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Cultura

Moby Dick emergerà di nuovo?

di Alessandro Sandrini

Nel 1851 Hermann Melville pubblicò Moby Dick, or The Whale, poi tradotto in Italia solo nel 1932 da Cesare Pavese. Per lungo tempo molti interpreti hanno visto le figure di Achab e della balena come metafora della lotta del bene contro il male, della luce contro le tenebre dell’abisso. Tuttavia quest’opera, tra le più alte della cultura occidentale, è grande perché, più che raccontare una storia, lascia spazio a riflessioni e interrogativi crossover

E a proposito di balene, qualche mese fa i giovani ecologisti norvegesi hanno citato il governo di Oslo alla Corte Suprema: l’accusa è la palese violazione di un articolo della Costituzione secondo il quale ogni cittadino ha diritto di vivere in un ambiente salubre. Le associazioni ambientaliste, Greenpeace e Nature and Youth Norway, denunciano infatti che le perforazioni esplorative per la ricerca di petrolio nel mare di Barents e nell’Artico ledono questo articolo e quindi la salute dei cittadini.

Lo sfruttamento dei pozzi petroliferi ha fatto sì che la Norvegia, che fino agli anni Settanta basava gran parte della propria economia sulla pesca, diventasse il secondo produttore di petrolio in Europa dopo la Russia e un solidissimo colosso economico. Nel gennaio del 2018 la Corte Suprema norvegese aveva respinto un’analoga iniziativa dando ragione ai petrolieri, ritenendo che la Norvegia non potesse essere ritenuta responsabile per le emissioni causate dal petrolio esportato (e col quale si arricchisce). 

Eppure la Norvegia era stato il primo Paese tra i firmatari a ratificare l’accordo internazionale sul clima di Parigi del 2015: con esso si sottoscriveva l’impegno di tutti gli aderenti ad adottare tutte le misure necessarie per limitare il riscaldamento della temperatura della terra. 

Con soddisfazione del governo di Oslo, i giudici argomentarono inoltreche la Norvegia faceva già abbastanza sul suo territorio per rispettare quell’accordo. Poco dopo, questo ceffone per gli ambientalisti fu raddoppiato dalla decisione da parte del governo di re Harld V di autorizzare nel 2020 l’assassinio di 1300 balene. 

Entro la fine dell’anno i giudici supremi emetteranno la sentenza, e i permessi concessi nel 2016 alle compagnie petrolifere (norvegesi, americane e russe) rischiano di essere revocati.

Si tratta di un altro paradosso, oltre al “Norwegian gender paradox”, secondo cui, nonostante la Norvegia e gli altri Paesi scandinavi siano tra quelli nel mondo che più hanno abbattuto le disuguaglianze tra i sessi, uomini e donne fanno scelte tradizionali di genere quando si tratta di istruzione e lavoro. A Firenze più prosaicamente diciamo “predicare bene e razzolare male”.

Persiste la dicotomia tra filosofia e economia: tra  il sapere volto al bene e al progresso dell’umanità e il soddisfacimento dei bisogni, da quelli primari della sussistenza a quelli più secondari del nuovo modello dello smartphone.

Ciò nasconde in realtà una dicotomia, non ancora risolta, tra filosofia ed economia, se per filosofia intendiamo il sapere volto al bene e al progresso dell’umanità, e per economia la scienza volta al soddisfacimento dei bisogni, da quelli primari della sussistenza a quelli più secondari del nuovo modello del telefono.

Karl Marx, sorretto dalla dialettica hegeliana, e Friedrich Engels, forte dell’esperienza sul campo, avevano tentato di conciliare le due scienze proponendo una rivoluzione del sistema socio-economico della civiltà industriale, denunciandola come un modello di sviluppo che da sempre genera disuguaglianze. Un’utopia che, fallendo sul piano pratico, ha generato immani tragedie.

Dopo la caduta di molte certezze ideologiche, la globalizzazione dell’economia e delle informazioni hanno teoricamente indicato anche agli ultimi la via verso il benessere. In pratica hanno però allargato l’orizzonte dei bisogni, tentando di conciliare economia e benessere in una supposta sintesi di felicità preconfezionata. 

In realtà, anche nei Paesi che definiamo più civili, dove il progresso scientifico e tecnologico è in costante sviluppo, si assiste da anni al crescere simultaneo delle disuguaglianze sociali con quella che papa Francesco denunciava come “economia dello scarto”.Situazioneche vede una quasi generale incapacità di opposizione da parte dei sistemi democratici. 

Quel che è più preoccupante è la perdita di fiducia nella democrazia e nella scienza, per cui si arriva a certe malattie esantematiche delle società che prendono il nome di sovranismo, terrapiattismo, complottismo, negazionismo ecc. e che, in definitiva, alimentano l’entropia.

Le catastrofi umanitarie, ambientali e sanitarie di questi ultimi anni dimostrano che il modello di sviluppo basato sul profitto, seguito finora dalle governance di tutto il mondo, è al momento incompatibile con un ambiente che, progressivamente minacciato, sembra difendersi in maniera sempre più violenta e incontrollabile. 

Possiamo fare qualcosa?In una recente trasmissione RAI Mario Tozzi diceva che potremmo prevenire quasi tutte le catastrofi naturali, costruendo meglio e meno, preservando le foreste, non avvelenando la terra, l’acqua e l’aria che ci danno l’ossigeno che adesso il virus ci sta rubando. Solo l’arrivo di un grosso meteorite sarebbe incontrollabile (anche se in qualche film si è trovato rimedio anche a questo).

Noi non sappiamo davvero se il virus che ci ha assalito sia stato trovato per caso da qualche folle, o ossessivamente cercato da qualche scienziato malvagio, come Spennacchiotto rivale di Archimede Pitagorico.  La tragedia (o farsa?) è che i nostri archimedi non sanno come risolvere il problema, ma si prodigano in comparsate televisive vivacizzate da frequenti battibecchi tra colleghi. L’evidente disappunto manifestato da Mattarella dimostra quanto questi tronistici atteggiamenti siano ormai intollerabili per noi che adesso non sappiamo a che santo votarci. 

Possiamo affidarci ai futuri traguardi della scienza? Anche se in questi giorni l’uomo è nuovamente arrivato sulla stazione spaziale, quasi a ribadire il segreto intendimento di mollare baracca e burattini e di trovare un mondo nuovo da colonizzare, tutte le prospettive che abbiamo, a breve e medio termine, non ci presentano un gran futuro. 

La determinazione con cui i governi, le multinazionali (e chissà chi altro) perseguono questo sciagurato modello sviluppo volto all’immediato profitto (come pare accadere anche in vista della produzione e commercializzazione del vaccino anti-Covid), annichilisce la semplice ma doverosa presa di coscienza che dovrebbe essere di tutti: che la Natura è veramente incazzata, e che noi figliastri non ce ne accorgiamo.

Possiamo chiamarla follia? Quando Moby Dick ha ormai quasi distrutto la baleniera Pequod, il primo ufficiale Starbuck tenta di convincere Achab a desistere dalla sua sete di vendetta (che si accompagna alla sete di profitto degli armatori). Al rifiuto del capitano, per l’ultima volta Starbuck cerca di farlo tornare alla ragione gridando: «Guarda! Non è Moby Dick che cerca te, ma sei tu, tu folle che cerchi lei!». («See! Moby Dick seeks thee not. It is thou, thou, that madly seekest him!», Moby Dick, cap.135).

La balena bianca non è il simbolo del male, ma è la Natura stessa che non vuole soccombere.

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