Libertà di movimento: la questione dimenticata dei diritti | Corriere dell'Italianità

Scrivi la parola o il termine da trovare

Politica

Libertà di movimento: la questione dimenticata dei diritti

Siamo continuamente confrontati con fenomeni migratori le cui modalità sono sempre più multimodali ed eterogenee al punto da rendere la stessa distinzione tra paesi di origine, di transito e di destinazione piuttosto sfumata. Il modello migratorio tradizionale – che concettualizzava la migrazione come un fenomeno lineare, dallo spostamento iniziale dei migranti al ritorno finale a casa – risulta inadeguato a fronte di nuovi flussi migratori, che includono ripetuti spostamenti nel corso della vita, spesso in paesi diversi e accompagnati da periodici rientri a casa. Non solo. La diversità dei flussi migratori investe anche i soggetti che si spostano: nel contesto europeo, ad esempio, si trovano coloro che migrano per motivi di lavoro e chi lo fa per questione di asilo. Ci sono poi migranti poco qualificati che si spostano al fianco di quelli altamente qualificati e migranti anziani che convivono con le cosiddette seconde (e terze) generazioni.

La migrazione transnazionale dunque costituisce una crescente sfida per gli studiosi di migrazione e per gli stakeholder: essa pone il problema di rispondere adeguatamente ai vecchi e nuovi flussi migratori nonché ai bisogni dei migranti (incluso il senso di appartenenza e la definizione della propria identità), ma anche di come poter implementare politiche migratorie adeguate che vadano oltre la tradizionale dicotomia immigrazione-emigrazione e l’idea di identità fissa. Rispondere a queste domande implica anzitutto approfondire la relazione tra migrazione transnazionale e integrazione degli immigrati: possono i migranti essere liberi, “sciolti”, da vincoli di sorta, ad esempio culturali e sociali? Quale il ruolo della classe di appartenenza, il genere, l’educazione nella libertà di movimento?

Migrants unbound (migranti liberi) è il titolo del recente libro pubblicato per Transnational Press London da Paolo Ruspini, politologo ed esperto di migrazioni. Il lavoro è una raccolta di diverse tipologie di migranti (dai migranti anziani, alle seconde e terze generazioni, da migranti provenienti da Paesi africani alla Russia) che cerca un fil rouge di analisi per il fenomeno migratorio, valorizzando al contempo il ruolo di ponte tra le generazioni, quale aspetto importante che le istituzioni dedite all’integrazione possono valorizzare.

Dr. Ruspini, il titolo del suo libro è perentorio ma al contempo esplicita chiaramente il tema di ricerca che permea il suo lavoro: possono i migranti essere liberi da legami e attività varie, che li collegano alla madrepatria?

Il titolo, pensato inizialmente con “un punto di domanda”, nasce dall’esplorazione empirica e dall’approccio teorico che uso da ormai dieci anni e riguarda il transnazionalismo migrante nonché l’effettiva libertà di migrare. Nei saggi raccolti in Migrants unbound esploro come ostacoli di diversa natura rendano le migrazioni poco libere. Se, da un lato, il transnazionalismo è una realtà che consente di mantenere legami che travalicano i confini nazionali e il contenitore stato-nazione con cui fare i conti, dall’altro la libertà di movimento è vincolata da fattori – come classe, genere e istruzione – che rendono i percorsi migratori più o meno difficili e influenzano la capacità umana che i migranti hanno di poter muoversi liberamente.

Nel suo libro lei parla più volte del “dinamismo” delle migrazioni e propone un approccio allo studio e gestione dei flussi migratori che vada oltre le considerazioni demografiche e economiche. 

Io credo che si debba superare il concetto di migrazioni che si basa sui postulati spazio e tempo, fissi e immobili, perché ciò non permette di andare oltre la tendenza a vedere uno spartiacque tra immigrazione e emigrazione. Questo è evidente anche in Svizzera, che comprende al proprio interno diverse comunità e ha una storia migratoria molto articolata e per certi aspetti travagliata – pensiamo ad esempio ai migranti dall’Italia. Spazio e tempo sono categorie reificate e utilizzate in un contesto di fissità in cui c’è una separazione netta tra i processi. Ma questa separazione perde di significato oggi – a fronte della globalizzazione, della rivoluzione dei trasporti e delle telecomunicazioni – al punto di richiedere un cambiamento concettuale, che veda le migrazioni come una sorta di continuum, con delle caratteristiche che tendono a ripetersi, e non come un processo (circolare) con un inizio e una fine. Faccio un esempio: se in passato si è assistito a migrazioni a carattere prevalentemente permanente – e mi riferisco all’epoca delle migrazioni transatlantiche che non erano esenti da transnazionalismo, ovvero “il mito del ritorno”, che a volte avveniva davvero, compatibilmente con le possibilità del tempo – negli ultimi decenni è stato amplificata in maniera esponenziale la possibilità di muoversi con mezzi di trasporto a basso costo e di comunicare a distanza con migliori forme di comunicazione. Tutto ciò permette di mantenere i contatti con le comunità di origine al di là del tempo e dello spazio, nel qui e nell’ora. Per quanto continuino a esserci comunità sedimentate con la loro storia e specificità – pensiamo a quegli individui, per lo più anziani, integrati solo in apparenza, senza aver acquisito la cittadinanza del paese in cui vivono e senza nemmeno parlare la lingua del luogo – oggi questa fissità è messa in discussione da migrazioni circolari, di transito e di ritorno, che spesso non portano a un ritorno permanente, soprattutto quando è di carattere volontario. Il desiderio di rimettersi in cammino è molto forte: questa è la cifra di questi anni. Senza ovviamente dimenticare le maggiori difficoltà che incontrano a migrare le categorie più fragili.

D’altra parte non è forse proprio la mobilità delle categorie più fragili, dei lavoratori meno qualificati, impiegati nei settori primario e secondario, a spaventare gli Stati nazionali nel Vecchio Continente, Svizzera inclusa – che a fine settembre è chiamata a esprimersi su un’iniziativa volta a limitare la migrazione verso il Paese, rendendo certamente più difficile la mobilità per le classi meno qualificate? 

In Europa assistiamo al contrasto tra mobilità – che veniva data per acquisita – e il rafforzamento dei meccanismi di controllo e sorveglianza, nonché l’affermarsi di politiche di controllo migratorio anziché di integrazione. La difficoltà a viaggiare è inoltre crescente, esplicitata nei fenomeni di razzismo e discriminazione nei confronti delle categorie più fragili. La votazione che si avvicina in Svizzera, poi, ripropone al centro del discorso la tensione dicotomica tra un approccio alla migrazione dei flussi che sia sovranazionale e una gestione a livello nazionale. Per quanto, e evidentemente, in molte circostanze la collaborazione tra stati sia necessaria – penso allo scambio di informazioni utili e buone prassi d’inclusione – sostengo un superamento della detta dicotomia e l’adozione invece di un approccio che tenga in conto i diritti dei migranti. In inglese si chiama rights-based approach: esso evidenzia il connubio tra migrazioni e diritti di genere, razza e classe sociale. Ancora oggi, non è evidente che questi temi vengano letti contestualmente. È chiaro che i migranti – compresi i migranti a basso salario e quelli irregolari – siano contributori netti alle economie dei paesi in cui lavorano. Tuttavia, nelle discussioni sui flussi migratori si tende a relegare la questione dei diritti umani a una discussione superficiale e secondaria rispetto alla questione economica. Detto diversamente, non è riconosciuta la centralità dei diritti umani come quadro fondamentale in cui dovrebbero svolgersi le discussioni sulle migrazioni.

In che modo i media e la società civile possono promuovere il passaggio verso una comprensione delle migrazioni che tenga conto della profonda interrelazione tra diritti umani, migrazioni e sviluppo?

È necessaria un’informazione caratterizzata dall’attenzione ai diritti, che metta in luce il dinamismo delle migrazioni. I media, come esplicitato nella Carta di Roma, sono proprio chiamati a informare in modo oggettivo e puntuale sui fenomeni migratori (positivi, non solo negativi). Inoltre il dialogo e la collaborazione tra media, attori accademici e policymakers è fondamentale per trasmettere informazioni che siano scientificamente rilevanti e non si limitino a veicolare un’immagine denigratoria dei migranti. Il ruolo dei media, naturalmente, non basta senza politiche migratorie adeguate che non si limitino solo a scoraggiare l’immigrazione irregolare, ma a lavorare, invece, con le diaspore e i Paesi di origine per fare azioni che facciano crescere maggiore consapevolezza nei confronti di chi si mette in movimento. C’è la necessità di far conoscere meglio i processi di integrazione al di là di quelli di cronaca nera, quando a compierli sono migranti.

Condividi
Tags:

Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

Potrebbero interessarti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
* campi obbligatori