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Società e territorio

“Non ho l’età”, ieri come oggi

Intervista a Olmo Cerri, regista del documentario “Non ho l’età”: quattro storie lontane eppure così drammaticamente attuali sul fenomeno migratorio e il desiderio di sentire la terra natia vicina.

Nel 1964 al Festival di San Remo vinceva una giovanissima Gigliola Cinquetti con la sua canzone “Non ho l’età per amarti”. Per tanti connazionali, emigrati all’estero, Gigliola rappresentava l’amata patria lasciata, il noto, il familiare, un volto e una figura rassicurante, il ‘vecchio che resiste’ a fronte di un contesto spesso percepito come estraneo e altro.

All’Archivio di Scrittura Popolare di Trento sono conservate centinaia di migliaia di lettere scritte da italiani, anche dalla Svizzera, per chiedere alla cantante un autografo o esprimere dei complimenti generici, ma anche per domandare abiti nuovi, proporre canzoni o semplicemente raccontare della propria quotidianità. Di queste lettere ne parla in modo dettagliato, nella sua tesi di laurea, Daniela Delmenico, affrontando l’argomento “migrazione italiana nel mondo” con originalità.

E a partire da queste lettere, il regista Olmo Cerri ha realizzato un documentario (prodotto in collabora- zione con la Televisione Svizzera) molto bello, capace di raccontare “l’elemento” umano del fenomeno migratorio. “Non ho l’età” (2017) racconta quattro storie di riscatto, speranza e amore verso il proprio paese mai dimenticato. Presentato in Svizzera e in Italia in diversi Festival cinematografici, il documentario tocca anche l’aperta, e più che mai attuale, questione dell’accettazione dell’altro, contro forme di esclusione sociale e xenofobia.

Nel tuo documentario riprendi le vite di quattro italiani, tre donne e un parroco, che hanno scritto a Gigliola Cinquetti dalla Svizzera. Come hai scelto i protagonisti del documentario?

La scelta non è stata del tutto ‘libera’. Ho letto circa mille lettere e la mia attenzione si è concentrata, da subito, su quelle lettere più ricche di spunti biografici e dettagli relativi alla vita in Svizzera nonché emozioni ma anche vite complementari. Non è stato facile ritrovare dei contatti ancora validi, cinquant’anni dopo. Difficile è stato anche ‘farsi credere’: quando contattavamo telefonicamente le persone, avvertivamo davvero tanta iniziale diffidenza, c’era la paura delle truffe e del telemarketing. Il percorso di ricerca è durato diversi anni.

Che cosa rappresentava la can- zone italiana per gli immigrati dall’Italia che hai intervistato?

La canzone italiana era un legame con la propria terra, con la propria lingua e cultura. Gigliola Cinquetti rappresentava una brava ragazza, semplice e “acqua e sapone”, in un mondo che era sconvolto da impor- tanti eventi sociopolitici (penso ai movimenti che sarebbero arrivati con il ‘68) e novità anche musicali (erano arrivati i Beatles), viste da un paese, la Svizzera, che non era familiare. Tuttavia negli anni l’infatuazione verso Gigliola è scemata. Alcune delle persone incontrate per il documentario non ricordavano quasi nemmeno più di aver scritto alla cantante.

Che rapporto hanno le persone che hai intervistato con la Svizzera?

Due protagonisti del documentario sono rimasti in Svizzera. Gli altri sono tornati invece in Italia. Ma rimangono comunque delle identità di frontiera. Si sono portati appresso un bagaglio importante formativo, arrivato dagli anni passati in Svizzera, che è ancora molto forte. Gli anni vissuti ‘oltre confine’ sono ricordati come importanti momenti di aggregazione e socializzazione con connazionali ma anche di rispetto per la confederazione.

Cosa ti ha colpito maggiormente degli italiani che hanno raccontato la loro esperienza in Svizzera?

Non è stato facile per i protagonisti raccontare. Erano, quelli, anni difficili per i migranti. Ho apprezzato molto la grande onestà, apertura e generosità. Per alcuni, aprirsi di fronte alla telecamera è stato un modo per “fare il punto” sulla storia della propria famiglia ma anche un’occasione per condividere con altri le proprie esperienze e alcune delle ingiustizie subite. Per me è stato un importante percorso di crescita.

Quali sentimenti vorresti suscitare nel pubblico svizzero che guarda il tuo lavoro?


Io spero che sia un’occasione per ripensare alla propria storia, rimettere in discussione parte del proprio passato fatto di forte diffidenza, forme di razzismo ed esclusione. Per non dimenticare e non rifare gli stessi errori. Per me è stato chiaro, fin da subito, che il mio sarebbe stato anche un ‘film politico’. Ma al contempo senza colpevolizzare. Ci sono stati numerosi svizzeri che sono stati capaci, hanno voluto, fin da subito accogliere gli italiani. Nel documentario ne porto un esempio. Sarebbe sbagliato fare ‘di tutta l’erba un fascio’.

Che cosa accomuna gli emigrati di oggi con quelli degli anni Sessanta?

Rimane il senso di smarrimento, se non altro iniziale. Forse non tanto, non solo, dovuto al clima diverso e l’assenza del cibo a cui si è abituati. Rimane, oggi come ieri, la ricerca del contatto con quanto è familiare. Abbiamo portato il film in varie scuole e sono stati davvero tanti i ragazzi che ci hanno raccontato dei messaggi, attraverso social media come Instagram, inviati a cantanti, attori, personaggi pubblici e dello spettacolo dei propri paesi di origine.

Quali sentimenti ti suscita vedere che quella stessa xenofobia, sfruttamento e chiusura, che tu denunci nel tuo documentario, le ritroviamo anche nell’Italia di oggi così come in altri paesi particolar- mente confrontati con i fenomeni migratori?

Tutto il film vuole certamente sensibilizzare al tema della migrazione. Guardando quello che succede oggi in Europa, mi sembra quasi un paradosso che terre di migranti non sappiano immedesimarsi e accogliere.

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Interessata all’interculturalità e alle politiche sociali, ha studiato Filosofia e Scienze Politiche Comparate. In Svizzera è stata docente all’università di San Gallo e assistente di ... Vedi profilo completo

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