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L’elezione di Johnson e i rischi di una Brexit senza accordo

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Se si parla del destino dell’Europa, l’elezione a premier inglese di Boris Johnson è una di quelle notizie che fa esultare gli euroscettici. È cosa risaputa che si attraversano tempi bui e c’è poco da stupirsi. Polibio, analizzando la storia della Repubblica Romana, tanto cara a Johnson, parlava di anaciclosi: in pratica la storia si ripete passando attraverso varie fasi. Al momento staremmo attraversando la fase della oclocrazia, secondo cui “il popolo …. svilupperà il sentimento della giustizia e sarà spinto a credere nel populismo dei demagoghi (Polibio, Storie, VI, 4-10, Teoria dell’anaciclosi).

Appartiene indubbiamente alla corrente sovranista e populista il nuovo premier inglese, grande studioso dei latini e ammiratore di Churchill; uno che si è distinto già quando era giornalista per le critiche pungenti alla UE e che ha vinto le primarie del suo partito grazie al sostegno alla Brexit. Ma rispetto all’Unione Europea cosa dobbiamo aspettarci?

I dati noti sono che durante la campagna elettorale del 2016, Johnson si era schierato a favore della Brexit, contribuendo, grazie alla sua popolarità, alla scelta di lasciare l’Unione Europea. La rottura con Cameron ne ha determinato l’investitura de facto a leader conservatore nel caso gli inglesi avessero votato l’uscita dall’Unione Europea, cosa avveratasi. Le sue rivendicazioni anti-europee si basavano principalmente su denunce sui costi dell’Unione e sulle minacce alla sicurezza rappresentate dall’immigrazione.

Tralasciando la carriera politica di questi ultimi tempi culminata nel 2018 con le dimissioni da Ministro degli Esteri nell’esecutivo guidato da Theresa May, Johnson si è affermato come il candidato di punta per la sua successione, vincendo cinque tornate successive di voti conservatori, fino a ricevere nella giornata di ieri l’investitura a Primo Ministro. Nel suo discorso inaugurale Johnson ha affermato che il Regno Unito «se la caverà benissimo» quando si tratterà di uscire dall’UE il 31 ottobre, ma poi ha aggiunto: «Nessuno ha intenzione di aspettare 99 giorni».

Johnson ha promesso di provare a rinegoziare con Bruxelles, ma ha anche affermato di essere pronto a un «No-deal». Ha poi enfatizzato l’importanza di implementare misure sociali nel settore della sanità e dell’educazione. In verità non è così pacifico che il Regno Unito se la possa cavare senza un accordo. Dal punto di vista economico e finanziario, lo scenario più verosimile lo ha delineato la Bank of England: con un divorzio disordinato metterebbe in discussione sia la sterlina inglese che il settore immobiliare britannico, i cui prezzi crollerebbero assieme al valore del pound.

Un no-deal costringerebbe le imprese a sostenere costi maggiori e persino nuovi vincoli doganali e le priverebbe dei cosiddetti passporting rights, ossia i diritti di scambiare beni e servizi con l’Ue senza necessità di licenze e permessi. Ancora, l’assenza di un accordo potrebbe determinare la reintroduzione di controlli al confine e mettere in discussione i trasporti e le operazioni commerciali tra i due grandi blocchi. Il Regno Unito inizierebbe ad essere trattato come un Paese terzo e finirebbe per essere assoggettato alle regole dell’OMC.

Dal punto di vista legale l’assenza di un accordo imporrebbe l’applicazione delle regole generali contenute nel Trattato della UE. Ciò significa decadenza del periodo di transizione previsto e uscita immediata dall’Unione. Dal punto di vista dei cittadini, la Brexit significa maggiori costi per i servizi di telefonia mobile, possibile congelamento dei diritti di chi soggiorna nel Regno Unito, fino ad arrivare alla necessità di richiedere permessi speciali per guidare fuori dai confini nazionali. Le conseguenze, così come sinteticamente delineate, non sono di poco conto e se da un punto di vista emozionale ci si appella all’amor patrio e al fatto che in periodi tragici il senso di appartenenza ha rappresentato il motore della rinascita inglese, ora le implicazioni sono molto più profonde e i danni di un no-deal potrebbero causare addirittura un nuovo conflitto.

 

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Paola Fuso

Nata a Cutrofiano (Le), ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca presso la Fondazione Marco Biagi a Modena specializzandosi in diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali. Esperta di lavoro ... Vedi profilo completo

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