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M’incontri T’ascolto

Ho incontrato Daniel Bilenko in un bar a Lugano, pochi giorni dopo l’annunciata riapertura di alcune attività “sociali” in Svizzera. Dopo il lockdown, insomma. A debita distanza, abbiamo preso un caffè insieme. Lui con zucchero; io senza. Avevo parlato con Daniel solo una volta, invitata alla sua trasmissione radiofonica “La Rubrica”. Presentavo il nostro Corriere. Mi aveva incuriosito il suo cognome: Bilenko. “Sono l’unico a chiamarsi così in Ticino.” Me l’ha precisato subito, appena ci siamo seduti al tavolo. Quasi mi avesse letto nel pensiero.

Il podcast è un racconto sonoro che può essere trasmesso dalla radio, sempre reperibile online, e Daniel è un mago del podcast. Nel senso che i suoi podcast sono “magici”, capaci di affascinare e incuriosire al tempo stesso l’ascoltatore. Ma quando ho contattato Daniel non conoscevo questo velo di magia che aleggia nelle sue narrazioni.

Infatti, immaginavo che avrei parlato con un tecnico: interessata da tempo alla modalità del raccontare fatti e storie tramite podcast, avevo presto chiesto a Daniel la disponibilità a una chiacchierata istruttiva al riguardo. “Facciamo via Skype? Zoom? WhatsApp?” “No, vediamoci di persona.” La risposta mi aveva sorpresa. Il picco del COVID iniziava appena la discesa, c’erano vari strumenti tecnologici per permetterci di conoscerci a distanza. Perché incontrarci?

Daniel è un fiume di parole. Di esperienze. Negli States, terra natale del padre, musicista di famiglia ebraica. In Oceania, mentre conduce una ricerca sulle “letterature sommerse”. A Ginevra, studente di filosofia. “Ma non sono della generazione Erasmus.” Mentre precisa che lui non ha mai fatto l’Erasmus, subito mi suggerisce un suo bellissimo podcast, la storia di una donna straordinaria, l’italiana Sofia Corradi, che si è battuta per la mobilità studentesca tra università in Europa. “Io mi sento cittadino del mondo.”

Daniel parla di sé e del suo lavoro. E chiede di me – anche se io sono là, davanti a lui, per ascoltare “la sua” storia. E la sua testimonianza su cosa siano e come si facciano i podcast. Ci arriveremo, a parlare di narrazioni audiovisive. Ma solo dopo. Quando il nostro incontro si sarà trasformato in un momento di condivisione. Ascolto. Una narrazione di una storia. La mia. Quella di Daniel. Io che ascolto lui. Lui che ascolta me. Come quando dal dottore, ascolta il respiro del paziente con lo stetoscopio, “mentre faccio finta non di cantare ma di respirare forte mi ascolto, e lui mi ascolta, mi sente, e io mi sento. Ascolto ergo sono. Ascolto ergo sento. La storia di un corpo, di un’anima, del nostro essere umani.”

Ed è questo che cerca di fare un podcast, ed è per questo che siamo seduti di fronte a un caffè, io e Daniel, invece di starcene a parlare collegati al computer: cerchiamo un ascolto che è incontro, relazione, un momento nel quale la parola dell’uno arriva all’altro come la voce di una storia ascoltata nell’intimità individuale: “Ognuno di noi ha iniziato a sviluppare l’ascolto prima degli altri sensi, già nel ventre materno, abituandoci al battito cardiaco della mamma, alla sua respirazione e a tutti i rumori che si sentono da lì dentro. Oggi in questo mondo pieno di suoni, di immagini, di news che ci arrivano a raffica da ogni parte, scegliere momento e luogo per sentire una voce intima che ci racconta una storia, sia un’attività tra le più benefiche che esistano.”

Così parlando di “noi”, di narrazioni creative e eventi quotidiani, il coronavirus e la Pasqua da poche settimane passata, Daniel mi svela la potenza del Podcast. Che è molto più di una semplice trasmissione radiofonica da ascoltare in differita – come io pensavo, invece. Il podcast “è un mondo, una nuova biblioteca sonora che cresce ogni giorno di più. Può essere un prodotto editoriale a sé, indipendente dalla radio e rispetto a quest’ultima ha una straordinaria capacità di attivare la nostra immaginazione, rendendoci partecipi di quanto ascoltiamo.”

Lascio Daniel e mentre cammino verso casa due parole mi risuonano nella mente: intimità e partecipazione. Non riesco a scacciarle. Così la sera, sul divano, clicco sui link di alcuni podcast realizzati da Daniel. Li ascolto. Dal cellulare, alzando il volume per ascoltare e lasciarmi travolgere dalla voce narrante. E ben presto, quasi inconsapevolmente, mi ritrovo a fermare l’ascolto e riiniziarlo, con le cuffie all’orecchio. “Cuffie. Ascolto in cuffia. Non sono l’unico. Ti sarai accorta, girando per strada, in metropolitana, sui bus. Secondo alcuni studi circa l’80% dei podcast vengono ascoltati così: con degli affari nelle orecchie” mi aveva detto Daniel al bar.

Oggi, negli Stati Uniti, e più in generale nel mondo anglosassone, il podcast è una realtà affermata, mentre in Svizzera e anche in Italia è un fenomeno nascente. Nella Penisola fu – tra tutti – Veleno, a contribuire al diffondersi della cultura dell’ascolto sonoro: “racconta in sette puntate la vicenda di una decina di bambini modenesi che vent’anni fa furono sottratti alle loro famiglie, accusate di far parte di una setta di satanisti pedofili, è un documento ‘bellissimo’ costruito a partire dai racconti di quei bambini oggi adulti.” Non lo conoscevo, ma dopo che Daniel me ne ha parlato ho iniziato ad ascoltarlo, perdendomi presto in un vortice di emozioni sconvolgenti.

In Svizzera la cultura del podcast è meglio affermata nella parte di lingua tedesca, grazie al supporto della Fondazione svizzera per la radio e la cultura (FSRC/SRKS) e in quella romanda, che risente chiaramente l’influenza francese della Création sonore. Nella Svizzera italiana il podcast si situa ancora tra i fenomeni di nicchia, ma i tempi sono maturi per creare laboratori che esplorino le potenzialità di un mezzo comunicativo, intimo, economico, pur di alta qualità, qual è il podcast.

“Alle nostre latitudini e longitudini – mi spiega Daniel – vedo un panorama complesso dove l’audio è in piena espansione, ma ancora paradossalmente sconosciuto o mal frequentato. Mi riferisco soprattutto ai giovani. Attraverso le auricolari quasi perennemente indossate s’inietta musica, non storie. E anche da più grandi idem. Ma la potenza evocativa, l’impatto del mezzo e il suo basso costo produttivo (rispetto ad esempio alla TV) non lasciano indifferente nessuno oggi. E in un’epoca di messa in discussione del servizio pubblico, di pressione politica e finanziaria, questo dovrebbe farci riflettere e spingerci a esplorare tutto il suo potenziale. Esso può anche essere mezzo perché una storia arrivi, ben raccontata, all’orecchio (e al cuore): un toccasana contro l’inquinamento visivo e sonoro di cui tutti, chi più chi meno, stiamo soffrendo”.

 

Daniel Bilenko è giornalista SRG SSR – RSI e autore free-lance. Alcune suoi lavori hanno ricevuto riconoscimenti internazionali, ricordiamo la selezione ufficiale di “Addio alle Bestie” al Grand Prix Nova di Bucarest, il più importante concorso europeo di fiction audio che si svolgerà tra poco, a fine giugno.

 

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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