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MARE DI PLASTICA

Di Christian Repetti

Più di 150 milioni di tonnellate. È la quantità della plastica presente attualmente nei nostri mari, secondo quanto riportato dal WWF. Uccelli, pesci, balene, tartarughe: un milione e mezzo di animali, ogni anno, sono vittime di rifiuti di plastica scaricati negli oceani. Un problema che è destinato a peggiorare. Attualmente sono prodotte 396 milioni di tonnellate di plastica in dodici mesi, 53 kg per ogni abitante del pianeta. Solo poco più del 20% è stato riciclato o incenerito. Il resto, in gran parte, termina la propria vita tra le onde. Si tratta, tuttavia, di un materiale concepito e realizzato proprio a “lunga conservazione”: significa che non scompare mai, ma si frammenta solo in pezzi più piccoli.

Se non si interromperà lo sversamento dei rifiuti di plastica, entro il 2050 negli oceani ci saranno più materiali di questo genere che fauna marina. Lenze, reti da pesca, buste, bottiglie, flaconi, e molto molto altro: i grandi pezzi di plastica feriscono, strangolano e causano spesso la morte di animali come tartarughe marine e uccelli marini.

MICRO-PLASTICHE, MACRO-DANNI

Per “microplastiche” – come segnalato, tra le varie fonti, anche da Rizzoli Education – s’intendono le particelle intenzionalmente aggiunte a vari prodotti d’uso comune come i cosmetici o quelle che si formano per effetto abrasivo, ad esempio nell’utilizzo degli pneumatici o nel lavaggio dei tessuti. Sono le cosiddette “microplastiche primarie”. Le “secondarie” rappresentano il 70-80% delle microplastiche complessive presenti negli oceani e sono prodotte dalla degradazione degli oggetti di plastica più grandi, come buste di plastica, bottiglie o reti da pesca. La conoscenza di questi materiali, comunque, è in continuo divenire. Ma sappiamo già che, nell’ambito della marine litter, i rifiuti marini, la loro quantità è in aumento. Nel 2017 l’Onu ha dichiarato che ci sono 51 mila miliardi di particelle di microplastica nei mari, 500 volte più numerose di tutte le stelle della nostra galassia. Sono tuttora in corso diversi studi per tracciare un quadro più esauriente e valutarne i possibili effetti negli ecosistemi.

MINACCE PER I MICRORGANISMI MARINI

Anche se delle microplastiche sappiamo ancora molto poco, le loro conseguenze nocive e, in certi casi, letali, sono già oggettive ed evidenti. Si tratta di piccole particelle di materiale plastico, generalmente inferiori ai 5 millimetri. Quelle disperse negli oceani hanno un impatto estremamente negativo sulla vita dei piccoli organismi marini, dal momento che mettono a rischio il ciclo vitale di tutte le specie e la loro funzione regolatrice dell’ecosistema globale. È il risultato della recente ricerca “Plastics, (bio)polymers and their apparent biogeochemical cycle: an infrared spectroscopy study on foraminifera”, pubblicata dalla rivista “Enviromental Pollution” e firmata da Giovanni Battista De Giudici, Carla Buosi e Daniela Medas, specialisti del Dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche dell’Università di Cagliari con alcuni ricercatori di altri atenei. Lo studio si è focalizzato sugli effetti delle microplastiche di produzione industriale (che contengono il plasticizzante DEHP) sui gusci e il citoplasma dei foraminiferi, organismi marini unicellulari, presenti ovunque nel mare. Rappresentano, inoltre, uno degli ingressi verso la catena alimentare. Un effetto positivo della presenza in mare di molte specie dei foraminiferi è determinato dal loro guscio di carbonato di calcio che aiuta nel riassorbire la CO2 atmosferica. Ebbene, i risultati della ricerca dimostrano che le microplastiche sono presenti pure nel guscio e nella cellula dei foraminiferi analizzati. Studiando lo spettro composizionale delle cellule è stato dimostrato per la prima volta che la presenza delle plastiche induce uno stress cellulare in questi microrganismi. Inoltre il plasticizzante DEHP viene incorporato nella cellula e nel guscio. «Queste osservazioni inducono a pensare che l’inquinamento chimico combinato con l’acidificazione delle acque possa portare alla scomparsa dei foraminiferi entro il 2100», ha spiegato De Giudici. «Un’eventualità da scongiurare, perché i foraminiferi sono una componente fondamentale dell’ecosistema e la loro biodiversità e abbondanza sono elementi essenziali per la resilienza ambientale rispetto ai Global Changes».

S.O.S. TARTARUGHE

L’inquinamento della plastica negli oceani costituisce la più grande minaccia per la sopravvivenza delle tartarughe marine: è stato calcolato che una su due presenta questo materiale nello stomaco. Se ingerito, esso può comportare anche l’assunzione di virus, batteri e contaminanti tossici. In ogni caso provoca occlusioni, può soffocare, causare strangolamento. Intrappolare. Scene orribili, vero? Ma la descrizione di ricercatori e associazioni animaliste, per quanto forte, aiuta a farci rendere davvero conto degli effetti quasi sempre mortali sulle creature degli abissi. Il Mediterraneo, con la sua elevata biodiversità, è uno degli ecosistemi più minacciati al mondo dalle microplastiche. Si è calcolato che, in tutto il suo bacino, ogni anno, perdono la vita oltre 40 mila tartarughe marine per questa forma di inquinamento. Sui fondali del Mare Nostrum sono stati rilevati livelli di microplastiche più elevati mai registrati, fino a 1,9 milioni di frammenti su una superficie di un solo metro quadrato.

PERICOLI ANCHE PER NOI

Consideriamo infine che questa plastica raggiunge anche noi: attraverso la catena alimentare ingeriamo in media cinque grammi di plastica a settimana, l’equivalente di una carta di credito. Particelle del materiale sono state trovate negli alimenti e nelle bevande, compresi birra, miele e acqua del rubinetto e – a questo punto non vi stupirà – anche nelle feci umane. Gli effetti sulla salute degli esseri umani sono a loro volta oggetto di approfondimenti. Basti pensare, comunque, che la plastica contiene degli additivi, come agenti stabilizzatori o ignifughi, e altre possibili sostanze chimiche tossiche che possono essere dannosi per qualunque creatura li ingerisca.

LE AZIONI DELL’UE

Su quali soluzioni sta lavorando l’Unione Europea? Già nel 2015 il Parlamento UE ha votato a favore di una restrizione dei sacchetti di plastica nel continente. A settembre 2018 gli eurodeputati hanno approvato una strategia contro le plastiche che mira ad aumentare i tassi di riciclaggio dei rifiuti di plastica nell’UE. Inoltre è stato richiesto alla Commissione di introdurre in tutta Europa il divieto di aggiungere intenzionalmente microplastiche nei prodotti cosmetici e nei detergenti entro il 2020 e di muoversi a favore di misure che minimizzino il rilascio delle microplastiche dai tessuti, dagli pneumatici, dalle pitture e dai mozziconi di sigaretta. Nella primavera 2019 il Parlamento ha approvato il divieto in tutta l’Europa per certi prodotti di plastica usa-e-getta (come piatti, posate, cannucce e bastoncini cotonati) trovati in abbondanza nei mari e per cui sono già disponibili delle alternative non di plastica. Gli eurodeputati hanno aggiunto anche le plastiche ossi-degradabili alla lista dei materiali da proibire, ovvero plastiche comuni che si rompono facilmente in piccolissimi pezzi a causa degli additivi contenuti e contribuiscono così all’inquinamento delle microplastiche negli oceani. Sarebbe al vaglio una nuova legge dell’UE contro le microplastiche, per regolamentare ulteriormente l’attuale assetto e dare nuovi giri di vite all’inquinamento.

SOLUZIONI SOSTENIBILI

Attraverso la Plastics Strategy, l’Associazione europea dell’Industria della Plastica, la Commissione Europea limita la presenza di quelle microplastiche intenzionalmente aggiunte in molti prodotti industriali. Nel documento “Plastics 2030 – Voluntary Committment” PlasticsEurope, ha formalizzato la propria strategia di supporto alle istituzioni europee, finalizzata a costruire uno sviluppo sostenibile di lungo termine attraverso appositi programmi ed iniziative a sostegno dell’ambiente quali l’Operation Clean Sweep, per ridurre la dispersione dei granuli e le attività promosse a livello globale per prevenire il marine litter (endplasticwaste.org). Obiettivi che l’associazione si è posta sono, inoltre, il riutilizzo, da qui al 2030, del 60% della plastica proveniente dal riciclo dei rifiuti di imballaggio, il riciclo, recupero e riutilizzo, entro il 2040, di tutti gli imballaggi in plastica. Ricerca, istituzioni, reti di mobilitazioni, ma anche cittadinanza attiva e impegno civico: ognuno di noi, coinvolto a vario titolo, deve fare la sua parte per risolvere un problema sempre più allarmante. Non c’è più tempo per rimandare.

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