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L’Italia a Manhattan. Intervista all’architetto Claudio Conter

Di Cristina Penco

Foto: copyright “PREFACroce & Wir”

 “Il made in Italy è già noto e apprezzato nel mondo attraverso i grandi marchi. Noi, invece, partiamo dal piccolo artigiano, a cui magari si appoggiano i brand attraverso la produzione e la lavorazione per conto terzi, ma che, da solo, non avrebbe le dimensioni, le strutture e le possibilità economiche per affrontare e scalare i mercati esteri”

Un’unione sinergica di piccole e medie imprese d’eccellenza del Trentino, in grado di operare in ogni ambiente di arredamento e in ogni settore produttivo del comparto: dal legno ai marmi, dalle pietre lavorate al vetro, dal ferro fino ai metalli pregiati. È il cuore pulsante di Italian Green Design (IGD), un progetto nato dall’iniziativa dell’architetto Claudio Conter. Così si chiama anche lo showroom da lui realizzato a Manhattan, nel distretto della creatività e dell’arte per eccellenza di New York, uno spazio che offre creazioni su misura per arredare case private e ambienti commerciali.
Il nome dell’operazione ideata da Conter racchiude in sé i suoi capisaldi: “Italian” richiama i valori dell’artigianato made in Italy. “Green” indica l’abitare sostenibile, grazie a materiali, colori e forme che rispettano l’ambiente e lo rendono salubre e confortevole. “Design” fa riferimento a creazioni esclusive, non in serie.
Conter, presidente e creative director di IGD, è nato a Erba, in provincia di Como, nel 1977 da genitori trentini. Laureato con lode all’Università Iuav di Venezia, ha lavorato a Milano nello studio del rettore della stessa Iuav, Alberto Ferlenga. Nel 2011, in seguito a una vacanza a New York, ha iniziato a concepire il suo progetto e da lì ha avviato uno studio di fattibilità. Nel 2015 ha aperto l’azienda Italian Green Design proprio nella Grande Mela, dove adesso vive e lavora. 

credit IGD


Qual è il focus del vostro lavoro?
“Importiamo dall’Italia e installiamo tutto ciò che ruota attorno all’interior design. Facciamo da tramite tra gli artigiani di vari luoghi del Trentino – dove vengono prodotti mobili e complementi d’arredo – e architetti, progettisti, designer americani. Forniamo al cliente finale il lavoro chiavi in mano, personalizzando gli interni di una casa, di un locale o di un’altra attività. Spaziamo dai contesti residenziali a quelli commerciali”. 

L’industrializzazione ha fatto sparire quasi del tutto la produzione artigianale, frutto di un sapere antico. Un’operazione come la vostra permette di riscoprire i suoi punti di forza e di aprire a nuove opportunità.
“Il made in Italy è già noto e apprezzato nel mondo attraverso i grandi marchi. Noi, invece, partiamo dal piccolo artigiano, a cui magari si appoggiano i brand attraverso la produzione e la lavorazione per conto terzi, ma che, da solo, non avrebbe le dimensioni, le strutture e le possibilità economiche per affrontare e scalare i mercati esteri”.

Quando è avvenuto “il salto”, il momento di svolta del vostro progetto? 
“A New York dicono che lo scoglio che le varie iniziative imprenditoriali devono superare per sopravvivere sono i tre anni. Un anno per quanto riguarda i ristoranti. In effetti il nostro terzo anno qui è stato molto duro. Ma lo abbiamo passato. Oggi, dopo cinque anni, collaboriamo con i principali general contractor e i più grossi studi newyorchesi”.

Quali sono le principali criticità dell’interior design dopo un anno di pandemia?
“Si è fermato tutto ciò che era annesso al settore, dai cantieri – che a New York sono stati fermi due o tre mesi e sono ripartiti, ma a ritmi tuttora molto blandi – alle fiere, ai concorsi, agli eventi internazionali. Un secondo aspetto importante è il blocco mondiale rispetto alle importazioni e alle esportazioni. Attualmente è molto complicato trasportare merci per una ragione economica, dal momento che i container sono arrivati a cifre esorbitanti, con aumenti pari al doppio, al triplo o addirittura al quadruplo del costo pre-Covid. Dunque non è vantaggioso muovere merci che non abbiano un valore elevato o mettere in moto container che non siano a carico completo. Bisognerà vedere, inoltre, alla fine della pandemia, cosa accadrà alla politica dei dazi, quali saranno le ripercussioni sulla produzione e secondo quali tempi avverrà la vera ripresa”.

Lei, Conter, non torna in Italia da 17 mesi. Come ha vissuto l’esperienza del lockdown nella Grande Mela, nota per “non andare mai a dormire”?  
“All’inizio l’impatto è stato abbastanza forte. Faceva quasi paura vedere quelle strade svuotate, spettrali. Sembrava di assistere dal vivo alle scene di certi film apocalittici. Non c’era nessuno in giro. C’era stato anche un fuggi fuggi generale, per cui molti si erano trasferiti lontano dalla città, magari nelle seconde case. A un certo punto New York era diventata il centro dell’emergenza sanitaria, con tutto quello che ne è conseguito in termini di sirene spiegate delle ambulanze e vittime a cui dare sepoltura”.

Quali differenze ha notato rispetto ai racconti che le facevano parenti e amici in Italia?
“Qui è stato tutto molto più lineare e continuo fin dal principio, senza aperture e chiusure a intermittenza. Fin da subito si è stabilito che le persone dovessero lavorare da casa. Chi doveva andare in ufficio o sbrigare commissioni, però, poteva circolare. Nessuno ha mai chiesto a qualcun altro, per strada, cosa stesse facendo e dove si stesse recando. Non ci sono state autocertificazioni da compilare né coprifuochi, insomma. Ma è una questione di cultura. Gli americani sono molto precisi e rispettano le indicazioni. Se c’è una fila di persone per entrare in un posto, per dire, si mettono tranquillamente in coda e non la saltano, aspettando il proprio turno. Ben poche figure selezionate erano autorizzate a parlare pubblicamente della pandemia: oltre al Presidente degli Stati Uniti, potevano farlo solo i Governatori dei vari Stati e l’immunologo Anthony Fauci (direttore del National Institute of Allergy and Infections Diseases, ndr)”.

C’è qualche luogo comune smentito dalla sua esperienza americana?
“Quando si viene qui dall’Italia si pensa che noi siamo più bravi sul fronte dell’interior design. In realtà abbiamo molto da imparare. È vero che noi italiani abbiamo avuto i migliori designer del Novecento, ma i grandi studi del settore oggi sono oltreoceano. Ho trovato professionisti molto preparati su materiali, disegni, progetti, in grado di concepirli e realizzarli con una precisione talvolta maggiore di quella dell’artigiano di casa nostra. Inoltre nel Belpaese si ha ancora una visione un po’ romantica della professione. In America architettura e design sono fatti soprattutto di spirito pratico e di business”.

Quali insegnamenti si porta sempre dietro dalla Val di Non, dove affondano le sue origini e dove ha passato molto tempo da bambino e da adolescente?
“Lì, d’estate, finita la scuola, ho sempre lavorato, come falegname o addetto a opere stradali. All’epoca mi serviva per guadagnare qualcosa e avere un po’ di indipendenza. Non pensavo che tutto quello che avevo osservato e imparato allora mi sarebbe stato tanto utile, successivamente, nel mio lavoro. Invece, col senno di poi, mi ha permesso di acquisire un’esperienza fondamentale”.

Si possono trovare arredi di Italian Green Design in locali di Central Park e Wall Street. Alcune vostre creazioni sono finite anche sulla versione digitale del New York Times. Attualmente, con una parziale ripresa di alcuni lavori, su che cosa siete focalizzati?
“Oltre a tre cantieri aperti a New York stiamo seguendo progetti per un hotel-golf club in Virginia e un complesso di case nel Maine, affacciato sull’Oceano Atlantico”.

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