Non solo ottimi rapporti economici, politici, sociali e culturali e una lingua in comune. La Svizzera e l’Italia sono unite anche per il clima

L’intervista al noto e autorevole climatologo Luca Mercalli. “La siccità e l’aumento del livello marino sono un problema per gli 8.000 chilometri di costa italiana, collegato anche ai ghiacciai che fondono tanto in Svizzera quanto in Groenlandia. È tutto connesso”

di Cristina Penco

In Svizzera e in Italia, come nel resto del mondo, al centro del dibattito pubblico e delle preoccupazioni individuali e collettive c’è il cambiamento climatico.

Abbiamo intervistato Luca Mercalli, rinomato e autorevole climatologo e divulgatore scientifico italiano.

Come si presenta lo scenario attuale?

«Purtroppo, la situazione è grave. Non possiamo nascondercelo. Il Mediterraneo è particolarmente esposto a tutti i rischi climatici, dalla fusione dei ghiacciai alpini agli incendi boschivi del Sud della Penisola. È una zona parecchio abitata in un mare piccolo, che si scalda molto in fretta rispetto agli oceani. E poi, naturalmente, ci sono la siccità e l’aumento del livello marino, un problema per gli 8.000 chilometri di costa tricolore, in realtà collegato anche ai ghiacciai che fondono tanto in Svizzera quanto in Groenlandia. È tutto connesso. Ci sono criticità in ogni settore, dalla produzione agricola a quella di energia idroelettrica, fino a molti altri comparti, per non parlare delle ondate anomale di calore che provocano un danno sanitario immediato. La gente muore di caldo: nel 2022, a causa di ciò, si sono registrate 61.000 vittime in Europa, di cui 18.000 in Italia. Il riscaldamento globale, dunque, è una minaccia per tutto il mondo». 

In estate il consigliere di Stato del cantone lemanico Antonio Hodgers ha suggerito di trasformare Ginevra sulla falsariga del modello urbano mediterraneo, con pareti bianche e infrastrutture che favoriscano la circolazione naturale dell’aria. E questo perché – ha avvertito il politico – entro i prossimi settant’anni la città potrebbe avere il clima che c’è adesso in Puglia o in Bosnia-Erzegovina. Concorda?

«Il paragone è corretto. Allo stato attuale, con i dati oggi a disposizione, è realistico pensare che, per la seconda metà di questo secolo, sulle sponde del lago di Ginevra si coltiveranno gli ulivi. E la Puglia potrebbe essere molto più simile all’Africa. Le sorprese, per quel che riguarda le tempistiche, possono sempre capitare. Lo abbiamo visto già quest’anno, con una certa accelerazione di eventi che ci saremmo aspettati più avanti…».

In particolare a cosa fa riferimento?

«A proposito del caldo anomalo di cui si parlava prima, in Svizzera, per esempio, si è registrato il record dello zero termico a 5.300 metri, superiore a quello riscontrato sui 5.200 metri nel 2022. Sono primati che incalzano sempre più frequentemente. In passato si aspettava almeno un decennio prima di vedere performance superiori ai livelli massimi precedenti. Adesso, invece, succede già dopo 12 mesi. Sempre nel 2023 si sono verificate due alluvioni in Emilia-Romagna con perdite da 9 miliardi di euro. In Friuli ci sono state le più grandi grandinate nella storia d’Europa, con chicchi da 1 kg e inevitabili danni a tetti, automobili, campi agricoli e a molto altro. Si susseguono fenomeni estremi sempre più intensi che sono un po’ un’anticipazione di quello che purtroppo capiterà nei prossimi decenni. Anche perché non stiamo facendo nulla per ridurre la causa di tutto questo».

Da dove si dovrebbe partire per contenere e contrastare la situazione?

«Quando si va dal medico e il dottore dice al paziente che ha tutti gli esami del sangue sballati, cosa si fa? Si prendono delle medicine, ci si mette a dieta, si deve avere uno stile di vita diverso, più salutare, magari facendo sport e movimento… Ecco, trovo che il paragone con la propria salute sia perfetto anche nel caso del clima. Quando, dalle analisi mediche, risultano parametri sfalsati, si devono seguire terapie e comportamenti per rientrare nei valori corretti e recuperare benessere. Applicando il concetto alla nostra società affetta dal cambiamento climatico, quel che occorre fare è adottare una serie di misure come bruciare meno petrolio e consumare meno carbone e gas, sostituendoli con le energie rinnovabili, produrre meno rifiuti e riciclare quelli che rimangono. E ancora, bisognerebbe cercare di usare meno pesticidi in agricoltura, prendere meno aerei… Tutte pratiche che conosciamo già da 30 anni. La cosiddetta Green Economy non è una novità. Tuttavia non si fa ancora abbastanza. La transizione ecologica non è ancora considerata un vero e proprio obiettivo delle attività imprenditoriali. Forse è una delle ragioni per cui, su questi fronti, si procede così a rilento. Ma se non agiamo, arriverà un conto salato, salatissimo. Ne abbiamo già alcuni assaggi».

Non aiutano la disinformazione e la circolazione di fake news. Quali errori andrebbero evitati?

«Intanto sarebbe opportuno informarsi non basandosi sul primo sito in cui si capita o su ciò che dice la prima persona che si incontra, ma affidandosi a notizie e documenti di enti accreditati e autorevoli come, per esempio, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, la World Meteorological Organization (WMO) – di cui evidenzio la sua unità specifica, l’IPCC, The Intergovernmental Panel on Climate Change, il comitato scientifico dell’Onu sulle questioni climatiche – con sede a Ginevra. Sempre in territorio elvetico ci sono alcune delle migliori università al mondo che si occupano con estrema competenza di clima e di ambiente come il Politecnico Federale di Zurigo. La Svizzera è un paese di piccola estensione che, per popolazione, vale come un paio di regioni italiane, ma, a livello mondiale, esprime un’autorevolezza assoluta sulla qualità scientifica degli studi nel settore, a iniziare dalla ricerca sui ghiacciai, data anche l’abbondanza di questi ultimi sul territorio. Anche in Italia esistono molti enti nazionali e regionali che sono altamente specializzati nell’analisi del clima e che sono fonti attendibili a cui fare riferimento per una corretta informazione. Insomma, al di qua e al di là delle Alpi abbiamo tutti gli strumenti per capire la diagnosi del problema, ma non vogliamo fare la cura…». 

Che cosa l’ha spinta ad accostarsi a questi temi? 

«Mi interessava – e, per fortuna, continua ad appassionarmi ancora oggi – la ricerca scientifica, soprattutto quella sui ghiacciai, anche perché ho iniziato il mio percorso proprio osservando le formazioni glaciali del Parco Nazionale del Gran Paradiso, in Valle d’Aosta. Poi, negli anni, ho ampliato il raggio alle tematiche legate alla sostenibilità ambientale e alla divulgazione, che oggi rappresenta circa la metà nella mia professione. Ho sentito la chiamata all’impegno civile. Quando non ci si limita solo a osservare il ghiacciaio che arretra per il cambiamento climatico in atto, ma ci si pone ulteriori domande e si capisce che ciò accade perché c’è anche una responsabilità, a livello personale e a carico della società nella quale si vive, allora è chiaro che si sente il dovere di informare la gente e cercare di suggerire cammini diversi da compiere. Se un medico comprende che un paziente è malato e non glielo dice fa un danno. E viene meno al proprio dovere. La prima cosa da fare, in quei casi, è avvertire la persona e consigliarle una cura. Ecco, noi oggi ci troviamo in una situazione mondiale in cui si può ancora procedere con una terapia. Ma le leggi fisiche non stanno ad aspettare i nostri comodi. Non bisogna attendere troppo prima di intervenire, continuando a rimandare all’infinito, altrimenti il malato – il pianeta – diventa incurabile».

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