Macbeth, le cose nascoste | Corriere dell'Italianità

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Cultura

Macbeth, le cose nascoste

INCONTRO CON L’INCONSCIO

Un Macbeth completamente rivisitato che ci chiama a fare un’esperienza. Un’esperienza che è plurale. Senza pretesa didattica. Un viaggio nel nostro inconscio, ‘risvegliato’ dalla messainscena dell’inconscio altrui. Uno spettacolo in tre atti, dove il dramma, la storia che tutti conosciamo, arriva. Ma arriva solo ‘dopo’. Dopo aver scaldato lo spettatore, dopo averlo preparato a farsi ‘smuovere’ dal dramma. Alle spalle, un lavoro di più di un anno. Che ha coinvolto tutti, attori compresi. Confrontati con le loro emozioni di fronte al Macbeth, fatte emergere durante sedute di psicoanalisi. Uno spettacolo che non tradisce il testo di Shakespeare, ma ci porta a confrontarci non tanto – non solo – con la storia drammatica, quanto piuttosto con l’archetipo, l’immaginario collettivo, e ci induce ad interrogarci su ambizione, crudeltà, maternità mancata, pulsioni e male. Siamo oggi ancora in grado di riconoscerlo, il male?

Il Macbeth della regia di Carmelo Rifici (Macbeth, le cose nascoste – in prima assoluta il 9 gennaio al LAC di Lugano) è un’opera profondamente radicata nel ‘qui e nell’ora’, che presenta i ‘soliti’ temi del Macbeth ma con uno sguardo diverso sul pubblico e per il pubblico.

Angela Dematté e Simona Gonella sono rispettivamente la drammaturga e la dramaturg che hanno lavorato alla realizzazione dello spettacolo. Sono loro – Angela con il suo sguardo sulla parola, i dialoghi, i monologhi, il dramma; Simona impostando strategie e processi di studio del testo capaci di aumentarne la complessità – ad aver accompagnato il lavoro scenico del regista per creare una rappresentazione che “vuole perturbare lo spettatore”. Dove turbare significa ‘smuovere’, creare inquietudine, suscitare il dubbio, ma senza dare alcuna risposta definitiva. Se si volesse usare una metafora visiva, si potrebbe dire che “il pubblico arriva a teatro con un certo meteo ‘interiore’ e nel corso della visione dell’opera il suo barometro viene turbato.” Sono queste le parole di Simona, o forse sono state detta da Angela. Forse da entrambe – e in fondo poco importa ‘chi ha detto cosa’, in questo lavoro che precede la rappresentazione scenica preparata per noi spettatori. Anche nel diario di bordo tenuto da Angela, a ricordare gli incontri con Simona e Carmelo, l’autore delle parole si perde, a favore di un lavoro sul testo, fatto insieme, per tradurre la vicenda e farla risuonare nell’attualità.

Nel Macbeth in scena al LAC, la tragedia arriva. Certo che arriva. E violenta. Tuttavia, mediata dall’esperienza che gli attori hanno avuto della tragedia shakespeariana. Così gli spettatori in sala sono chiamati a confrontarsi con il proprio inconscio attraverso la ‘visione’ dei sentimenti altrui, ovvero ascoltando e guardando gli attori in scena che dialogano con uno psicoanalista. Il tutto a creare una relazione di senso rispetto a quella sorta di flusso che è il Macbeth, con i suoi temi, il male e la scoperta di sé.

C’è, naturalmente, da una parte la storia, quella del giovane che aspira al trono, una trama di violenza, dolore e morte. “Ma noi abbiamo soprattutto scelto di non guardare a Macbeth come ad un semplice racconto. Abbiamo voluto fin dall’inizio che risuonasse ‘in noi’ (attori e spettatori inclusi), che avesse lo stesso effetto di metterci in contatto con il nostro inconscio, che operasse come una fiaba nei bambini. È stato un processo che ha richiesto vari scambi di idee, rifacimenti scenici e rielaborazioni. Abbiamo fatto ricerca e studi sulla potenza degli archetipi, oltre che di varie, e passate, interpretazioni sceniche del poeta inglese. L’obiettivo era di arrivare ad una produzione filtrata dall’intellettualità ma non per nulla elitaria, perché fortemente ancorata nella reale emotività degli attori e di quanto il Macbeth ha suscitato in loro.”

Nei dialoghi inscenati sul palcoscenico, è il pubblico stesso ad essere invitato a ‘scaldarsi’: le parole degli attori su cosa sia per loro il Macbeth sono offerte a chi ascolta perché si generi una riflessione personale sui temi dell’opera di Shakespeare e sulla loro forte attualità. Raccontano Angela e Simona: “Noi e gli attori abbiamo tutti fatto l’esperienza di una seduta con lo psicanalista Giuseppe Lombardi che ci ha aiutato ad entrare in contatto con il nostro inconscio e a dare un nome tutte quelle emozioni, sentimenti e ricordi che la lettura di Macbeth ci ha suscitato. Con un po’ di sorpresa – anche – è emerso che più di un archetipo ha risuonato in tutti noi. Segno dell’attualità dell’opera, che racchiude il nostro immaginario collettivo, tramandato da migliaia di anni e perdurante.”

E proprio un ponte tra passato, presente e – forse anche – futuro è quanto Macbeth, le cose nascoste vuole lanciare: “dove ci si aspetta che il testo finisca, si apre invece una possibilità – più grande rispetto alla storia – che è una possibilità di andare verso zone più misteriose, arcaiche e antiche, legate alla terra, ritorno alle radici, precedente alla civiltà, alla quale continuiamo ad essere, inconsciamente, legati”.

 

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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