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Politica

Migranti: un decreto senza coraggio

di Alessandro Vaccari

Il decreto approvato il 5 ottobre dal Consiglio dei ministri in materia di “immigrazione, protezione internazionale e complementare” costituisce indubbiamente un passo avanti rispetto alle politiche del precedente governo a trazione salviniana, ma non rappresenta la necessaria svolta culturale e politica.

Si tratta di un’occasione sostanzialmente mancata sulla strada della costruzione di una politica migratoria veramente nuova, organica e incisiva; l’analisi dei provvedimenti adottati dimostra che è prevalsa la solita logica del meno peggio che non appare in grado di risolvere i problemi e, di conseguenza, di porre un argine all’uso strumentale che di essi fa la destra.

Il limite dell’impostazione che ha guidato l’azione del governo è, come vedremo, di tipo culturale prima ancora che politico ed è lo specchio di una mancanza di progettualità autonoma da parte delle forze progressiste nel loro complesso. 

Vanno certamente giudicate in modo positivo misure quali il ritorno a forme di accoglienza diffusa, l’accorciamento dei termini per il riconoscimento del diritto di cittadinanza e quello dei tempi di permanenza nei centri di rimpatrio oltre al ripristino di formule di protezione umanitaria. Inoltre, diverse tipologie di permesso di soggiorno consentiranno di svolgere attività lavorative  mentre il diritto di nuovo riconosciuto ai richiedenti asilo di iscriversi all’anagrafe comunale permetterà loro di accedere a servizi essenziali.

In alcuni casi il Governo ha finalmente recepito indicazioni del Presidente della Repubblica o sentenze della Corte costituzionale, mentre in molti altri ha scelto di imboccare una reticente via di mezzo fra i decreti Salvini e la situazione precedente ad essi. 

I provvedimenti che riguardano le navi delle Ong impegnate in operazioni di salvataggio in mare palesano l’ambiguità concettuale dell’atteggiamento del governo.

Ma la vera cartina al tornasole dell’ambiguità concettuale dell’atteggiamento del governo emerge dai provvedimenti che riguardano le navi delle Ong impegnate in operazioni di salvataggio in mare: le esose sanzioni pecunarie e penali  previste dai decreti del governo giallo-verde vengono fortemente ridimensionate e in gran parte appaiono più che altro uno spauracchio, tuttavia il fatto stesso che esse permangano conferma l’idea che salvare naufraghi sia ancora considerato un reato.

Il decreto governativo si muove insomma nell’ambito di quella che Elly Schlein ha definito “criminalizzazione concettuale” delle Ong, un permanente atteggiamento di sospetto nei  confronti di chi è costretto a compiere quelle operazioni di salvataggio in gran parte omesse dalle autorità che ad esse sarebbero  preposte.

Si ha la netta sensazione che si sia voluto in qualche modo accontentare quella parte dell’attuale maggioranza che aveva a suo tempo accreditato la scellerata teoria delle navi delle Ong come“taxi del mare” impegnate a traghettare migranti in presunta combutta con i trafficanti di uomini. Questo clima culturale e politico è del resto confermato dagli ostacoli burocratici che al momento attuale bloccano ben quattro navi impegnate nei soccorsi in mare.

In una recente intervista, Valentin Schutz , esperto di diritto marittimo e consulente legale di una delle Ong colpite  dal  blocco, denuncia le minuziose ispezioni, a cui le navi impiegate  nei salvataggi vengono sottoposte ogni volta che entrano in un porto italiano, giudicandole  in gran parte pretestuose e “politicamente motivate”.

Occorre riaffermare il salvataggio in mare come principio inderogabile e non subordinato a nessun tipo di convenienza politica. 

In sostanza le autorità portuali italiane pretendono che queste navi rispondano ai criteri che si applicano a normali imbarcazioni adibite al trasporto di passeggeri mentre si tratta, con tutta evidenza, di mezzi navali costretti a intervenire in condizioni di emergenza per salvare vite umane. Con amara ironia si può osservare che certi burocrati appaiono impegnati a salvaguardare le condizioni di sicurezza delle persone quando diventano passeggeri di una nave che li ha salvati, mentre non si preoccupano altrettanto di loro quando rischiano di affogare.

Detto questo, al momento della discussione parlamentare, il decreto andrà difeso non solo dall’assalto della destra ma anche dai ripensamenti di settori trasversali della maggioranza che, in tutti questi anni, hanno mostrato una certa accondiscendenza verso un’impostazione falsamente securitaria del fenomeno migratorio.

È necessario rilanciare nel Parlamento italiano, nel Paese e a livello europeo, la battaglia per affrontare in modo organico e non emergenziale tutti gli aspetti delle tematiche migratorie.

Ma per questo ci vuole una migliore elaborazione culturale che favorisca anche una forte presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica e più coraggio e lungimiranza da parte delle forze politiche che si definiscono progressiste

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