotto la finanziarizzazione esacerbata dell’economia e le crisi finanziarie globali sui capitali LPP amministrati dalle Casse pensioni. Ma è mancata a lungo anche una chiara trasparenza nella gestione dei capitali della previdenza professionale, ad esempio sugli utili prodotti dalle ingenti risorse amministrate o su come venivano reinvestite le riserve.

Il 12 maggio 2020 – in pieno lockdown – la presidente della Commissione di alta vigilanza della previdenza professionale, Vera Kupper Staub, lanciò un preoccupante allarme riguardante l’impatto del Covid-19 sulle Casse pensioni. «Il coronavirus ha colpito in modo pesante – affermò la presidente – gli istituti di previdenza svizzeri. A causa delle forti correzioni di mercato da metà febbraio, è calato il grado di copertura medio e, di riflesso, è aumentata la quota delle casse pensioni con una copertura insufficiente», concludendo con il vero obiettivo del suo allarme: «una riforma per portare il tasso di conversione dal 6,8% al 6% è in fase di consultazione, dopo vari tentativi falliti in passato».

Il Consiglio federale, come noto, ha già fatto alcuni tentativi per ridurre le rendite erogate dalle Casse pensioni, affermando più volte che il 2° Pilastro deve essere urgentemente sanato. A novembre 2020 ha inviato per la terza volta (dopo il 2010 e il 2017) un disegno di riforma della LPP, che ripropone la riduzione del tasso di conversione sul capitale dell’obbligatorio dal 6,8% al 6%. 

Un pugno nello stomaco avranno pensato i futuri pensionati: la correzione al ribasso significherebbe una diminuzione delle pensioni del 12%! Ma ciò che di converso suscita stupore e disappunto è la crescita del patrimonio gestito dalle Casse pensioni, mai così ricche come in questo inizio d’anno: se nel 2015 il loro capitale di riserva era di 116,4 miliardi, all’inizio del 2020 esso era salito a 164,7 miliardi di franchi. Il che sta a significare che il patrimonio delle Casse pensioni è aumentato di 48,3 miliardi in quattro anni, cioè del 41,5%, mentre quello degli assicurati in attività lavorativa e dei pensionati è aumentato – in pari tempo – soltanto del 17%.  

Come è possibile si chiederà il lettore non avvezzo a queste complesse terminologie? Diminuendo drasticamente l’interesse sull’avere di vecchiaia degli assicurati e realizzando utili nettamente superiori con le forme d’investimento dei loro capitali. Non è tutto, ma é la parte più corposa.

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Franco Narducci

Nato a S. Maria del Molise (IS) nel 1947. Fino al 1981 ha lavorato nel settore dell’ingegneria edile. Ha diretto l’ENAIP del Cantone Argovia e dal 1985 al 1996 l’ENAIP nazionale Svizzera. Nel 1996 è d ... Vedi profilo completo

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